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Urne contro il potere

Nei referendum costituzionali il voto diventa giudizio politico: maggioranze parlamentari fragili scoprono di non essere maggioranze nel Paese, mentre elettori delusi trasformano la consultazione in resa dei conti nazionale finale.

Urne contro il potere
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24 Marzo 2026 - 00.49


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di Pino Cabras.

È molto più semplice di quanto non si pensi. I referendum confermativi su revisioni costituzionali approvate in Parlamento con maggioranze sotto la soglia dei due terzi possono far scattare nell’elettorato un riflesso “conservatore” (lo dico nei termini più neutri), perché viene percepito come un’anomalia il fatto che sulle norme fondamentali di rango costituzionale non si raggiunga un consenso vasto. Al di là dei dettagli tecnici delle nuove norme, c’è una ormai diffusa tendenza a respingere ciò che viene trasferito dall’alveo costituzionale (dunque dalla “casa comune”) al tritacarne della lotta politica più spicciola. Fu un’eccezione il referendum del 2001 sulla riforma del Titolo V che ridefinì le competenze tra Stato e Regioni, ma non escludo che i risultati tutto sommato molto negativi di quella riforma abbiano “scottato” masse di elettori per le successive votazioni.

Dal 2006 si aggiunge un ulteriore elemento, che ha a che fare con il deterioramento degli spazi di democrazia, dunque con la riduzione dei momenti in cui possa incidere una critica al governo. Il referendum confermativo – che non ha quorum e non si presta dunque ai trucchetti tattici che fanno fallire i referendum abrogativi con il quorum – innesca una tempesta perfetta che colpisce esattamente le incaute maggioranze di governo che fanno un errore fatale: non si accorgono che in realtà NON sono la maggioranza nel paese. Solo i meccanismi elettorali danno una maggioranza assoluta di seggi alle coalizioni vincenti, ma se le guardiamo con altri occhiali è tutta un’altra storia. La coalizione di centrodestra guidata da Giorgia Meloni nel 2022 ottenne circa il 44% dei voti validi (Camera e Senato). L’affluenza fu circa il 63,9% degli aventi diritto. La coalizione vincente raccolse dunque circa il 28% dell’intero corpo elettorale. Sette elettori su dieci non la votarono. Il discorso non cambia troppo per Berlusconi nel 2006 e Renzi nel 2016. Quando fai un referendum in un momento in cui non hai grandi risultati da vantare, anzi esibisci governanti mediocrissimi e subisci tutte le congiunture internazionali come un passacarte, puoi solo sognare di sbancare il voto. Il voto ti si coalizza esattamente contro. Quasi matematico. Ogni questione giuridica lascia il passo alla possibilità di bocciare chi ti ha deluso. E così è stato.

Meloni paga anche in un colpo tutte le sue furbizie, proprio nel momento in cui emerge la durezza di uno scenario mondiale che non può affrontare se non ha una missione politica superiore al “tira a campare”.

Non che la coalizione di centrosinistra sia fuori da questa micidiale inutilità, anzi… Sono simili e speculari.

Spetterà ad altri difendere la sovranitá popolare. Non sarà facile, ma dovremo provarci.

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