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La Moneta Fiscale: una terza via tra austerità e uscita dall'euro

'La moneta complementare all’euro: i Certificati di Credito Fiscale. Una soluzione innovativa in luogo dell''austerity [Stefano Sylos Labini]'

La Moneta Fiscale: una terza via tra austerità e uscita dall'euro

Redazione

25 Gennaio 2017 - 22.55


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di Stefano Sylos Labini*.

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Premessa

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Le regole su cui si
fonda l’euro impediscono di attuare politiche economiche espansive per
rilanciare la nostra economia. Per questo dobbiamo uscire dalla trappola che ci
sta facendo affondare. Però, il nostro Paese in una fase di crisi così pesante
farebbe bene ad evitare uno scontro frontale con l’Europa come potrebbe
accadere se si decidesse di uscire dall’euro in modo unilaterale. Il percorso
di uscita potrebbe avere effetti molto negativi sia nella fase che lo precede
sia nel periodo immediatamente successivo.

Con una moneta complementare all’euro si
potrebbero evitare contraccolpi che sarebbero nefasti su quella parte di
popolazione che già oggi si trova in grande difficoltà.
Nel tempo la moneta complementare potrebbe perfino sostituire
l’euro creando le condizioni per un’uscita “morbida” dalla moneta unica qualora
ciò si ritenesse utile o necessario. Ma potrebbe anche costituire uno schema
permanente all’interno dell’euro, adottabile dall’Italia e da altri Paesi
dell’Eurozona in crisi, per assorbire la disoccupazione, risanare i bilanci
pubblici e gestire in modo civile gli imponenti flussi migratori che si stanno
riversando sul continente europeo.

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1. La moneta
complementare all’euro: i Certificati di Credito Fiscale

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I
Certificati di Credito Fiscale (CCF[1]
sono titoli che danno il diritto ad ottenere sconti fiscali futuri (nel nostro
progetto dopo due anni dall’emissione) e non hanno nulla a che fare con la
famosa supply-side theory
di Arthur Laffer
che si basa su massicci tagli alle
tasse alle classi benestanti. L’aggancio alle tasse è un modo per assicurare un
controvalore monetario certo ai CCF la cui funzione fondamentale è quella di
aumentare immediatamente la capacità di spesa dell’economia e quindi la domanda
pubblica e privata, la produzione, l’occupazione e gli investimenti delle
imprese. La riduzione delle tasse invece è un fenomeno che avviene dopo due
anni dall’emissione.

I CCF non sono debito in quanto non sussiste alcun
impegno, da parte della pubblica amministrazione, a rimborsarli in euro.
Incidono sul gettito fiscale futuro, ma questo effetto viene più che compensato
dalla ripresa dell’economia che sarà innescato dall’espansione fiscale oppure,
se la ripresa fosse insufficiente, dalle clausole di salvaguardia predisposte
per evitare l’aumento del deficit e del debito pubblico.

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2. Il piano
A della convertibilità dei CCF

Nel progetto della
moneta fiscale abbiamo proposto la libera convertibilità dei CCF in euro sui
mercati finanziari
. Se prendiamo ad esempio un titolo come il CTZ a due
anni, prevediamo che il tasso di sconto sarà piuttosto contenuto (non superiore
al 5% annuo) e tenderà ad azzerarsi via via che si avvicina la data di scadenza
ossia la possibilità di utilizzare i CCF per ottenere gli sconti fiscali. Però,
sarebbe prudente predisporre un market
maker
o “compratore di ultima
istanza”
che dovrebbe intervenire se lo sconto aumentasse oltre certi
limiti e cioè se i CCF dovessero svalutarsi in modo eccessivo rispetto
all’euro. Solo Banca d’Italia e Cassa Depositi e Prestiti hanno capacità
di intervento sebbene non dispongano di risorse illimitate. Infine, nell’opzione
della convertibilità è vitale che ci sia un accordo con il sistema bancario che
si deve impegnare per garantire il successo dell’operazione convertendo tutti i
CCF che vengono portati allo sconto (le banche potranno ottenere un guadagno
dalle commissioni). Una volta effettuata la conversione, i pagamenti vengono
effettuati in euro che rimane la moneta utilizzata negli scambi di merci e
servizi.

3. Il piano  B dell’inconvertibilità dei CCF

All’estremo opposto, i
CCF potrebbero essere non convertibili in euro in modo da funzionare
come una vera moneta complementare poiché i pagamenti sarebbero effettuati
direttamente con i titoli fiscali.

Nel corso dei nostri contatti con la Ragioneria
Generale dello Stato (RGS), ci è stato espresso il dubbio che, mentre è certo
che i CCF all’atto dell’emissione non concorrano ad aumentare il deficit pubblico annuo, potrebbero
invece dover essere ricompresi nello stock di debito pubblico nel caso in cui vengano acquistati e restino nel
possesso di istituti di credito. Da quanto abbiamo capito, il dubbio nasce dal
fatto che gli istituti di credito devono registrare il possesso dei CCF
all’attivo del proprio bilancio. L’Istat,
ricevendo le relative comunicazioni, deve a questo punto prendere atto
dell’esistenza di questi titoli e quindi registrare il corrispondente impegno
del settore pubblico come componente del debito.

Questo tema non ci è risultato chiaro e non ci sono
stati forniti precisi riferimenti normativi o regolamentativi. Ci appare
illogico che uno stesso titolo sia o non sia debito in funzione di chi lo
detiene (una banca o un altro soggetto), dal momento che la natura del titolo è
esattamente la stessa. Inoltre, la previsione cui fa richiamo la RGS sembra
contravvenire alle regole europee stabilite in materia. [2]

Per questi motivi abbiamo ipotizzato uno schema in base
al quale l’utilizzo dei CCF non avvenga per il tramite della conversione in
euro mediante cessione sul mercato finanziario, ma funzionino direttamente come
mezzo di pagamento per effettuare
acquisti di merci e servizi. Ciò anche alla luce del fatto che le fasce sociali
disagiate e i lavoratori a basso reddito potrebbero trovare poco pratico e/o
poco conforme alle loro abitudini effettuare una vendita di CCF contro euro
passando per meccanismi di mercato finanziario. Si potrebbe pertanto prevedere
che tali soggetti ricevano CCF sotto forma di accrediti su una carta
elettronica ad essi intestata e che possano spendere tali disponibilità
direttamente.
In
sostanza i CCF funzionerebbero come “buoni spesa” e permetterebbero di evitare
l’uso del contante.

Affinché ciò sia possibile, si dovrebbe realizzare un sistema di accordi con una serie di
operatori commerciali e imprenditoriali
che svolgono attività di vendita di
beni e servizi al pubblico su vasta scala, che si possono rendere disponibili
ad accettare CCF come forma di pagamento in cambio dei beni e servizi venduti.
Tra questi operatori potrebbero annoverarsi: soggetti della grande
distribuzione organizzata; società di erogazione di acqua, gas ed elettricità;
catene di distribuzione di carburanti; compagnie assicurative attive (tra le
altre cose) nella vendita di polizze RC auto obbligatorie; strutture pubbliche
o convenzionate che forniscono servizi sanitari; ecc.

Tutti i soggetti sopraindicati hanno flussi rilevanti e
continui di pagamenti verso la pubblica amministrazione, non solo a titolo di
imposte dirette ma anche e soprattutto di IVA, nonché di imposte e contributi
versati in conseguenza dei rapporti di lavoro dipendente (anche come sostituto
d’imposta per conto del loro personale). Tali soggetti avrebbero pertanto la
certezza di utilizzare i CCF acquisiti per conseguire sconti fiscali futuri,
anche senza passare attraverso la loro conversione sul mercato finanziario.

Naturalmente, l’accettazione da parte di tali operatori
di uno strumento utilizzabile come sconto fiscale soltanto a due anni
dall’emissione, e caratterizzato da un grado di liquidità inferiore rispetto
alla moneta legale, richiederebbe che si remunerasse con un tasso d’interesse
positivo chi lo accettasse in pagamento contro beni e servizi. [3]

Si potrebbe quindi prevedere che i CCF utilizzati via
carta elettronica maturino un tasso d’interesse, corrispondente al tasso di
attualizzazione finanziaria in caso di cessione, per far sì che l’opzione
“pagamento in euro” o “pagamento in CCF” sia neutrale e quindi
indifferentemente accettata dall’operatore commerciale che avrebbe la
possibilità di espandere le proprie vendite.

Dunque, l’opzione
dell’inconvertibilità se da un lato rende lo strumento meno liquido provocando
problemi di accettazione, dall’altro lato:

1. ci mette al riparo
dal rischio di una svalutazione eccessiva dei titoli fiscali nei confronti
dell’euro [4];

2, evita di chiamare in causa le banche che potrebbero
essere attaccate dall’Europa;

3. scongiura la possibilità di pagare in nero assicurando che tutta la moneta
fiscale sia destinata alla spesa di beni e servizi;

4. garantisce che la
manovra abbia il maggiore impatto possibile all’interno del territorio
nazionale poiché saranno solo le imprese che pagano le tasse nel nostro Paese
ad accettare i CCF come mezzo di pagamento. In tal modo, si viene a ridurre la
spinta verso le importazioni che inevitabilmente l’espansione della domanda
interna porta con se. Inoltre, la possibilità di fare pagamenti in CCF permette
di liberare euro che possono essere utilizzati per altri scopi (importazioni,
riequilibrio di bilancio, pagamento dei debiti).

In conclusione, l’opzione
dell’inconvertibilità richiede la costituzione
di un circuito commerciale
in cui le imprese che aderiscono si impegnano ad
accettare CCF come mezzo di pagamento in luogo degli euro. Ma se funziona il Sardex [5]
perché non potrebbero funzionare i CCF che hanno dietro lo Stato ?

* Il presente articolo è stato sviluppato anche attraverso il contributo di Biagio Bossone e Marco Cattaneo.


NOTE


[1] Cfr. S. Sylos
Labini, Fuori dall’austerity con la moneta fiscale, «Left», 7
ottobre 2016.


[2]
Il Sistema Eurostat SEC 2010, reso
esecutivo con il Regolamento n. 549 / 2013 (cfr. in particolare i paragrafi
5.05 e 5.06) configura senza ambiguità i CCF come credito tributario “non
pagabile” in quanto non soggetto a essere rimborsato in cash. Questo strumento,
ancorché se ne debbano valutare gli effetti nei documenti di programmazione in
termini di “minori entrate” previste, non può in alcun modo essere qualificato
come “spesa” né come “debito” nella contabilità pubblica e nei documenti
consuntivi di finanza pubblica. Si veda al riguardo anche la
Eurostat Guidance Note
del 29 agosto 2014.

[3] Si
osservi, pertanto, che qualunque sia il canale di utilizzo dei CCF (con o senza
conversione sul mercato finanziario), nella misura in cui essi a) impongono un
differimento all’esercizio del diritto che incorporano (sconto fiscale) e b)
hanno liquidità inferiore a quello della moneta legale, la loro accettazione
richiede necessariamente l’applicazione di un tasso d’interesse (implicito o
esplicito).


[4]
Un’eventualità del genere potrebbe verificarsi se l’emissione
della moneta fiscale venisse considerata dai mercati finanziari come un passo
verso l’uscita dall’euro oppure potrebbe avere luogo nella prima fase della
manovra dove è probabile che prevalgano i venditori (persone/imprese che
vogliono euro e cedono CCF) sui compratori. Ciò determinerebbe una crescita
indesiderata dello sconto e quindi una perdita di valore dei CCF nei confronti
dell’euro depotenziando la manovra espansiva.

[5]
Alessandro Gilioli, Così il Sardex conquista L’Italia, «L’Espresso», 1
agosto 2016.  

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