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La danza della pace possibile

Ma gli USA che fanno? Quel che han sempre fatto: la guerra. Una storia di siriani in Valsusa, di israeliani che danzano con i palestinesi, e di pace possibile [G. Cattaneo]

La danza della pace possibile

Redazione

30 Agosto 2013 - 12.50


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di Giorgio Cattaneo.

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Ma gli americani che fanno? Quello che
hanno sempre fatto: la guerra. «Ora dovremo dare una bella
spazzolata alla Siria», diceva tempo fa un giovanotto, a cena ai
tavoli di una pizzeria, in una città del nord. Indossava una tuta
col tricolore e la scritta “Italia”. Era l’inizio del 2012: al
film delle armi chimiche mancava ancora un anno e mezzo. Eppure, era
come se il giovanotto lo conoscesse già: «Dovremo colpire la Siria
– ripeteva, con aria grave – perché poi, lo sappiamo, ci aspetta
lo scontro vero, quello con l’Iran». I commensali annuivano,
attoniti, fingendo di capire: strana fiaba nera, ambientata in una
geografia teoricamente prossima, mediterranea, eppure così remota e
oscura, infestata di pericoli e di nemici incomprensibili.

L’unico ambasciatore intellegibile,
tra i misteri di quelle latitudini infide, era appunto il giovanotto
con addosso la tuta militare – il solo volto amico momentaneamente
a portata di mano. Con in tasca un messaggio chiarissimo e
indiscutibile: guerra. Ma perché? Perché sì. Semplice: guerra
contro il perfido dittatore Assad, come necessaria premessa per poi
dare una lezione ai fanatici barbuti di Teheran.

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La città della pizzeria era Torino, e
proprio da Torino – millenni fa – secondo gli storici
transitarono i soldati siriani della legione incaricata dai Cesari di
presidiare la frontiera con le Gallie. Quei soldati siriaci,
reclutati dall’Impero Romano in cambio di una paga dignitosa,
restarono così a lungo sull’attuale territorio italiano – per
proteggerlo – che ebbero il tempo di erigere statue alle loro
divinità, nella valle in cui fu dislocato il contingente: la valle
di Susa
.
Vista da lontano, a volte, la storia può sembrare uno
scherzo, se gli stessi luoghi finiscono per fare notizia per motivi
imprevedibili, a distanza di secoli. Siriani e persiani: era “solo”
il 1951 quando il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq cacciò i
parassiti inglesi e nazionalizzò la Anglo-Iranian Oil Company, cioè
il petrolio del suo paese. La nomina a “uomo dell’anno”,
l’applaudita performance all’Onu e la visita concessagli dal
presidente Truman non gli valsero a superare l’embargo destinato a
strangolare l’Iran, che aveva osato rivendicare i propri diritti
sovrani, aspirando semplicemente alla sua quota legittima di futuro.

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Mossadeq fu deposto dai consueti
professionisti della guerra: un brutale golpe angloamericano rimise
al potere il despota, lo Scià, signore della più feroce polizia
segreta della regione. Di tutta questa storia, probabilmente, il
giovanotto in pizzeria con la tuta blu non sapeva granché; l’unica
cosa che pensava di sapere, forse, era che da molti anni l’Iran è
governato da orde di barbuti forsennati, quindi di razza inferiore,
verosimilmente medievali, primitivi e violenti. L’Iran, ovvero:
l’altopiano a ridosso del Vicino Oriente in cui, oltre sei secoli
prima di Cristo, comparve il pensiero di Zarathustra, primo
fondamento – sulla faccia della Terra – della nozione religiosa
occidentale, quella che riduce il rebus del mondo all’etica estrema
della lotta decisiva, e mai risolta, tra il principio del bene e
quello del male. Luce e tenebre: la sfida infinita che impone agli
adoratori di Ahura Mazda di difendere l’umanità dalle “buie
forze di Arimane”.

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Contro l’invisibile impero del male
si battè l’ultimo grande martire africano, il giovane Thomas
Sankara
: il suo paese, uno dei più poveri al mondo, non aveva
petrolio ma solo magri campi di cotone. Ci basteranno quelli, disse
alla conferenza panafricana di Addis Abeba nel 1987, purché la Banca
Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale la smettano di
ricattarci con le catene finanziarie del debito usuraio: a saldare il
conto deve bastare una volta per tutte, di fronte alla storia, la
memoria viva dei nostri antenati e il loro sangue di schiavi. Era
così convincente, Sankara, così onesto e quindi così pericoloso,
che lo misero a tacere per sempre, sparandogli, nel timore che la sua
predicazione – luce contro tenebre – potesse contagiare i
forzieri africani del Niger, della Mauritania, della Nigeria
petrolifera, del Senegal, del Congo, del Kenya, del Camerun, tutti
paesi in cui i giovani avevano cominciato a tifare per il coraggioso
leader del Burkina Faso, l’unico capo di Stato ad aver avuto il
fegato di chiedere formalmente la liberazione del prigioniero Nelson
Mandela
.

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Nel 2013, l’imperatore elettivo e
Premio Nobel per la Pace che siede sul trono di Lincoln, il
leggendario presidente assassinato dai cannibali proprio come Martin
Luther King e John Fitzgerald Kennedy, ora si affanna a tracciare
“linee rosse” inquinate con armi chimiche. Come se non sapessimo
che, già all’inizio del 2012, la vulgata circolante – persino
presso i soldati semplici della periferia imperiale – non prevedeva
altro che l’imminenza di inevitabili punizioni, non per forza
chirurgiche e tantomeno intelligenti come certi missili, o “pulite”
come la micidiale tempesta scatenata dai droni, gli aerei invisibili
senza pilota che macellano comodamente anche i bambini, dall’alto
dei cieli e in mezzo ai deserti, evitando così l’imbarazzo dello
strazio in mondovisione offerto dagli sventurati di Fallujah e di
Gaza, bruciati vivi dal fosforo bianco.

Come sospettavano gli zoroastriani
dell’Iran, il grande architetto che ha progettato lo spettacolo –
nonostante l’enorme vantaggio di cui dispone, fondato soprattutto
sull’arte antichissima della menzogna – non può avere sempre
partita vinta. Lo dimostrerebbe l’incredibile manifestazione di
autentica gioia liberatoria offerta da un video finito
miracolosamente su Internet, che mostra soldati israeliani in divisa
scatenarsi in una festa, insieme a coetanei palestinesi, in una
discoteca di Hebron. 

Li attenderà una dura punzione, avverte
l’amministrazione militare di Tel Aviv. Ma intanto quelle immagini
parlano da sole: demoliscono cent’anni di odio, senza bisogno di
parole. «Qui la gente vive bene, come dappertutto, finché non
arrivano i politici», dice il buon veterinario macedone al reporter
di guerra, nel film “Prima della pioggia”, pellicola che racconta
l’atroce mattatoio balcanico da una retrovia defilata, anch’essa
insidiata dal veleno nazionalista che minaccia di metter fine alla
secolare convivenza tra etnie, in quel caso slavi e albanesi.

I politici, questi politici: ridotti
quasi sempre a recitare una piccola parte, non potendo in realtà
decidere quasi nulla, essendo stato disabilitato – con la massima
cura – il loro rischioso rapporto democratico con la vasta plebe
degli elettori. L’epoca delle grandi decisioni, come sosteneva
Pasolini, è possibile che sia finita molto tempo fa, tra i rottami
dell’aereo che trasportava Enrico Mattei e il suo inaccettabile
paradigma
: pagare il giusto, anziché depredare i paesi petroliferi.
Morte violenta, allora. 

Oppure, boicottaggio spietato – come nel
caso di un altro grande italiano, Adriano Olivetti. Fine della
storia? Così ragliavano i falsi profeti, alla caduta dell’impero
sovietico. E invece la storia continua, se è vero che oggi l’immensa
macchina di propaganda dell’Occidente armato sembra essersi
inceppata, almeno per ora, di fronte al diniego della Germania, alla
fermezza della Russia e soprattutto allo schiacciante verdetto dei
sondaggi d’opinione: il cittadino medio occidentale, quello
bombardato a tradimento l’11 Settembre a New York, forse non ne può
più di sanguinose pagliacciate. 

Non si fida più della lingua
biforcuta dei media, e pretende un briciolo di verità. Probabilmente
non ne può più nemmeno della guerra, questa guerra asimmetrica e
senza fine, presentata come destino inevitabile. Voglia di luce,
contro l’asfissia della tenebra. Questo dice la danza sfrenata dei
giovani di Hebron, israeliani e palestinesi: non è detto che il
peggior futuro sia già scritto.

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