di Pino Cabras.
Lunedì 20 luglio 2026, ore 14:30, sala stampa della Camera dei deputati. Carlo Calenda, Pina Picierno, Marco Lombardo, Federica Onori e la tesoriera di Europa Radicale Federica Valcauda presentano il progetto di legge “STOP alla propaganda russa in Italia”, corredato da un dossier il cui titolo merita di essere assaporato con calma: “La Peste Putiniana”.
Fermiamoci sul titolo, perché i titoli sono confessioni. Chi nomina una peste ha già prescritto la terapia: quarantena, cordone sanitario, disinfestazione. Con una peste mica si discute, e nemmeno si vota, figuriamoci se ci si confronta in un’aula parlamentare: l’unico approccio è eradicarla. La metafora medica applicata agli avversari politici ha una genealogia lunga e sinistra, e chi la maneggia dovrebbe almeno avere la decenza di conoscerla. Qui invece viene brandita da questi improbabili medici della peste con l’entusiasmo del neofita, come se patologizzare il dissenso fosse un’invenzione fresca di giornata e non il gesto inaugurale di ogni stagione di caccia all’untore.
I proponenti diranno che si tratta di ben altro: c’è un regolamento europeo che vieta la diffusione dei contenuti di Russia Today, il governo non lo attua, il progetto di legge colma la lacuna, pazienza se esiste una Costituzione con l’art. 21. Tutto qui, tecnica legislativa voodoo-bonsai. Prendiamoli sul serio per un momento, perché è esattamente così che comincia sempre: con un perimetro stretto, tecnico, retoricamente legalistico. Il problema è che questo film lo abbiamo già visto, per intero, dai titoli di testa a quelli di coda. È stato proiettato in Ucraina lungo vent’anni, e conoscere quella trama è il solo modo per capire cosa ci viene proposto oggi a Roma.
La grammatica prima della guerra
Chi giustifica ogni misura ucraina con l’invasione del 2022 dovrebbe spiegare come mai la macchina della stigmatizzazione fosse già a pieno regime molto prima. Nel 2004, alla cosiddetta Rivoluzione Arancione (una delle tante maxi ingerenze oligarchiche occidentali), il conflitto elettorale venne immediatamente codificato come scontro di civiltà: da una parte il presunto “candidato del Cremlino” Janukovyč, dall’altra Juščenko, che la propaganda avversa dipingeva come burattino dei fascisti, non con fatica vista la densità di simboli di ascendenza nazista che accompagnavano i comizianti. Nessuna delle due parti trattava l’altra come avversario politico: ciascuna la trattava come emanazione di una potenza straniera. La Corte Suprema – anticipando di vent’anni quel che poi successe anche in Romania fra i tripudi di Picierno e Calenda – annullò quel voto. In fondo l’Ucraina era il terzo contingente della coalizione che occupava l’Iraq per numero di soldati inviati in quella sciagurata guerra occidentale: a Kiev sempre più pezzi dell’establishment avevano un filo diretto con chi voleva una grammatica politica che avrebbe avvelenato tutto il ventennio successivo.
Nel 2010 il salto di qualità. Gli accordi di Kharkiv erano un negoziato da manuale: proroga della flotta russa a Sebastopoli in cambio di gas scontato. Con l’occhio della corrente filo-atlantista si poteva giudicarli un pessimo affare, e molti lo fecero. L’opposizione scelse invece un’altra strada: la parola d’ordine nei cartelli davanti alla Rada era “zrada”, tradimento. La seduta di ratifica si svolse tra fumogeni, risse e lanci di uova contro il presidente del parlamento, riparato dai deputati con gli ombrelli. Tenete a mente questa scena, perché il seguito è istruttivo: nel 2021, undici anni dopo, il Consiglio di sicurezza nazionale ucraino incaricò i servizi di verificare se quel voto parlamentare, espresso da 236 deputati eletti su un trattato internazionale firmato da un presidente eletto, costituisse alto tradimento. La qualificazione urlata in piazza era diventata anni dopo un fascicolo giudiziario. Ecco il ciclo completo: prima il negoziato viene chiamato tradimento, poi il tradimento viene iscritto a registro.
Nel 2012 toccò alla legge sulla lingua russa: scontri di piazza, e la scelta di riconoscere uno status ufficiale alla lingua parlata da metà del Paese trattata come atto di russificazione eterodiretta. Dopo Euromaidan, il nuovo regime come primo atto volle eliminare lo status linguistico in cui intere regioni improvvisamente diventavano figlie di un Dio minore.
Tre episodi, tre ambiti diversi (elezioni, politica estera, politica linguistica), un solo schema: il dissenso ricodificato come ingerenza.
La parabola del Partito delle Regioni
Se serve un caso di studio su dove porta quella grammatica quando la si percorre fino in fondo, eccolo. Il Partito delle Regioni non era una cellula del Cremlino annidata nei sottoscala: era il più grande partito d’Ucraina, 450 mila iscritti nel 2013, vincitore delle politiche del 2006 e del 2012, affiliato fino al 2014 all’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici, la stessa famiglia europea del PD che annoverava nelle proprie fila la Picierno. Rappresentava una delle due Ucraine elettorali che, come ricorda il Wilson Center, si fronteggiarono quasi alla pari dal 2004 al 2014: l’Ucraina “blu” del sud-est contro quella “arancione” del centro-ovest. Un paese spaccato, dove l’unica possibilità di sopravvivere come paese era il compromesso.
Era anche, sia chiaro, un partito non immune alle influenze delle tipiche oligarchie post-sovietiche, così come era oligarchica e cleptocratica la fazione filoatlantista. Chi scrive non ha nostalgie da vendere. Ma proprio qui sta il punto che i nostri importatori di modelli preferiscono non vedere: la risposta ucraina non fu processare le condotte, i brogli, le ruberie, le violenze, cioè fare i conti con un pezzo di classe dirigente attraverso lo Stato di diritto. La risposta fu ricodificare geopoliticamente un intero campo politico ed elettorale. Il partito si disintegrò nel ciclo violento aperto nel 2014, i suoi dirigenti fuggirono o si riciclarono, la legge di lustrazione dell’ottobre 2014 escluse dagli uffici pubblici per categoria, senza prova di condotta individuale, chiunque avesse servito sotto il presidente legittimo Janukovyč per più di un anno: la Commissione di Venezia avvertì nel 2015 che un simile meccanismo apriva la porta a esclusioni arbitrarie e a regolamenti di conti politici. Non fu ascoltata.
Il sigillo finale arrivò il 21 febbraio 2023, quando un tribunale amministrativo ha messo formalmente al bando il Partito delle Regioni: un partito che non partecipava a elezioni dal 2012 e che aveva cessato di esistere da nove anni e che un tempo dava rappresentanza alla metà di un paese di oltre 40 milioni di abitanti. Si è processato un morto per cancellarne la memoria. I romani la chiamavano damnatio memoriae, e almeno non fingevano che fosse una misura di sicurezza.
La scala, gradino per gradino
Tra la retorica del 2004 e il bando postumo del 2023 c’è una scala che vale la pena percorrere gradino per gradino, perché ogni gradino ha reso normale il successivo. Dal 2014 opera il sito Myrotvorets, la lista di proscrizione dei “nemici dell’Ucraina” che pubblica dati personali, indirizzi e famigliari degli schedati: nel 2016 vi finirono in blocco i dati di 4.508 giornalisti di tutto il mondo, colpevoli di aver raccontato il Donbass anche dall’altra parte della linea, al punto che gli ambasciatori del G7 protestarono formalmente. Quando qualcuno veniva eliminato fisicamente, il database lo annotava con macabro giubilo. Nel 2015 il giornalista Ruslan Kotsaba fu arrestato e incriminato per alto tradimento per un video in cui chiedeva di fermare la mobilitazione e definiva quella del Donbass una guerra fratricida: Amnesty International lo dichiarò prigioniero di coscienza. Chiedeva un negoziato, e chiedere un negoziato era diventato reato. Sempre nel 2015 la decomunistizzazione mise fuori legge un partito che tre anni prima aveva preso addirittura il 13 per cento: in Italia oggi sarebbe il terzo partito. Nel febbraio 2021, un anno prima dell’invasione, tre canali televisivi che coprivano quasi metà dell’audience informativa via cavo furono chiusi per decreto presidenziale, senza passaggio in tribunale, come notò Human Rights Watch. Nel marzo 2022, infine, la sospensione in blocco di undici partiti, compreso il principale partito di opposizione con i suoi due milioni di voti.
Il sociologo ucraino Volodymyr Ishchenko, che nessuno può accusare di simpatie per il Cremlino, ha descritto il meccanismo con precisione chirurgica: dopo il 2014 l’etichetta di “filorusso” ha progressivamente esteso il proprio significato fino a includere qualunque forza in contrasto con la leadership affermatasi dopo Maidan, e tra i partiti messi al bando figurano gruppi i cui legami con Mosca sono semplicemente indimostrati. L’etichetta, nata come descrizione, è diventata un dispositivo: chiunque disturbi finisce nel perimetro.
L’Italia non è un Paese post-sovietico
E qui arriviamo al nodo che i presentatori del PdL dovrebbero sciogliere prima di ogni altra cosa. In Ucraina quella macchina spietata aveva almeno un aggancio con la realtà sociale: un Paese i cui confini furono disegnati da Mosca in tre riprese (il Donbass aggregato alla repubblica sovietica ucraina negli anni Venti, la Galizia e la Transcarpazia annesse da Stalin tra il 1939 e il 1945, la Crimea trasferita da Chruščëv nel 1954), con una minoranza russa etnica attorno al 17 per cento all’ultimo censimento, un bilinguismo di massa, due chiese ortodosse in guerra tra loro, memorie del Novecento inconciliabili e una geografia elettorale spaccata in due per vent’anni. Lì l’etichetta “filorusso”, per quanto usata come arma, colpiva anche una comunità in carne e ossa: mezza nazione.
L’Italia non ha niente, letteralmente niente, di tutto questo. Nessun confine tracciato dall’URSS, nessuna regione russofona, nessuna minoranza nazionale russa, nessuna faglia etnico-linguistica, nessuna chiesa scismatica, nessuna mappa elettorale orientata a est. E allora la domanda si fa semplice: se manca il substrato, che cosa colpirà da noi l’etichetta di “filorusso”? La risposta è obbligata, perché per sottrazione resta una sola categoria disponibile: l’opinione. In Ucraina il dispositivo stigmatizzava, insieme al dissenso, una comunità reale; in Italia, dove la comunità non esiste, può stigmatizzare soltanto il dissenso. Il “putiniano” italiano è per costruzione un cittadino italiano che la pensa diversamente sulla guerra, sul riarmo, sul negoziato.
Ecco perché parlo da tempo di ucrainizzazione dell’Europa, in un articolo che ha circolato ben oltre i nostri confini: perché si sta importando la grammatica di guerra di un Paese in guerra dentro Paesi che in guerra non sono, allo scopo di prepararli ad accettarla. Il modello polarizzante non serve a difendere l’Italia da una faglia che non c’è: serve a fabbricarla, perché il potente Partito del Riarmo vuole riformattare con logica questurina gli strumenti e i luoghi in cui si è finora liberi di discutere, investe tutto su questo e ha un disperato bisogno di un nemico interno. Senza untori non si giustificano i lazzaretti, e senza lazzaretti non si giustificano i bilanci di guerra che stanno divorando welfare, industria e risparmio degli europei.
Le domande che aspettano ancora risposta
C’è infine una questione di credenziali, perché chi si candida a certificare la purezza informativa altrui dovrebbe esibire le proprie. La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, oggi in prima fila alla Camera, è la madrina entusiasta di “Slava Evropi”, il giornale in lingua ucraina edito da Linkiesta insieme alla testata ucraina Evropeiska Pravda e presentato, parole sue, come iniziativa “in collaborazione con il Parlamento Europeo”: cioè con l’istituzione di cui lei stessa è vicepresidente. Evropeiska Pravda, dal canto suo, dichiara apertamente di reggersi sul sostegno finanziario di donatori internazionali di matrice atlantista, a cominciare dallo European Endowment for Democracy. E su Linkiesta, il giornale dove scrive il marito della vicepresidente, resta sospesa la domanda che ho posto già quasi due anni fa e che nessuno ha mai voluto raccogliere: che cosa sono gli “accordi editoriali” che nel bilancio 2023 costituivano circa il 57 per cento dei ricavi della società editrice, e sui quali la nota integrativa non spende una parola?
Sono domande, non accuse, e proprio per questo sono scomode. Perché mettono a nudo il criterio. Se il finanziamento estero dell’informazione è di per sé la prova dell’ingerenza, allora il criterio va applicato a tutti, e il network che fa capo alla vicepresidente dell’Europarlamento dovrebbe essere il primo a pubblicare ogni flusso, ogni convenzione, ogni contratto. Se invece il criterio vale in una sola direzione, allora non stiamo parlando di finanziamenti: stiamo parlando di linea politica. E il progetto di legge presentato oggi non è uno strumento di igiene informativa, ma il primo gradino italiano di una scala che a Kiev conosciamo già per intero: si comincia vietando una emittente straniera che da noi nessuno vede, si prosegue schedando i giornalisti che fanno domande, si finisce col processare il negoziato come tradimento.
La peste, in questa storia, c’è davvero. È l’economia politica della guerra permanente, che ha bisogno di untori immaginari per non dover discutere dei propri numeri reali. Il dossier giusto da presentare alla Camera avrebbe un altro titolo: la peste del riarmo. Ma per quello, temo, non ci sarà nessuna conferenza stampa, per ora. Ecco perché è urgente portare in parlamento la voce della pace. Ed è proprio questo il rischio che il maccartismo-piciernismo vuole evitare davvero, per conto terzi.
Alla faccia dell’allegra combriccola che oggi spanderà russofobia in Parlamento, sono ancora più lieto di annunciare che domenica 26 luglio al congresso straordinario di DSP, a Roma, ci sarà un dibattito con Francesco Toscano e il politologo russo Sergej Karaganov. Conoscere direttamente quelle posizioni è molto più utile che far replicare anche a Ovest ai Zelensky-ma non-posso italioti i meravigliosi successi per il proprio popolo realizzati a Est.