Rischi e perché della guerra economica Usa-Cina

La guerra economica tra Stati Uniti e Cina è davvero partita il 6 luglio. Cosa ci guadagna Trump e cosa ci perde l’America. [Vincenzo Comito]

Vincenzo Comito | Rischi e perché della guerra economica Usa-Cina

Vincenzo Comito | Rischi e perché della guerra economica Usa-Cina

di Vincenzo Comito


 


La guerra economica tra Stati Uniti e Cina, nell’ambito di una offensiva commerciale più vasta scatenata da Trump contro quasi tutto il resto del mondo, è dunque partita davvero, il 6 luglio, nonostante lo scetticismo e l’incredulità di molti. Sull’argomento sono state scritte molte migliaia di pagine e sono state dette moltissime cose. Cercheremo quindi di concentrare la nostra attenzione, per la gran parte, su alcuni degli argomenti meno esplorati dai media.


 


Le motivazioni di Trump


Ci si è a lungo interrogati sulle ragioni di queste iniziative di Trump.


La spiegazione ufficiale fornita dal presidente è quella che sono presenti degli squilibri inaccettabili nella bilancia commerciale del Paese con la controparte asiatica, mentre per di più le imprese cinesi rubano con la frode o con contratti iniqui le tecnologie americane, mentre intanto le imprese Usa vengono bloccate nei loro tentativi di penetrazione del mercato cinese e mentre infine la Cina sostiene con grandi aiuti statali lo sviluppo delle nuove tecnologie da parte delle imprese locali.


Ma queste motivazioni non sembrano tenere conto, tra l’altro, del fatto che circa il 50% delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti sono fatte da imprese statunitensi e che, più in generale, oggi le catene del valore dei singoli prodotti sono molto complesse e che spesso la loro produzione tocca oggi anche 10-20 Paesi.


Per altro verso e più in generale, come ci ricorda Paul Krugman (Krugman, 2018), Trump e soci fanno affermazioni sugli effetti delle loro politiche che non hanno alcun riscontro nella realtà: Trump inventa cose di sana pianta e i suoi consiglieri di solito raccontano trionfi economici immaginari.


In realtà al di là delle dichiarazioni ufficiali (alcune delle quali analizzeremo più avanti) si intravedono almeno due altre motivazioni forti nel comportamento di Trump.


La prima è quella che gli Stati Uniti, la potenza sino a ieri fortemente egemone, non vuole rassegnarsi all’ascesa di una potenza alternativa, la Cina, che ha già superato le dimensioni del Pil Usa – almeno utilizzando il criterio della parità dei poteri di acquisto – , nonché i volumi del suo commercio estero, mentre il Paese va avanti velocemente nel suo inseguimento degli Usa nel settore delle tecnologie avanzate, anche se ancora, in alcuni settori, quali i chip e la produzione di aerei civili, il percorso da fare appare abbastanza lungo. Ma la crescita del Paese sembra ormai inarrestabile.


Da questo punto di vista, il problema della lotta per non perdere il dominio del mondo sarebbe venuto fuori inevitabilmente, magari in forme diverse, anche con una presidenza Hillary Clinton. Nessuna grande potenza ha mai accettato pacificamente la perdita del primato, se non in circostanze eccezionali, come è stato nel Novecento per la Gran Bretagna, che ha dovuto cedere il potere agli Usa per forza maggiore con la seconda guerra mondiale.


Siamo ad un punto cruciale e delicato nella storia, quando una potenza è in declino e un’altra sta plausibilmente prendendone il posto, in un più vasto processo in atto di “orientalizzazione” del mondo. È, tra l’altro, noto che nel 2017 i Paesi emergenti, utilizzando sempre il criterio della parità dei poteri di acquisto, hanno prodotto quasi il 60% del Pil mondiale, con una tendenza a un’ulteriore, rapida crescita di tale valore.


Ma sembra che nessuno negli Stati Uniti, almeno sino ad oggi, sia riuscito a trovare un rimedio adeguato a questo andamento e forse in effetti un rimedio non c’è.


La seconda motivazione di Trump, di tipo più congiunturale, sembra essere quella che, attraverso anche toni patriottici esasperati, egli cerca di guadagnare dei consensi nell’elettorato in vista delle elezioni di medio termine a novembre e delle prossime elezioni presidenziali. Quest’ultima motivazione contribuirebbe forse a spiegare anche perché, invece di prendersela con la sola Cina, il presidente attacca anche i suoi alleati più fedeli, con minacce in qualche modo analoghe.


Ma chissà. Noi cerchiamo sempre di trovare delle risposte razionali a quello che accade, ma a volte quelle vere sono di tipo diverso.


 


La reazione cinese


Si può alla fine sostanzialmente valutare che il colpo da 50 miliardi di dollari che Trump vuole infliggere alla Cina tassando le sue merci per tale valore può essere peraltro abbastanza da quest’ultima facilmente parato.


Nell’ambito di una politica quadro in atto da tempo nel Paese, volta a ridurre fortemente il peso delle esportazioni verso gli Stati Uniti, la Cina può far fronte al problema in molti modi: 1) svalutando la moneta, azione che sembra già in atto; 2) trasferendo degli impianti e delle lavorazioni in Paesi limitrofi, processo che è peraltro in corso da molti anni (si guardi cosa sta accadendo ad esempio nel settore dell’acciaio Feng, 2018); 3) truccando la nazionalità vera dei prodotti, facendoli transitare da un altro Paese; 4) limando i costi e i profitti; 5) spingendo le esportazioni verso altre aree; 6) concentrandosi di più sul mercato interno, anche con opportuni stimoli pubblici; 7) diversificando le produzioni al livello delle singole imprese. E forse abbiamo dimenticato qualcosa.


Per altro verso, gli americani minacciano di tassare merci cinesi sino a 500 miliardi di dollari. Il loro ragionamento sembra essere a questo proposito quello che dal momento che le esportazioni Usa verso la Cina sono solo di 130 miliardi, gli asiatici si troveranno in grande difficoltà nel rispondere a tale mossa. A parte che questo tipo di analisi dimentica i servizi, settore nel quale gli Usa esportano in Cina ogni anno per 50 miliardi di dollari, Trump e i suoi improbabili consiglieri non considerano che la Cina potrebbe bloccare progressivamente le attività delle imprese americane nel Paese, che valgono molte centinaia di miliardi di dollari, frenare ancora di più le attuali esportazioni Usa alzando a livelli ancora più elevati le tariffe e bloccando eventualmente i prodotti sotto mille pretesti tecnici; inoltre può sempre bloccare gli acquisti di titoli pubblici Usa e l’arrivo nel Paese di studenti e di turisti cinesi.


Non va peraltro dimenticato che oggi la Cina è in generale molto meno dipendente di una volta dalle esportazioni: quelle nette toccano ormai soltanto il 2% del reddito nazionale.


 


L’analisi dell’Economist


Ma esaminiamo ora da una parte le proteste delle imprese americane che pensano di essere discriminate dal Paese asiatico, mentre dall’altra ricordiamo cosa si insegna la storia per quanto riguarda il furto delle tecnologie.


Il settimanale The Economist, in un suo numero recente (Schumpeter, 2018), ha esaminato la consistenza delle lamentele del governo e delle imprese statunitensi sul presunto trattamento iniquo da parte della Cina verso le proprie imprese.


Intanto, le imprese cinesi vendono negli Stati Uniti quasi esclusivamente attraverso esportazioni, che sono state pari a 506 miliardi di dollari nel 2017. È vero che le aziende americane hanno esportato nello stesso anno in Cina solo 130 miliardi circa, ma – sottolinea l’Economist – se aggiungiamo le vendite fatte dalle stesse imprese attraverso le loro sussidiarie otteniamo una cifra che si aggira intorno ai 450-500 miliardi di dollari. Per altro verso, la quota di mercato aggregata delle imprese americane in Cina è del 6%, circa il doppio di quella delle imprese cinesi in Usa.


Se poi consideriamo la bilancia dei servizi, scopriamo uno squilibrio specifico a favore degli Usa che si aggira, come già accennato, intorno ai 50 miliardi di dollari annui.


Su un altro piano, per le imprese Usa le vendite in Cina sono cresciute del 12% all’anno dal 2012 in poi, mentre quelle delle imprese locali del 9% e quelle delle aziende europee del 5%. Queste cifre mostrano che non è vero che le imprese statunitensi ottengono risultati peggiori delle imprese locali e di altre multinazionali.


Per quanto riguarda il fatto che le società statunitensi (da Alphabet a Facebook, a Netflix) siano escluse in Cina da alcuni settori, questo appare indubbiamente un fatto vero, ma la stessa cosa si può dire per le imprese cinesi in Usa.


Alle considerazioni dell’Economist si potrebbe aggiungere il punto che se si comparasse il livello degli investimenti diretti delle imprese Usa in Cina e quelli degli investimenti cinesi in Usa, si riscontrerebbe una netta differenza negli importi a favore di quelle statunitensi.


 


La storia


Trump insiste sul fatto che i cinesi copiano, con mezzi a volte solo formalmente legali e a volte chiaramente fraudolenti, le tecnologie occidentali. E c’è certamente del vero in questo, ma si potrebbe ricordare che si tratta di una pratica comune in tutta la storia dell’economia e che i tentativi di ostacolarla non ottengono di solito grandi risultati.


Così, ad esempio, nella Firenze del Medioevo si sorvegliavano strettamente le tecnologie per la lavorazione della seta, sulle quali la città aveva il monopolio e si minacciava la pena di morte a chi cercava di esportarle verso altri lidi. Ciò non impedì ad alcuni artigiani fiorentini, ben pagati, di emigrare in Francia e di installarvi la lavorazione. Una cosa per molti versi simile si verifica a Venezia qualche secolo dopo per la lavorazione dei grandi specchi, tecnologia ancora più complessa, che i francesi riescono a rubare comprando i servizi di qualche artigiano italiano.


Dopo la rivoluzione industriale britannica gli Stati Uniti riuscirono a far decollare il loro settore industriale soprattutto grazie all’iniziativa di F.C. Lowell, che avviò a Boston la prima importante fabbrica tessile oltre Atlantico, essendosi impossessato, durante un viaggio in Gran Bretagna, nel 1813, del know-how relativo e avendo trafugato clandestinamente il progetto del telaio a vapore. Ma Trump, come del resto, per sua stessa ammissione, il nostro sottosegretario leghista alla cultura, non legge molti libri.


In epoche più recenti, il fenomeno si diffonde e anche lo sviluppo industriale italiano, in particolare nel secondo dopoguerra, attingerà abbondantemente alle tecnologie straniere, in particolare a quelle tedesche e statunitensi.


Uno dei problemi degli Stati Uniti appare poi quello che da tempo i cinesi, che sono forse i più grandi inventori di tecnologie nella storia dell’umanità, non si limitano a copiare quelle occidentali, ma hanno una produzione propria in un numero di settori sempre più ampio ed è forse questo che paventano soprattutto gli Stati Uniti e che cercano (noi pensiamo del tutto vanamente) di bloccare.


 


Conclusioni


Considerando anche il contenzioso in atto con l’Unione Europea, il Nafta (area in cui i commerci Usa sono più importanti di quelli con la Cina) e altri paesi sviluppati, facciamo potenzialmente riferimento ad almeno 1.000-1.500 miliardi di dollari di scambi oggi in discussione. Molti pensano e sperano che Trump non oserà avanzare ancora su tale terreno, cosa che porterebbe gravi conseguenze al suo Paese e all’economia mondiale, con la minaccia, tra l’altro, di una grave recessione planetaria; ma non è detto.


Molti ricordano a questo proposito che l’America non è progettata per l’autarchia, non è attrezzata per produrre in casa i beni che consuma. Il riadattamento a questo nuovo quadro sarebbe molto lungo e pieno di difficoltà e sofferenze, mentre il consumatore ne soffrirebbe fortemente.


In ogni caso si tratta di una battaglia che gli Usa non possono vincere. Certamente ci possono alla fine perdere tutti. Non ci saranno forse vincitori, ma se ne dovesse emergere uno, potrebbe essere semmai la Cina, che potrebbe risultare, dopo la crisi, come la nuova leader economica del mondo.


(10 luglio 2018)


 


Testi citati nell’articolo


-Feng E., China steelmakers shift focus to south-east Asia, www.ft.com, 24 giugno 2018.


-Krugman P., Commercio mondiale in tilt anche per le fake news di Trump, Il Sole 24 Ore, 7 luglio 2018.


-Schumpeter, Raging against Beijing, The Economist, 30 giugno 2018.


 


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