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Pane e migranti, il 1882: stamattina

'Una poesia strappalacrime di de Amicis, ''Gli emigranti'', è stata scritta nel 1882, ma suona come se fosse stata scritta appena stamattina [Nina Lepori]'

Pane e migranti, il 1882: stamattina

Redazione

5 Febbraio 2016 - 18.32


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di Nina Lepori.

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Ho impiegato parecchi anni a liberarmi dalla morale socialpatriottica del De Amicis di “Cuore”. La mia maestra delle elementari lo idolatrava e fece del libro “Cuore” la bibbia della nostra formazione. Lo leggevamo ogni mattina a voce alta in classe, ciascuno una pagina.

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Il mio primo libro. Il libro che mi insegnava cos”era il bene e il male. 

L”etica del perbenismo, l”ideologia borghese del “dovere”, l”educazione al “sacrifizio” e all”obbedienza (fortificata poi con la lettura di Collodi!). Ci metti una vita a liberartene.

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Eppure scopri per caso, leggendo qua e là, un romanzo inedito (praticamente introvabile in libreria) che ti fa rivalutare completamente l”autore, ne mette in evidenza una “vena rivoluzionaria” che mai gli avresti attribuito: “Primo Maggio”, il romanzo che avrei voluto fosse, quello sì, il mio primo libro di lettura…

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Rivalutato Edmondo De Amicis, posso permettermi di condividere questa sua poesia strappalacrime, “Gli emigranti”: scritta nel 1882, ma potrebbe averla scritta stamattina. L”ho trovata su Internazionale e inizia così:

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Cogli occhi spenti, con lo guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s’ascende il palco de la morte.

E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra.
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s’afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.

Salgono in lunga fila, umili e muti,
E sopra i volti appar bruni e sparuti
Umido ancora il desolato affanno
Degli estremi saluti
Dati ai monti che più non rivedranno.

Salgono, e ognuno la pupilla mesta
Sulla ricca e gentil Genova arresta,
Intento in atto di stupor profondo,
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo.

Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercar del pane.

Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.

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