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'Brancaccio: ''Il Jobs Act? Peggio della riforma Fornero'''

Il provvedimento, malgrado le piccole modifiche introdotte alla Camera, precarizza ulteriormente il mondo del lavoro e si inserisce nel sequel degli ultimi vent’anni.

'Brancaccio: ''Il Jobs Act? Peggio della riforma Fornero'''
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24 Aprile 2014 - 23.08


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Per l’economista il provvedimento, malgrado le piccole modifiche
introdotte alla Camera, precarizza ulteriormente il mondo del lavoro e
si inserisce nel sequel degli ultimi vent’anni: “In Italia abbiamo
assistito allo smantellamento progressivo del diritto del lavoro”. E
sugli 80 euro inseriti da Renzi nel Def, “l’idea che possano invertire
la rotta e farci uscire dalla crisi è peregrina, per la svolta economica
ci vuole ben altro”.

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena 

La bocciatura del Jobs Act è sonora. Emiliano Brancaccio, docente all’Università del Sannio e promotore del “monito degli economisti”
contro le politiche europee di austerity, è netto: “Negli ultimi
vent’anni abbiamo assistito a un progressivo smantellamento delle tutele
del lavoro. Il provvedimento del governo Renzi è il sequel di un film
già mandato in onda tante volte. Non intravedo svolte di politica
economica”.

Eppure i centristi capeggiati dal ministro
Angelino Alfano promettono battaglia al Senato contro le modifiche
apportate dal Pd, tanto che il governo porrà il voto di fiducia. Siamo
al braccio di ferro all’interno della maggioranza. Per lei il testo, in
Commissione Lavoro alla Camera, è stato veramente stravolto?

La
sinistra del Pd è riuscita ad apportare alcuni miglioramenti al testo.
Nonostante queste modifiche, però, il segno complessivo del Jobs Act non
cambia: assisteremo a una ulteriore precarizzazione dei contratti di
lavoro. Ci sono novità peggiorative anche rispetto alla riforma Fornero,
come l’eliminazione della causale sui contratti a tempo determinato, la
possibilità di prorogare questi contratti e l’annacquamento
dell’obbligo di stabilizzazione degli apprendisti.

Il
ministro Padoan sostiene che questi provvedimenti faranno aumentare
l’occupazione. Nel criticare questa previsione Lei ha coniato il
termine “precarietà espansiva” e l’ha definita un’altra illusione. Come
fa a dire che Padoan si sbaglia?

Padoan è tra coloro che
hanno insistito a lungo con la fantasiosa dottrina della “austerità
espansiva”, quella secondo cui l’austerity avrebbe dovuto risanare i
bilanci, ripristinare la fiducia dei mercati e rilanciare la crescita e
l’occupazione. In realtà l’austerity ha depresso l’economia e non ha
risanato i conti. Su indicazione della Bce e della Commissione, allora,
il ministro oggi propone una nuova ricetta: la ulteriore flessibilità
dei contratti di lavoro aiuterà a creare nuovi posti di lavoro e a
ridurre la disoccupazione. Ma le evidenze empiriche ci fanno ritenere
che si sbaglino di nuovo. In una rassegna pubblicata qualche anno fa,
gli economisti Tito Boeri e Jan van Ours hanno rilevato che su 13 studi
empirici esaminati ben nove di essi davano risultati indeterminati e tre
di essi indicavano che una maggiore precarietà dei contratti può
addirittura determinare più disoccupazione. Alla luce di queste evidenze
persino Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario
Internazionale, è arrivato a riconoscere che non vi è una precisa
correlazione tra le due variabili. Una spiegazione sta nel fatto che i
contratti precari da un lato possono indurre le imprese a creare posti
di lavoro in una fase di espansione economica, ma dall’altro consentono
alle aziende di distruggere facilmente quegli stessi posti di lavoro
nelle fasi di crisi. Alla fine tra creazione e distruzione dei posti di
lavoro l’effetto complessivo risulta essere nullo, con buona pace di
Padoan. E di Draghi.

Il M5S si è scagliato contro il Jobs Act parlando di “ritorno alla schiavitù”. Frasi che fanno parte del teatrino politico?
Credo
vi sia un’espressione più adatta al nostro tempo: intensificazione
dello sfruttamento capitalistico del lavoro. E’ un fenomeno che si è
verificato in misura particolarmente accentuata negli ultimi vent’anni,
durante i quali abbiamo assistito ad uno smantellamento progressivo del
diritto del lavoro. Il fenomeno si è verificato il larga parte dei paesi
industrializzati, anche se in Italia vantiamo un record: dal 1998
l’indice generale di protezione dei lavoratori calcolato dall’OCSE è
crollato più che in ogni altro paese europeo.

Tutto iniziò dal pacchetto Treu voluto dal centrosinistra?
I
primissimi provvedimenti risalgono persino a Ciampi. E’ vero tuttavia
che il pacchetto Treu determinò una caduta molto accentuata dell’indice
di protezione dei lavoratori, alla quale seguì un calo ulteriore con la
legge Biagi del governo Berlusconi. Il Jobs Act di Renzi non è altro che
il sequel del medesimo film che i governi che si sono
succeduti in questi anni hanno quasi ininterrottamente mandato in onda.
Con risultati irrilevanti sul terreno dell’occupazione. Del resto, la
creazione di lavoro dipende soprattutto da altri fattori, tra cui
l’orientamento espansivo o restrittivo elle politiche economiche.

A
proposito di politiche economiche, in Europa il premier appare in
difficoltà. Dopo l’incontro con Angela Merkel ha deciso di puntare a un
deficit pubblico in rapporto al Pil ben al di sotto del vincolo europeo
del 3%. In un’intervista rilasciata all’Espresso Lei si è dichiarato
scettico sugli obiettivi di bilancio del governo. Perché?

Renzi
ha scelto di porsi in sostanziale continuità con le politiche di
austerity che fino ad oggi sono state adottate in Europa. Proprio per
questo, tuttavia, egli rischia di non raggiungere gli obiettivi di
contenimento del deficit che si è dato. Nel 2014 la crescita del Pil
potrebbe rivelarsi inferiore al già risicato 0,8 percento annunciato dal
governo. La conseguenza è che il rapporto tra deficit e Pil potrebbe
rivelarsi maggiore del previsto. Sarebbe l’ennesima smentita per la
dottrina della “austerità espansiva”.

Renzi però
rivendica i famigerati 80 euro al mese per i dipendenti che ne
guadagnano meno di 25mila euro lordi. C’è chi la definisce una mossa
finalmente “di sinistra” che sarà anche in grado di contrastare la
crisi. Per lei?

Prima di definirla una mossa “di
sinistra” vorrei capire più in dettaglio dove nei prossimi anni la
spending review andrà a tagliare. Se ad esempio colpisse i servizi
pubblici i lavoratori subordinati potrebbero trarre più svantaggi che
benefici. Riguardo agli effetti sulla crescita, vorrei ricordare che in
Italia negli ultimi 5 anni abbiamo perso un milione di posti di lavoro e
abbiamo registrato un incremento del 90 per cento delle insolvenze
delle imprese. Sono perdite colossali, di proporzioni storiche, che
dovremmo affrontare con una concezione completamente nuova della
politica economica pubblica. Chi pensa che invertiremo la rotta con 80
euro in più al mese in busta paga non sa quel che dice.

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