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NoTav, terrorismo? Basterebbero due parole ...

A rasserenare la valle di Susa basterebbe un "ok parliamone". La valle le attende inutilmente da vent’anni. Ma i governi si rifiutano di pronunciarle [Giorgio Cattaneo]

NoTav, terrorismo? Basterebbero due parole ...

Redazione

1 Agosto 2013 - 10.38


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di Giorgio Cattaneo.

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Dopo
George Bush junior, l’11 Settembre e le inesistenti “armi di
distruzione di massa” di Saddam, costate la doppia carneficina dell’Iraq
e dell’Afghanistan, col ricorso alla “guerra preventiva” che ha
terremotato il pianeta annullando l’Onu e facendo scomparire il diritto
internazionale, la parola “terrorismo” non è più così univoca: ha
cessato di designare una verità certa e ben delineata, solitamente
incarnata da cellule di killer fanatici, pronti a compiere attentati
sanguinosi da rivendicare tempestivamente in nome di una causa politica.
Terrorismo, anni di piombo, strategia della tensione: cupi fantasmi,
che in Italia aleggiano ancora sulle stragi impunite e sugli agguati
brigatisti, affondando in molti casi nella zona grigia dei depistaggi e
delle trattative segrete
, come sembrano confermare anche le ultime
clamorose rivelazioni sul sequestro di Aldo Moro. In generale,
continuano a emergere “verità” a orologeria: notizie più che
imbarazzanti, storicamente credibili ma non ancora certificate in via
definitiva, sul piano processuale.

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L’imputazione
di terrorismo
rivolta ai militanti No-Tav accusati di aver assaltato il
cantiere di Chiomonte con petardi e fuochi artificiali il 10 luglio
scorso fa seguito alla decisione di processare gli oltre 50 militanti
arrestati nel 2012 nell’aula-bunker del carcere torinese delle Vallette,
come se si trattasse di pericolosi boss mafiosi o, appunto, temibili
professionisti del terrore. Nella piccola ma strategica valle di Susa,
principale asse di collegamento Italia-Francia (tre valichi
internazionali, un’autostrada e una ferrovia) lo spettro del terrorismo
brigatista si materializzò negli anni ’70, quando alcune decine di
giovani – cresciuti nel culto della Resistenza partigiana – aderirono a
Prima Linea, facendo della valle l’unica area alpina italiana
“contagiata” dalla lotta armata. In realtà la valle di Susa era già
allora una sorta di laboratorio politico, apertissimo al fermento
nazionale di quegli anni: oltre ai ragazzi affascinati da Prima Linea
c’erano scuole di nonviolenza come quella di Achille Croce, ispirata al
lavoro di Dolci e Capitini; c’erano preti di strada come don Giuseppe
Viglongo, preti operai come don Bruno Dolino, pacifisti militanti e
obiettori di coscienza come Gualtiero Cuatto, tra i primi in Italia a
finire in prigione per renitenza alla leva militare.

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Valle
di Susa, maneggiare con cura
. L’anima resistenziale della valle ha dato
battaglia negli anni ’80 e ’90 opponendosi alla costruzione di un
maxi-elettrodotto
devastante e all’apertura dell’autostrada del Fréjus:
il Comitato Habitat, embrione tecno-ecologista del futuro movimento
No-Tav, a colpi di ricorsi alla magistratura riuscì a far modificare il
tracciato autostradale, imponendo la costruzione di gallerie al posto
dei viadotti, ritenuti eccessivamente impattanti. Erano gli anni in cui
la magistratura scioglieva per mafia il Consiglio Comunale di
Bardonecchia
, cuore delle future Olimpiadi Invernali Torino 2006, mentre
la dottoressa Gabriella Viglione, pm della Procura di Torino, scopriva
un imbarazzante traffico di armi: pistole transitate clandestinamente da
un’armeria di Susa alla ‘ndrangheta, con la complicità di settori dei
servizi segreti
. Un altro magistrato torinese, Maurizio Laudi, reduce
dalla lotta contro l’eversione negli anni di piombo, fece arrestare gli
anarchici “Sole e Baleno”, insieme al valsusino Silvano Pelissero, con
l’accusa di banda armata e associazione terroristica, dopo una
drammatica sequenza di attentati dinamitardi contro le primissime
trivelle Tav e altre installazioni, ripetitori televisivi e telefonici.

“Sole
e Baleno” morirono in stato di detenzione prima ancora che il tribunale
li scagionasse: ancora oggi non si sa chi abbia messo davvero quelle
bombe
, che nella seconda metà degli anni ’90 agitarono le notti della
“valle dei misteri”. Se qualcuno ha manovrato nell’ombra per depistare
indagini o distrarre l’opinione pubblica da sospetti più che
preoccupanti, primo fra tutti la presunta complicità di settori
dell’intelligence con le cosche calabresi, esattamente nel periodo sul
quale si indaga tuttora per “trattative” e “misteri” ben più eclatanti,
dalla morte di Falcone e Borsellino a quella dell’allora capo della
Procura torinese, Bruno Caccia, risulta quantomeno singolare che eventi
di quel genere possano aver coinvolto un territorio in apparenza
periferico come quello della valle di Susa, in realtà nevralgico per i
trasporti via Francia. Nel 2005, l’opposizione al nuovo ecomostro in
arrivo – la linea Tav – sfociò in una clamorosa rivolta popolare, che riuscì a
fermare il primo cantiere, quello di Venaus, costringendo i promotori a
riconoscere l’insostenibilità del progetto.

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Oggi,
di fronte alla nuova opposizione No-Tav contro il progetto-fotocopia
della Torino-Lione varato attorno al 2010, si è giunti a rievocare lo
stesso vecchio fantasma, quello del terrorismo
. Il movimento No-Tav non
ha finora preso le distanze dai nuclei di attivisti che hanno condotto
“assalti” notturni contro il cantiere di Chiomonte, spesso solo
dimostrativi ma a volte col ricorso al lancio di pietre, molotov e
petardi. Reati che concorrono alla costruzione di un impianto
accusatorio molto severo, che molti critici contestano e che i No-Tav
definiscono persecutorio, sostenuti in questo dal Movimento 5 Stelle.
«Restiamo contrari ad ogni forma di violenza», sottolinea il presidente
Pd della Comunità Montana, Sandro Plano, che però precisa: «Terrorismo è
sparare a qualcuno, non incendiare un compressore nel cantiere
: è bene
mantenere il senso delle proporzioni, senza contare che chi commette
quel tipo di reato non lo fa comunque per assecondare interessi
personali, ma perché conduce una battaglia ideale per la salvaguardia
del territorio».

Spettrale,
come sempre, il vuoto della politica sul fronte istituzionale: sono gli
stessi sindacati di polizia a contestare il ruolo affidato agli agenti,
in prima linea per tutelare l’ordine pubblico mentre il Palazzo
continua a ignorare nel modo più assoluto la pressante richiesta di
ridiscutere un’opera demenziale, dai costi folli e totalmente inutile,
ormai declassata dalla Francia e dall’Europa.

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Sul tappeto non c’è solo
il grosso business dei maxi-progetti e del cantiere di Chiomonte, ma
anche – e forse, soprattutto – la gestione del dissenso sociale in
quest’epoca di crisi: come se la valle di Susa non potesse “averla
vinta”, meno che mai in questo momento, perché una vittoria No-Tav
potrebbe incoraggiare altre rivolte, nell’Italia del 2013 che, secondo
Beppe Grillo, sta letteralmente per esplodere, sotto la tortura
dell’Eurozona che impone il taglio della spesa pubblica facendo crollare
economia e lavoro.

Lo sanno tutti, a rasserenare il clima in valle di
Susa
basterebbero due parole: «Ok, parliamone». Sono le parole che la
valle attende inutilmente da vent’anni. Parole decisive, che i governi
si rifiutano di pronunciare: preferiscono militarizzare il territorio e
criminalizzare la protesta
, col rischio che degeneri nella disperazione.

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