Domani, 15 gennaio, dalle 15 alle 18, a Roma (Largo Elvezia) si terrΓ un presidio statico, pacifico e nonviolento davanti allβAmbasciata svizzera. Lβiniziativa Γ¨ promossa e assunta pubblicamente da Davide Tutino, che ne rivendica la paternitΓ politica e la responsabilitΓ personale, nel solco della disobbedienza civile nonviolenta.
Non una manifestazione di massa, ma unβiniziativa politicamente mirata, notificata alle autoritΓ e concepita come atto pubblico di denuncia contro lβuso delle sanzioni dellβUnione Europea come strumento di controllo politico e intimidazione del dissenso. Il presidio nasce per esprimere solidarietΓ a Jacques Baud, Nathalie Yamb e HΓΌseyn DoΔru, cittadini europei colpiti da misure restrittive che, al di lΓ della retorica ufficiale, producono effetti concreti di esclusione economica, isolamento sociale e delegittimazione pubblica.
Una morte civile inflitta non per reati accertati, ma per opinioni espresse, analisi formulate, posizioni politiche assunte. Lβiniziativa non si limita alla testimonianza simbolica. Il promotore ha annunciato che nel corso del presidio compirΓ un atto di disobbedienza civile nonviolenta, apertamente dichiarato e assumendosene ogni responsabilitΓ : la violazione consapevole delle sanzioni, attraverso un gesto di sostegno materiale a una delle persone colpite. Un atto compiuto βalla luce del soleβ, senza ambiguitΓ nΓ© sotterfugi, accompagnato dalla richiesta esplicita di essere perseguito penalmente.
Γ qui che il caso individuale si trasforma in questione politica generale. Se la violazione delle sanzioni puΓ² comportare anni di carcere, la domanda non Γ¨ giuridica ma democratica: puΓ² uno spazio politico definirsi libero quando punisce il dissenso come se fosse un crimine?
E soprattutto: chi decide oggi, in Europa, quali idee siano legittime e quali invece meritevoli di sanzione?
Negli ultimi anni le sanzioni sono state progressivamente normalizzate come strumento βtecnicoβ, neutro, quasi amministrativo. In realtΓ esse funzionano sempre piΓΉ come misure eccezionali permanenti, applicate non solo a Stati o apparati di potere, ma a singoli cittadini. Senza dibattito pubblico, senza reale contraddittorio, senza garanzie proporzionate.
Il presidio di domani non chiede indulgenza nΓ© immunitΓ . Chiede qualcosa di piΓΉ radicale e, per questo, piΓΉ scomodo: una riflessione collettiva sul confine oltre il quale la legalitΓ formale smette di coincidere con la giustizia.
La disobbedienza civile, in questa cornice, non Γ¨ una provocazione ma uno strumento politico classico, usato quando lβordinamento tradisce i principi che afferma di difendere. A Largo Elvezia non andrΓ in scena uno spettacolo, ma una domanda rivolta alle istituzioni europee e, prima ancora, allβopinione pubblica: che cosa resta della libertΓ di espressione quando diventa sanzionabile per decreto?