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John Forbes Kerry, un lacrimogeno sul viso

«Le bombe americane sono purificatrici. La tragedia è che gli americani ci credono.» [Stefania Elena Carnemolla]

John Forbes Kerry, un lacrimogeno sul viso

Redazione Modifica articolo

3 Settembre 2013 - 21.48


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di Stefania Elena Carnemolla

Le bombe americane sono diverse, democratiche, intelligenti, profumano di sandalo e gelsomino. Non come quelle di Bashar al Assad, presidente della Siria, che olezzano di fogna. Le bombe americane si sganciano e si giustificano, perché quelle americane sono purificatrici. La tragedia è che gli americani ci credono. Come il presidente americano Barack Hussein Obama il cui discorso pronunciato nel 2009 a Oslo durante la cerimonia per la consegna del Nobel per la Pace è un inno alla guerra estirpatrice del male – poco importa se le guerre americane puzzano di gas e petrolio – perché la guerra per Obama è nel destino del popolo americano, guida del mondo, forza moralizzatrice delle nazioni. Un discorso strappalacrime.

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Le bombe americane sono purificatrici. La tragedia è che gli americani ci credono. Come John Forbes Kerry, dal 2013 segretario di Stato di Obama e che nel 2009, inviato da Obama in Medio Oriente, s’attovagliò a Damasco con il presidente siriano Bashar al Assad in un bel ristorante al fumo di narghilè con fontana a stella con vasca turchese. E c’erano anche le mogli. Però ora che Kerry è stato promosso, vuole punire l’ex amico siriano perché è cattivo, crudele e lancia le bombe e pazienza se in giro per il mondo gli americani fanno di peggio o se in Siria ingozzano di armi e dollari i ribelli siriani, quelli che aprono il petto ai nemici, mangiandone il cuore.

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Ora che Kerry, figlio di un diplomatico del Dipartimento di Stato e di un’ex crocerossina della Seconda Guerra Mondiale, rampolla dei banchieri Forbes, è un uomo di potere, può dirlo: Bashar al Assad è come Hitler e Saddam. Cattivissimo. Bombardiamolo. Oh, bene, il Pantheon delle divinità negative degli americani s’arricchisce di un nuovo ospite, solo che stavolta la new entry è siriana. Sotto a chi tocca. Da quando Osama bin Laden giace in fondo al mare, Gheddafi riposa tra le sabbie libiche e Saddam ha lasciato il collo sul patibolo, sai che noia, a Washington. Kerry è in fondo una mente semplice, di qua i buoni, cioè, gli americani, di là i cattivi, gli amici di un tempo, gettati via quando non servono più.

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Kerry, i cui antenati a Shanghai commerciavano in oppio, deve invece cibarsi di fiore di loto, il fiore dell’oblio. Grande fustigatore dei vizi altrui, un po’ come Obama quando arringa il mondo con la sua retorica da predicatore della domenica, Kerry pare aver dimenticato, lui che ora si scaglia contro l’ex amico siriano accostandolo a Hitler e all’impiccato di Baghdad, delle delicatessen sganciate dagli americani su Hiroshima e Nagasaki per tacer del napalm e dell’agente Orange, il defogliante con cui Kennedy, Johnson e Nixon appestarono il Vietnam e che deformò i bambini, facendone dei mostri.

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Kerry, discendente di banchieri, diplomatici e commercianti, era in Vietnam quando gli americani seminavano morte. Il Vietnam? Brutta cosa, disse quella volta John Forbes Kerry, futuro marito in seconde nozze di Maria Teresa Thierstein Simões-Ferreira Heinz, vedova del senatore della Pennsylvania John Heinz III e ricca ereditiera dell’impero del ketchup Heinz.

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Però partì, era il 1967, dopo essersi arruolato volontario nei marines, andando a combattere fra il golfo del Tonchino e il delta del Mekong. Nel 1968 l’artista tedesco Wolf Vostell realizzò un collage con il bombardiere B-52 Stratofortress destinato a voli di lungo raggio e che gli americani, anche quando Kerry era in Vietnam, utilizzarono per bombardamenti a tappeto. Nel collage di Vostell il bombardiere non sgancia bombe ma rossetti rosso fuoco su un paese martoriato dalle bombe, quelle che Kerry, indaffarato com’è a fare le pulci a Bashar al Assad, sembra aver dimenticato.

Kerry, che oggi si batte perché il servizio militare sia obbligatorio, tornato dal Vietnam, per un po’ fece il pacifista, frequentando associazioni antimilitariste e marciando con la bella Jane Fonda contro la guerra. Nel 1971, prima che si congedasse, si piazzò con altri davanti al Congresso americano per protestare contro l’invasione del Laos. Disse di lui Richard Nixon, il falco è tornato dal Vietnam e s’è fatto colomba.

Mode che passano. Nel 2003 da senatore Kerry firmò la risoluzione per l’invasione dell’Iraq in salsa Bush. Firmò ma temerario dichiarò, non ero d’accordo, avrei preferito l’intervento di truppe Onu. Come quando odiava il Vietnam e partì per il Vietnam.

Oggi Kerry è in prima linea contro la Siria, che vorrebbe veder bombardata per punire l’Hitler di Damasco. Parla, Kerry, lui che il marcio ce l’ha in casa. Nel settembre 2010, nel distretto di Sangin, nella provincia di Helmand, in Afghanistan, alcuni marines si misero in posa per una foto ricordo facendosi ritrarre con la bandiera americana e un drappo blu notte con due grandi SS bianche fotocopia del logo delle Waffen SS di Hitler. Ma no, no, no, protestò qualcuno, tentando di nascondere la polvere sotto il tappeto quando ormai il vento era entrato nella stanza facendo volare tutto, in realtà significano Scout Sniper. Per carità, fu la risposta, non era comunque il caso d’imitare il logo dei commandos di morte hitleriani.

Forse Kerry era a giocare a bridge con Jane Fonda quando nel 1991 Bush padre lanciò la sua offensiva contro Saddam, facendo esplodere, la notte del 17 gennaio 1991, il cielo di Baghdad. “Durante la guerra del Golfo nel 1991”, così il reporter di guerra Thomas Seifert e il giornalista e scrittore Klaus Werner ne Il libro nero del petrolio, “partì un apparecchio ogni trenta secondi. Furono lanciate più di 250.000 bombe, 3000 delle quali sopra Baghdad: la forza esplosiva di tutti questi ordigni che colpirono il territorio in guerra corrisponde circa a sei delle bombe di Hiroshima”.

E ancora: “Il 24 febbraio 1991, due ore prima dell’alba, con un violento attacco di artiglieria inizia la guerra di terra, la cosiddetta operazione Desert Sabre (Sciabola del deserto). Una colonna di carri armati, della lunghezza totale di 20 km, è in movimento verso il Kuwait, i giovani soldati salutano con la mano i giornalisti, formando con il dito medio e l’anulare il segno della vittoria.

L’Aeronautica sferra 1200 attacchi sulla fanteria e sui mezzi corazzati, bombe al napalm, a frammentazione, s’impiegano le più moderne tecnologie a disposizione per l’annientamento, e una pioggia di acciaio cade sugli iracheni.

Comincia la tremenda fuga di un intero esercito, molti soldati però non hanno neanche la possibilità di arrendersi. Carri armati dotati di una sorta di aratro procedono spianando le trincee irachene, seppellendo vivi nel loro andare centinaia di soldati. La dottrina dell’allora generale a quattro stelle e capo di Stato Maggiore, in seguito ministro degli Esteri americano, Colin L. Powell, recita: se si fa una guerra, bisogna farla in fretta, assicurandosi la vittoria con una schiacciante superiorità tecnologica”.

Colin L. Powell, quello che nel 2003 da segretario di Stato di Bush figlio, poco prima dell’invasione dell’Iraq, tirò fuori davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una finta provetta dicendo ecco le armi di Saddam. Un po’ come quando il 20 agosto 1998 alcuni missili americani distrussero la fabbrica di medicinali al Shifa, in Sudan, perché era una fabbrica di gas nervino. Non era vero. La Casa Bianca con Bill Clinton disse che la Cia aveva trovato tracce di gas nervino nel terreno poco fuori la fabbrica. Tempo dopo si scoprì che la Cia aveva costruito prove false, contaminando altrove un campione di terra. “Non c’era alcuna prova che l’impianto producesse o immagazzinasse gas nervino”, fu, infatti, l’accusa. Né era vero che la fabbrica fosse in affari con Osama bin Laden, che ai tempi viveva a Khartoum. Dopo il bombardamento molti in Sudan morirono per mancanza di medicinali, quelli che la fabbrica al Shifa produceva da anni.

Nel 1999, dopo un’indagine del Bureau of Intelligence and Research, il New York Times scrisse: “Ora gli analisti hanno rinnovato i loro dubbi e hanno detto all’assistente del segretario di Stato Phyllis Oakley che le prove false fornite dalla Cia, sulle quali fu basato l’attacco, erano inadeguate. Oakley chiese loro di controllare nuovamente, poiché ci potevano essere altre informazioni che non avevano visto. La risposta arrivò presto, non c’erano ulteriori prove. Oakley convocò tutto il suo staff e tutti concordarono sul fatto che contrariamente a ciò che diceva l’amministrazione, le argomentazioni che collegavano al Shifa a bin Laden o ad armi chimiche erano deboli”.

Una lezione, quella di Clinton, che Kerry sembra aver mandato giù a memoria, lui che oggi annuncia al mondo che l’America ha in mano le prove che Bashar al Assad ha usato armi chimiche. La storia di Kerry, che nel 2009 a Damasco banchettava con Bashar al Assad, l’uomo che oggi vuole bombardare, ricorda in parte quella di Donald Rumsfeld.

Nel dicembre del 1983, durante la guerra contro l’Iran, quando Saddam ancora possedeva armi come gas mostarda, sarin, tabun, soman e altri aggressivi chimici, non che l’Iran non ne avesse di sue, Rumsfeld raggiunse Baghdad come inviato del presidente americano Ronald Reagan per stringere rapporti con Saddam, che si sperava uscisse vittorioso dal conflitto contro l’Iran dell’ayatollah Khomeini. “Il fatto che negli anni Ottanta Saddam fosse in possesso di armi chimiche lasciava indifferenti i politici americani”, così, tempo fa, Thomas S. Blanton, direttore del National Security Archive. Nel 2003, ormai segretario della Difesa di Bush figlio, Rumsfeld ordinò, pur in assenza di armi chimiche, l’attacco contro Saddam, l’uomo cui anni prima aveva stretto la mano a Baghdad quando questa davvero puzzava di gas mostarda, sarin, tabun, soman.

Le armi chimiche di Bashar al Assad ancora non si trovano, ma Kerry vuole il sangue. Né lui né Obama sanno ormai, tramontati i sogni di gloria, perché colpire la Siria. Un po’ come quando prima dell’invasione dell’Iraq i conservatori s’accapigliarono attorno a Bush figlio per decidere, visto che le armi chimiche di Saddam non c’erano, il perché dell’attacco.

Siria e armi chimiche, tempo fa Gregory Koblenz, uno specialista di guerra chimica e biologica del Council on Foreign Relations, ha rivelato che negli Stati Uniti le prime accuse a Bashar al Assad sull’uso di armi chimiche si sono basate su prove a dir poco sorprendenti. Fra queste un video di provenienza ignota dove si vedono pazienti di un ospedale siriano in preda a reazioni non necessariamente riconducibili al sarin e che anzi potrebbero essere state semplici reazioni a sostanze d’ambiente ospedaliero. E ancora, campioni di terra e tessuto umano sarebbero stati portati in laboratori inglesi e statunitensi e qui sottoposti ad analisi. Inquinare campioni con sarin è un gioco da ragazzi, ha fatto capire Koblenz, e poi nessuno sa da dove venissero. Un po’ come quando in Sudan la Cia avvelenò campioni di terreno cospargendoli altrove di gas nervino.

Una situazione imbarazzante, quella di oggi, tanto da spingere Gary Schmitt, condirettore del Marilyn Ware Center for Security Studies dell’American Enterprise Institute, a chiedere tempo fa alla Casa Bianca d’intervenire militarmente anche in assenza di armi chimiche. L’American Enterprise Institute di Washington è un think tank conservatore, già fucina di consiglieri dell’amministrazione Bush e che oggi sia uno di loro a spingere per un attacco, sventolando contestualmente la solita foglia di fico dei corridoi umanitari, non deve meravigliare.

Tutto cambia in America, perché nulla cambi, gli uomini vanno e vengono, cambiano i loro volti, ma non le loro idee, che sanno di guerra e menzogna, come insegna la storia di John Forbes Kerry, il moralizzatore della Siria, che in Vietnam era là, armi in pugno, fra napalm e agente Orange.

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