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Perché la letteratura fa incazzare

Perché la letteratura, ove non annacquata dalla blàtera sciolta, fa incazzare così tanta gente? Mi sono dato le seguenti risposte. [Gianluca Freda]

Perché la letteratura fa incazzare

Redazione

7 Giugno 2016 - 17.53


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di Gianluca Freda

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“Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di
raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. […] Egli dice
ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti”.

(Umberto Eco, Fenomenologia di Mike Bongiorno)

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Negli Istituti Tecnici, l’evento più drammatico che possa capitare ad
un insegnante di italiano all’inizio di un anno scolastico è vedersi
assegnato ad una terza superiore. Finché si insegna nel biennio, se si
sorvola sulle esuberanze degli allievi appena graziati dalle medie,
tutto fila relativamente liscio. Si rifrigge un po’ di analisi logica e
del periodo, già salmodiata in tutte le tonalità alle elementari e alle
medie, si assegna qualche emozionante temino sulla droga, sulla fame nel
mondo o
sull’emancipazione-della-donna-nella-moderna-società-occidentale e ci si
ritrova in un battibaleno a maggio, con un corpo studentesco equamente
suddiviso tra secchioni e citrulli senza speranza, ma serafico e pago.

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Qual
mormorio soave, si propaga nei cerebri studenteschi l’insana
persuasione che l’italiano sia una materia “facile”: che basti
analizzare il complemento di termine e la proposizione concessiva in un
po’ di balbe frasette, innalzare qualche straziante melopea in puro
inchiostro BIC al lavoro minorile dei miserandi negretti dell’Africa©
(di quale nazione dell’Africa, esattamente, non si sa: gli allievi
tendono a ridurre la specifità geografica a categoria kantiana) per
vedere materializzarsi tra le dita, quale sacra Vibhuti, la sufficienza
agognata. Dopo di che resta solo matematica da recuperare.


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Ma quando si arriva in terza, ove la ministerial barbarie impone lo
studio della storia della letteratura, la musica cambia. Luttuosamente,
gli allievi realizzano che il dolce far niente è finito. Ora occorre
leggere opere di autori veri, non piagnucolose storielline su miserrime
femmine musulmane dagli occhi pesti, corredate di queruli arpeggi
antologici. Occorre parafrasare Dante, Petrarca, Guinizzelli, Jacopone,
analizzarne il lessico, soppesarne la struttura rimica, metrica e
strofica, determinare la funzione delle specifiche scelte fonetiche,
identificare le figure retoriche e la loro valenza nell’economia
complessiva del testo, distinguere ipotassi e paratassi, ipàllagi e
anastrofi, comprendere il legame storico e culturale del componimento
con la sua epoca, infine collegare le scelte stilistiche e
contenutistiche di ogni autore ad altre opere, tentando di ricostruire
la collocazione dell’opera stessa nella catena testuale.


Qui cominciano i pianti, gli alti lai, il gemente cordoglio, il
compianto de’ templi acherontei. Gli alunni diligenti allibiscono, quelli
somari ragliano in coro, con fragoroso strepito, la loro indignazione.
Torme di genitori in tenuta da guerra o, a fasi alterne, da
pellegrinaggio a Pietralcina, giungono a schiere, recando velate minacce
o plorazioni accorate. I più cialtroni (o “ribelli”, come li chiamano i
cialtroni loro simili) danno il via al boicottaggio delle lezioni,
all’assenteismo pianificato, al sabotaggio delle verifiche. I più fessi
pensano di cavarsela scopiazzando analisi precotte dall’immancabile
telefonino e vengono regolarmente sgamati.

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È la fase in cui è più
semplice distinguere i docenti ignoranti e calabrache, che cedono alle
pressioni e tornano al piagnucolìo sui burqa e sull’infanzia rubata, dai
docenti veri, che dicono: si fa così e punto.


Ma se il terrore degli allievi usi alla nullafacenza è comprensibile,
più difficoltoso è capire perché, come recentemente sperimentato
proprio su questo sito (qui qui)
anche nei forum telematici la letteratura e i letterati producano
effetti assai simili. Finché si cazzeggia in libertà, tra un bicchierino
e l’altro, di simboli fallici in Shakespeare, finché si rimestano col
ramaiolo, in un’unica broda, Petronio e Catullo, spruzzandoli con fiotti
robusti di Caravaggio e Velazquez, fino a ridurli a una pappetta
indistinta di simboli grafici senza referente, allora la letteratura e
l’arte sono tollerate. Ma nel forum come in classe, l’apparizione
inopinata di un’analisi letteraria ponderata, o peggio, di un docente di
letteratura non improvvisato, scatenano dapprima la pietrificazione
stupefatta, poi lo sconcerto, infine l’ira più ferina tra gli astanti.
Come mai accade questo? Perché la letteratura, ove non annacquata dalla
blàtera sciolta, fa incazzare così tanta gente? Mi sono dato le seguenti
risposte, che ho riunito, per comodità, in decalogo numerato.  


1) La letteratura non è per tutti: l’ascesa del
proletariato e dei ceti medi, realizzatasi a partire dalla seconda metà
dell’Ottocento, aveva portato i ceti popolari a sfruttare la forza
acquisita con le lotte per impadronirsi di quelli che, per secoli, erano
stati gli odiati vessilli e simboli del nemico: la letteratura, l’arte,
la cultura, le scuole, le università. Tutto ciò che era stato visto
come segno distintivo della classe borghese, era ora in potere delle
masse contadine e operaie. Le quali, tuttavia, non sapendo né maneggiare
la letteratura, né innovarla, né tantomeno crearne una propria che
fosse presentabile, si sono limitate a giochicchiare con il suo
pregevole tessuto, a ridurlo a citazionismo becero, a ricavarne nastrini
e volant da indossare sul vestitino della festa per farsi ammirare
dagli amici. Ora che la carrozza fatata del proletariato è tornata ad
essere una zucca, la fata borghese torna a riprendersi il suo bel
vestito. L’insegnante di letteratura è il funzionario incaricato di dire
ai ceti popolari che non possono più utilizzare i testi letterari come
strofinaccio: o studiano e acquisiscono le alte competenze necessarie a
portarli addosso con la dovuta eleganza e il dovuto rispetto, o tornano a
indossare i sacconi di tela e gli zoccolacci di sambuco che hanno
rimarcato per millenni la loro storia. Non deve stupire, dunque, che
tali funzionari siano bersaglio di odio feroce.


2) Un vero testo letterario è un meccanismo complesso:
la sua densità semantica, le sue possibilità interpretative, le
informazioni in esso contenute, i diversi significati di cui esso è
capace di colorarsi attraverso le epoche, la sua capacità di offrire al
lettore uno scorcio su visioni della realtà profondamente differenti
dalle consuete, i dati che esso ci fornisce sulla realtà storica,
sociale, economica, politica, ecc. in cui è stato prodotto, non possono
essere colti attraverso una lettura distratta. Si può coglierli solo
attraverso un’opera attenta e faticosa di analisi, che non tutti sono in
grado di compiere o disposti a compiere. L’occhio allenato
dell’insegnante di letteratura distingue agevolmente gli abili all’opera
dagli inabili, relegando esplicitamente o implicitamente questi ultimi
in una classe intellettiva secondaria. Da ciò nasce, prorompente, la sua
fama di negriero e l’odio dei meno dotati nei suoi confronti.


3) La letteratura non ammette superficialità: a
causa della sua complessità, il testo letterario deve essere oggetto di
un giudizio critico motivato per esteso, nel dettaglio e con estrema
precisione e chiarezza. Ciò rende furente il proletariato dei social
network, abituato ad esprimere con la mera dicotomia “mi piace” – “non
mi piace” la propria prospettiva sull’universo (e senza nemmeno dover
scrivere queste poche lettere di proprio pugno). L’esistenza di una
sfera dello scibile sottratta al giudizio sommario istantaneo della
comare e del pescivendolo e che richieda la trasformazione di questi
ultimi in esseri raziocinanti per poter essere pronunciato, rappresenta
una limitazione intollerabile di sovranità, alla quale la comare e il
pescivendolo reagiscono con vano furore guerriero.


4) Il testo letterario ci pone a confronto con un’alterità spesso radicale:
esso ci costringe a dialogare con culture, visioni del mondo, categorie
di pensiero, strutture sistemiche, riferimenti etici, completamente
diversi dagli attuali. La nostra prospettiva ne risulta profondamente
relativizzata: il nostro sistema, i nostri valori, la nostra
configurazione sociale, dunque, non rappresentano l’unico mondo
possibile. Sono esistiti ed esistono altri mondi e altre prospettive
che, per avere un proficuo rapporto col testo, dobbiamo imparare a
conoscere. Ogni anno devo spiegare alle mie studentesse che il Boccaccio
non dedica il Decameron alle donne perché desideri
“emanciparle”; che il concetto di “emancipazione della donna” scaturisce
da contingenze produttive e non etiche ed è stato elaborato per ovviare
alla carenza di manodopera nelle fabbriche, dopo la rivoluzione
industriale. Al contrario, Boccaccio è convinto che le donne stiano
benissimo dove sono (relegate nelle loro stanzette a leggere e filare);
vuole soprattutto sfruttarle come “target” ideale della nuova
letteratura borghese, della quale egli è, se non l’iniziatore, almeno il
codificatore. Ciò genera nelle mie allieve perplessità e differenti
reazioni: comprensione nelle più intelligenti, indignazione berciante
nelle oche mestruate.


5) La letteratura decentralizza: essa ci rivela che
non siamo il momento più alto, luminoso e assiomatico dell’evoluzione
umana, bensì un momento qualsiasi, i cui connotati etici di riferimento
sono legati a contingenze politico-economiche in continuo mutamento. Se
prestiamo attenzione, scopriamo che tali connotati hanno più a che fare
con la configurazione economica e produttiva del periodo storico in
corso che con pulsioni o ideali connaturati all’indole umana. È un
principio banalissimo per chi ha letto e digerito Marx, ma che coglie
spesso di sorpresa il fruitore sonnacchioso dell’informazione
giornalistica e televisiva. Costui, se è un tipo sveglio, si rende conto
ben presto che valori etici e sociali creduti immutabili vengono in
realtà generati e diffusi dai sistemi d’indottrinamento propagandistico
che le elite dominanti di ogni epoca storica approntano e gestiscono per
i propri scopi; uno legge ad esempio “Germinal” di Zola e inizia a chiedersi perché certe “repubbliche” siano fondate sul lavoro, e perché, per che cosa e per chi
si dovrebbe lavorare. Se trova la risposta, l’incazzatura è
inevitabile. È una fortuna per l’ordine sociale che siano in pochi a
porsi domande o anche soltanto a saper leggere. O forse non è una
fortuna, ma solo l’ennesimo progetto ben attuato.


6) La letteratura è memento dell’impermanenza:
prima che ci pensasse la stessa geopolitica, sarebbe bastato un
qualsiasi testo letterario a ridicolizzare l’illusione di “fine della
storia” propugnata da Francis Fukuyama. Leggendo un testo, scopriamo che
non solo l’uomo e le sue strutture materiali, ma anche le
configurazioni di potere, le reti di relazioni economico-sociali, tutta
la complessa elaborazione della mente che siamo soliti chiamare “realtà”
è soggetta ad alterazioni e mutamenti profondi. La mente umana è fluida
e in continuo divenire e con essa si trasforma la realtà che da essa
scaturisce. Ogni testo è prova che il mondo in cui viviamo non è fatto
di sola materia, ma è un palazzo le cui mura sono composte in gran parte
di idee. Di tanto in tanto, nuove idee poderose, veicolate dalla
narrazione, sconvolgono il nostro modo di pensare al mondo e a noi
stessi, distruggendo le vecchie strutture mentali e riconfigurandole su
nuovi parametri. Lo stesso testo letterario è impermanente e assume
valenze, significati, contenuti completamente cangianti col variare
delle epoche e del pensiero. La letteratura è un messaggero
dell’Apocalisse: annuncia nuove visioni della realtà affinché vecchi
mondi scompaiano tra le fiamme e nuovi ne prendano il posto. Chi
potrebbe non averne paura?


7) La letteratura costringe a crescere: nessuno può
accostarsi ad un’opera strepitando, come un moccioso, la sua percezione
del mondo e tentando d’imporla sulla lettera del testo. Ogni testo è
un’entità che insegna il rispetto verso l’altro: esige di essere
ascoltato con attenzione, in ogni sua parola, prima che l’atto
ermeneutico sia possibile. Esso strappa l’uomo della strada alla sua
illusione puerile di compiutezza. A differenza del Mike Bongiorno della “Fenomenologia”
di Eco, ogni opera letteraria ricorda al suo interlocutore che egli non
è Dio, che non è perfetto, che non è eterno, che non è al centro
dell’universo e nemmeno del suo ristretto habitat sociale. Lo spinge a
confrontarsi con la propria mortalità, con l’incompletezza delle proprie
conoscenze, con la necessità di un percorso malagevole, doloroso e
prolungato perché sia possibile, forse, pervenire un giorno ad una
qualche maturità epistemologica. La letteratura ci costringe ad
abbattere le strutture mentali candide e rudimentali della nostra
infanzia e ad elaborarne continuamente di nuove e più complesse,
abituandoci, strada facendo, alla mutevolezza incessante delle cose. Ci
costringe ad imparare a parlare e ad esprimerci con proprietà per poter
interloquire con lei. Essa esige lo svezzamento dell’individuo: la
capacità di staccarsi per sempre dal seno dell’autorità e della
propaganda e di acquisire capacità autonome di comprensione del mondo,
fondate sull’attenzione all’altro, sul rispetto, sull’ascolto. In due
parole, accostarsi alla letteratura impone a chiunque un salto verso la
maturità.


C’è da stupirsi che in un mondo di adulti senza ormai altro desiderio
che quello di restare bambini, essa sia la più detestata delle maestre?

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