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'Di Matteo: ''Per la magistratura non è più prioritaria la lotta alla mafia'''

Intervista al pm che indaga sulla trattativa Stato-mafia L’impegno costante contro un “sistema criminale integrato” che tiene sotto scacco il nostro Paese.

'Di Matteo: ''Per la magistratura non è più prioritaria la lotta alla mafia'''

Redazione Modifica articolo

27 Ottobre 2015 - 09.16


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di Lorenzo Baldo*
Intervista
al pm che indaga sulla trattativa Stato-mafia L’impegno costante contro
un “sistema criminale integrato” che tiene sotto scacco il nostro
Paese.

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E’ il mese di giugno, nel suo ufficio al
secondo piano del palazzo di giustizia di Palermo il sostituto
procuratore Nino Di Matteo spiega che mafia e corruzione rappresentano
“due facce della stessa medaglia, due aspetti distinti di un unico
sistema criminale integrato, in cui la violenza della mafia e i soldi
della corruzione si integrano a vicenda per il raggiungimento di scopi
criminali”. Nell’analisi del magistrato siciliano, condannato a morte
dal capo di Cosa Nostra, c’è spazio anche per il “protagonismo” dei
Servizi segreti che, per ritenute “ragioni di Stato”, accettano il
dialogo con altre forze criminali. Mafia, politica e istituzioni? “Per
quanto riguarda il calo di tensione e di attenzione nell’approccio a
questo tipo di inchieste, la politica, e i governi che si sono succeduti
negli ultimi anni, hanno avuto un peso importante, se non
determinante”. Di Matteo è consapevole che la magistratura da sola può
arrivare fino a un certo punto se in questa ricerca della verità non
viene aiutata, sostenuta e stimolata dalla politica. Ma la realtà dei
fatti e tutt’altra. “Noi non abbiamo avuto né l’aiuto, né il sostegno e
né lo stimolo a cercare la verità; piuttosto in certi momenti riteniamo
di avere avuto degli ostacoli che potevano essere evitati”. Ostacoli che
si traducono con l’isolamento istituzionale, la diffidenza, il
sospetto, la presa di distanza da parte di alcuni settori della stessa
magistratura. Si giunge così all’amara conclusione che “la lotta alla
mafia non è più prioritaria, nemmeno all’interno della magistratura”.
Con un’ultima speranza che questa tendenza si possa invertire.

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Recentemente
lei ha dichiarato che “per vincere la mafia infiltrata
nell’amministrazione pubblica e la corruzione l’Italia deve affrontare
un’altra grande guerra di liberazione”. Ma la volontà
politico-istituzionale a voler affrontare questa nuova “guerra di
liberazione” è pura utopia?

Credo che finora gli
eventi dimostrino come questa volontà non sia stata effettiva, generale,
né tanto meno prioritaria. Si è andati avanti seguendo una logica
emergenziale, cercando di reagire agli avvenimenti, agli scandali e alle
risultanze di indagini giudiziarie sempre più numerose. Ritengo quindi
che sia mancata una visione d’insieme costante e intelligente, capace di
concentrare gli sforzi, anche con un obiettivo più alto e più a lungo
termine, in due direzioni: la recisione dei rapporti esterni della mafia
con la politica, l’economia e le istituzioni, e la repressione più
efficace del fenomeno della corruzione. Che sta diventando sempre più
complementare a quello mafioso, tanto che mafia e corruzione oggi spesso
rappresentano due facce della stessa medaglia, due aspetti distinti di
un unico sistema criminale integrato, in cui la violenza della mafia e i
soldi della corruzione si integrano a vicenda per il raggiungimento di
scopi criminali.

Anche il pm calabrese Giuseppe Lombardo ha denunciato la
sottovalutazione della circostanza che mafia e corruzione sono
componenti indispensabili di uno stesso sistema criminale integrato e
circolare.

Il collega Lombardo (che ho imparato nel
tempo a stimare enormemente, attraverso un continuo scambio di
informazioni) giunge alle stesse conclusioni perché evidentemente è un
altro magistrato che, nella sua carriera, nel suo impegno di sostituto
procuratore a Reggio Calabria, non si è limitato alla volontà di colpire
il fenomeno militare della ‘Ndrangheta, ma ha alzato il suo obiettivo
cercando di individuare e colpire i rapporti esterni di quella mafia.
Ogni qualvolta si sposta l’interesse investigativo anche sui rapporti
esterni di Cosa Nostra, ci si imbatte ugualmente in quei fenomeni
corruttivi che consideriamo, appunto, aspetti diversi della stessa
situazione criminale.

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Qualche tempo fa il professor Rodotà ha ricordato che
quando venne scoperta la P2 si parlava di “doppio Stato” per poi
aggiungere che in Italia  c’è “la prova provata” che “i Servizi hanno
fiancheggiato fenomeni eversivi e che quelli erano un pezzo del doppio
Stato”. Stiamo quindi assistendo ad un’evoluzione di questo “doppio
Stato” che diventa sistema criminale integrato?

Penso
che dobbiamo distinguere degli aspetti diversi. Come accennavo prima, da
una parte c’è un sistema criminale integrato che è tale perché riguarda
sempre più la connessione tra fenomeni tipici della violenza mafiosa e
fenomeni corruttivi. La mafia, più spesso rispetto al passato, si serve
della corruzione per raggiungere i propri scopi. I corrotti all’interno
delle istituzioni pubbliche, ma anche dell’imprenditoria privata, per
raggiungere i loro obiettivi non esitano a rivolgersi alla mafia
utilizzandola quasi come una agenzia di servizi. Il dato evidenziato dal
professor Rodotà in merito ai rapporti che hanno caratterizzato molte
fasi della nostra vita democratica è sempre di estrema attualità. Mi
riferisco al protagonismo dei nostri Servizi che, rispetto al percorso
istituzionale, ha deviato, volta per volta, per ragioni “politiche”, o
per ritenute “ragioni di Stato” (ma come tali, proprio perché ritenute e
non dichiarate, assolutamente non condivisibili), accettando il dialogo
con altre forze criminali di tipo mafioso o di tipo camorristico.
Ritengo
quindi che bisogna sempre tenere gli occhi aperti sull’attualità per
capire se determinati fenomeni possano, anche semplicemente in parte,
riprodursi. Di conseguenza penso che bisogna continuare a insistere
nell’approfondimento degli episodi, anche risalenti nel tempo, di
contiguità tra Servizi di sicurezza e organizzazioni criminali. Se si
lasciano inesplorati determinati campi e determinati aspetti (sui quali
anche certe sentenze definitive impongono invece di esplorare) si
rischia di consegnare definitivamente alla mafia, e alle altre
organizzazioni criminali, un potere di ricatto nei confronti dello
Stato. Uno Stato che vuole, invece, liberarsi dal fardello costituito da
questi rapporti ambigui e fuorilegge del passato non può che scavare
ancora nella direzione dell’approfondimento e nella individuazione
eventuale di responsabilità penali di singole persone.

Nel suo libro scritto assieme a Salvo Palazzolo dal
titolo “Collusi” si legge, tra l’altro, che “l’impegno dello Stato per
indagare a fondo sulle stragi è scemato nel tempo”. Quanto ha influito
l’ingerenza politica in questo modus operandi?

Ho la
sensazione, sempre più netta, che si è sempre più generalizzato il
fastidio nei confronti di certi argomenti, di certe indagini e di certi
magistrati che si ostinano a volere indagare sul passato. Credo quindi
che l’aspetto politico sia stato determinante, se non altro perché è la
stessa politica, attraverso i competenti Ministeri, a indirizzare
l’attività delle forze di Polizia. In questi ultimi anni abbiamo
palesemente assistito ad una richiesta rivolta alle forze di Polizia di
concentrare maggiormente le loro indagini sulla repressione degli
aspetti militari delle mafie, piuttosto che su quelli relativi a
eventuali rapporti politico-istituzionali. Abbiamo anche assistito,
soprattutto nell’ambito della politica, ad una sorta di strisciante
delegittimazione di quegli apparati della Polizia giudiziaria, in
particolare della Dia, che più degli altri in passato (soprattutto con
la Procura della Repubblica di Palermo, e non solo), si erano dedicati
alle inchieste sui rapporti esterni della mafia. Credo, purtroppo, che
per quanto riguarda il calo di tensione e di attenzione nell’approccio a
questo tipo di inchieste, la politica, e i governi che si sono
succeduti negli ultimi anni, abbiano avuto un peso importante, se non
determinante.

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Poco prima di entrare in politica l’ex pm Antonio Ingroia
fece una dichiarazione molto forte: “da un po’ percepivo che la mia
azione di magistrato fosse giunta al limite del possibile. La stanza
della verità sul ‘92 è scarsamente illuminata perché da parte della
politica, del potere legislativo e di quello esecutivo, ci sono stati
pochi aiuti e molti ostacoli alla magistratura. Sono in politica per
questo”. Quanto è attuale la lettura di Ingroia sugli ostacoli posti
alla magistratura da parte della politica, del potere legislativo e di
quello esecutivo per arrivare alla verità?

Purtroppo
credo che l’analisi  di Antonio Ingroia non sia lontana dalla realtà e
che conservi ancora, a distanza di più di due anni, una certa attualità.
Anche se non ho condiviso la scelta di Ingroia di entrare in politica,
ho compreso le sue ragioni. Che fondamentalmente erano connesse ad una
sorta di consapevolezza: la magistratura da sola può arrivare fino a un
certo punto se in questa azione di ricerca della verità non viene
aiutata, sostenuta e stimolata dalla politica. Ma noi non abbiamo avuto
né l’aiuto, né il sostegno e né lo stimolo a cercare la verità;
piuttosto in certi momenti riteniamo di avere avuto degli ostacoli che
potevano essere evitati.

Uno su tutti è indubbiamente il conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale.
Credo
che questa azione sia stata percepita come un ulteriore segno di
sfiducia nei confronti della Procura di Palermo e dell’inchiesta sulla
trattativa. E tutto ciò per un motivo molto concreto, poco evidenziato,
ma che costituisce un dato oggettivo difficilmente smentibile. Basta
riprendere altre inchieste, rispettivamente condotte dalla Procura di
Milano (per la bancarotta della finanziaria svizzera Sasea), ai tempi in
cui il Presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro, e dalla
Procura di Firenze (con l’indagine sugli appalti per la ricostruzione
dell’Aquila), all’epoca in cui era Presidente Giorgio Napolitano. Quelle
due procure avevano casualmente intercettato delle conversazioni di
altri personaggi, sottoposti appunto a controllo telefonico, con i
Presidenti della Repubblica. In quei casi, a differenza del nostro,
quelle conversazioni furono trascritte dalla Polizia Giudiziaria,
depositate agli atti, conosciute da tutte le parti processuali e
finirono anche sui giornali. In quelle due occasioni il Quirinale non
sollevò alcun conflitto di attribuzione, che invece ha ritenuto di
sollevare solo nei confronti della Procura di Palermo, e solo in
relazione al processo sulla trattativa. E questo (a differenza dei casi
precedenti), nonostante noi non avessimo fatto trascrivere quelle
intercettazioni e tanto meno le avessimo depositate. La Procura di
Palermo si era comportata con professionalità tale da evitare qualsiasi
fuga di notizie in merito al contenuto di quelle telefonate, per altro
penalmente irrilevanti. Credo che, proprio nella differenza di reazione
rispetto a casi assolutamente identici, gli osservatori più attenti
abbiano colto una sorta di particolare ostracismo nei confronti della
Procura di Palermo, o meglio dell’inchiesta sulla trattativa
Stato-mafia.

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Ma perché fa così paura l’inchiesta sulla trattativa?
Non
posso esprimere delle opinioni su un processo che fin dall’inizio, con
Antonio Ingroia, ho istruito, e continuo a seguire nella fase
dibattimentale. Il dato di fatto, che ritengo emerga dalla storia
giudiziaria degli ultimi anni, è che si tratta del primo e unico
processo in cui alla sbarra troviamo insieme: capi della mafia,
esponenti già apicali delle forze di Polizia, dei Servizi di sicurezza e
importanti esponenti politici. Tutto questo rende particolarmente
sensibile quel processo. La delicatezza dell’indagine e dello stesso
procedimento penale aumenta quindi esponenzialmente in relazione
all’intersecarsi temporale con le stragi del ‘92 e del ’93, con la
probabilità che in un certo modo quegli stessi fatti (riassunti dal
termine “trattativa Stato-mafia”), abbiano costituito quanto meno una
concausa degli eccidi del ’92 e del ‘93.

Nella postfazione del libro “Collusi” viene riportato un
passaggio di Giovanni Falcone tratto dal libro “Cose di cosa nostra”, 
Falcone parlava del “dialogo” Stato-mafia per dimostrare che “Cosa
nostra non è un anti-Stato, ma piuttosto un’organizzazione parallela”.
La possiamo definire un’analisi acuta che anticipa di diversi anni le
indagini sulla trattativa?

Giovanni Falcone era molti
passi avanti rispetto alla comprensione del fenomeno mafioso, sia nei
suoi aspetti ordinari che in quelli più alti, non c’è bisogno che lo
dica io, lo dicono i fatti e la storia. E’ un dato oggettivo che a lui
si deve la prima applicazione della figura del concorso esterno in
associazione mafiosa. Falcone fu il primo a insistere (in particolare
modo in occasione del fallito attentato nei suoi confronti all’Addaura)
sul possibile protagonismo di “menti raffinatissime” estranee alla
mafia. Fu il primo (così come è stato ricordato in un recente convegno
di Antimafia Duemila, in occasione dell’anniversario della strage di
Capaci) a parlare degli “ibridi connubi” di Cosa Nostra con pezzi dello
Stato. E fu sempre il primo a evidenziare come il rapporto tra lo Stato e
la mafia fosse stato in passato (e fosse anche a quel tempo) un
rapporto in cui troppo spesso, e da troppe parti istituzionali, si
instaurava una sorta di dialogo. Oggi Giovanni Falcone viene giustamente
santificato e viene ricordata la sua eccezionale valenza e importanza
nella lotta alla mafia siciliana e al crimine mondiale. Ma quando, però,
i magistrati cercano con i fatti, con i processi e con le inchieste, di
percorrere il solco già tracciato da Giovanni Falcone, paradossalmente
quegli stessi magistrati vengono invece osteggiati, denigrati e qualche
volta anche isolati.

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Oltre a questa forma di “isolamento istituzionale”,
parallelamente ci sono le minacce di morte da parte di Cosa Nostra e non
solo. Lo stesso pm Lombardo ha analizzato a fondo le recenti
dichiarazioni del neo pentito Vito Galatolo giungendo alla conclusione
che quando Galatolo ci parla di “entità esterne” coinvolte nella
pianificazione dell’attentato a Nino Di Matteo ci viene a dire che “non
ci si deve limitare a pensare che la decisione possa essere di Matteo
Messina Denaro o della ristretta cerchia di persone che lo circonda. Il
sistema che decide è ben più ampio e beneficia solo dell”azione
materiale che pongono in essere le mafie per ottenere vantaggi che vanno
a soddisfare altri interessi, di più alto rango”. E’ effettivamente
così?

Sono l’ultimo a potere parlare dall’indagine che
scaturisce dalle rivelazioni di Galatolo sul progetto di attentato nei
miei confronti, però, anche per questo aspetto, l’analisi del collega
Lombardo mi sembra estremamente lucida e, proprio per questo,
preoccupante. La preoccupazione più forte – che tutti dovremmo percepire
Рnon ̬ soltanto quella di un possibile e autonomo colpo di coda delle
organizzazione mafiose, bensì quella di una saldatura fra interessi
diversi. Che, così come è accaduto anche in passato, possa a qualsiasi
titolo rafforzare, o addirittura creare in Cosa Nostra, o nelle altre
mafie, il convincimento che un determinato delitto, un determinato
attentato, sia gradito ad ambienti di potere. Ritengo che la
particolarità della dichiarazione di Galatolo, al di là degli aspetti
più facilmente di impatto come l’acquisto e l’arrivo dell’esplosivo a
Palermo, o i pedinamenti nei miei confronti, sia soprattutto nella parte
in cui ci si riferisce ad una decisione di Cosa Nostra, di Matteo
Messina Denaro in particolare, in qualche modo suggerita da “altri”. Se
questo fosse vero – ovviamente io mi auguro che non lo sia – il contesto
sarebbe oggettivamente molto più grave.

Mettendo
insieme i pezzi di questo mosaico sembra di assistere ad una sorta di
parallelismo con il ’92, soprattutto con i misteri che ruotano attorno
alla strage di via D’Amelio. Uno di questi riguardava l’intercettazione
del ’93 tra il pentito Santino Di Matteo e sua moglie. I due parlavano
di qualcuno infiltrato per conto della mafia, possibilmente coinvolto
nella strage di via D’Amelio. Si trattava di una sorta di conferma, di
fatto abortita sul nascere, in merito alle ingerenze “esterne” a Cosa
Nostra nella realizzazione dell’eccidio del 19 luglio ’92?

Effettivamente
quell’intercettazione, relativa al primo colloquio tra l’allora neo
collaboratore Santino Di Matteo e la moglie dopo la notizia del
rapimento del figlio, costituisce ancora un mistero da approfondire. Le
spiegazioni minimaliste di quelle parole che hanno fornito la signora
Castellese e Santino Di Matteo non mi hanno mai del tutto convinto.

Sembra quasi un preludio di quello che poi è venuto fuori
con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza in
merito a quel personaggio, non di Cosa Nostra, che si trovava in quello
stesso garage nel momento in cui si stava imbottendo di esplosivo la
Fiat 126 destinata alla strage del giudice Borsellino.

Per
molti delitti eccellenti, per molte stragi e per la strage di via
D’Amelio in particolare, ci sono una serie di elementi che fanno
ritenere doveroso un ulteriore approfondimento, a livello investigativo,
in quanto quegli stessi elementi convergono verso una possibile
compartecipazione nella fase organizzativa ed esecutiva del delitto. Non
è vero, e non è mai stato corretto affermare (come tanti hanno fatto
con una certa superficialità) che sulle stragi del ’92, e propriamente
sulla strage di via D’Amelio, non sappiamo nulla. Nel tempo abbiamo
faticosamente raggiunto diverse certezze, anche giudiziarie, sulla
partecipazione di molti uomini d’onore. Abbiamo, però, il dovere di
approfondire altri aspetti che sono emersi dai tanti processi celebrati,
che riportano ad una compartecipazione da parte di soggetti  diversi
dagli uomini d’onore. Nel libro “Collusi” approfondiamo appositamente
alcuni particolari su questi temi. Ma soprattutto denunciamo il pericolo
che da più parti si vogliano considerare quei fatti ormai
definitivamente chiusi, come se appartenessero ad un passato lontano sul
quale non conviene a nessuno continuare a indagare.

Al processo quater per la strage di via D’Amelio l’ex
pentito Vincenzo Scarantino ha puntato il dito sull’ex questore Arnaldo
La Barbera e sugli uomini del suo pool indicandoli come coloro che lo
hanno indottrinato contribuendo così al depistaggio delle prime
indagini. Resta il fatto che il coinvolgimento nella fase esecutiva
della strage di via D’Amelio del mandamento di Brancaccio, dei fratelli
Graviano, in particolar modo degli uomini di più stretta fiducia dei
Graviano (ad esempio: Lorenzo Tinnirello, Francesco Tagliavia e
Cristoforo Cannella) era stato già consacrato nei processi “Borsellino
ter” e, in parte, anche nel “Borsellino bis”. Paradossalmente alcuni di
questi uomini, compresi i vari Tagliavia, Tinnirello e gli stessi
fratelli Graviano, erano stati chiamati in causa anche dall’ex picciotto
della Guadagna. Che spiegazione si è dato a questa combinazione di
falso e vero racchiusa nelle dichiarazioni di Scarantino?

Ho
letto sui giornali che alcuni difensori di Parte Civile mi hanno
indicato come loro testimone al “Borsellino quater”. La sede di
un’intervista, quindi, non mi sembra quella più idonea per riferire
tutto ciò che penso di questa vicenda. Voglio solo ricordare alcuni
fatti, proprio perché la ricostruzione in questi anni è stata forse un
po’ troppo semplicistica. È stato detto che Vincenzo Scarantino avesse
mentito, in quanto “istruito” da altri, per salvaguardare la famiglia
Graviano, ma questo non è vero. Lo stesso Scarantino ha indicato per
primo come protagonisti a vario titolo (anche nella fase esecutiva del
delitto) alcuni uomini d’onore della famiglia dei Graviano. Filippo e
Giuseppe Graviano sono stati infatti condannati anche sulla base delle
dichiarazioni di Scarantino. È stato detto che il depistaggio di
Vincenzo Scarantino aveva avuto come scopo quello di allontanare
eventuali sospetti su appartenenti ai Servizi segreti, dobbiamo invece
fare i conti con una realtà ben diversa. Scarantino indicò tra i
protagonisti della fase preparatoria della strage i fratelli Scotto, uno
dei quali, Gaetano (oramai è emerso in tanti altri processi e in tante
altre inchieste), ha rappresentato per anni uno degli snodi di
collegamento più importi tra le famiglie mafiose  palermitane (per
quella dei Madonia), e ambienti dei Servizi deviati. Le intercettazioni
in carcere, ad Opera, tra Totò Riina e Alberto Lo Russo sembrano per
altro evidenziare (da parte di Riina) che la persona che aveva
intercettato abusivamente il telefono della madre di Paolo Borsellino e
cioè Pietro Scotto, effettivamente avesse agito in quel modo, e che
quell’intercettazione fosse stata realmente decisiva per uccidere Paolo
Borsellino. Tutto questo era già stato consacrato nei processi per la
strage del 19 luglio ‘92 che si erano conclusi alla fine degli anni ’90.
Oggi, invece, un processo per quell’eccidio, rimesso in discussione
dall’istanza di revisione, riguarda anche Gaetano Scotto. Per tanto
tempo si è spacciata la verità che per via D’Amelio si dovesse
ricominciare daccapo e che il lavoro di anni svolto da decine di
magistrati della requirente e della giudicante fosse inutile e dannoso.
Alla luce di quanto esposto non credo proprio che sia così.

C’è una frase emblematica intercettata a Riina mentre
parla con il suo compagno di ora d’aria Lorusso. Il boss sussurra: “Totò
Cancemi dice che dobbiamo inventare che la morte di Falcone…. che ci
devi inventare, gli ho detto? Lui ha detto … (inc.) gli ho detto: se
lo sanno la cosa è finita”. Quali sono i possibili scenari racchiusi in
questa dichiarazione?

Questa intercettazione riapre uno
scenario già vissuto e considerato: la possibilità che non solo Totò
Riina, ma anche l’ex boss Salvatore Cancemi (deceduto nel 2011, ndr)
sapesse di più di quello che ha riferito negli anni ’90 all’autorità
giudiziaria. D’altra parte, in base ad alcune considerazioni, avevamo
già intuito che Cancemi potesse essere a conoscenza di qualcosa di
particolarmente delicato, che avesse cioè dei segreti difficilmente
confessabili anche da collaboratore di giustizia. Innanzitutto dal fatto
che per alcuni anni, dall’inizio della sua collaborazione (inizialmente
gestita dal Ros dei Carabinieri), avesse negato qualsiasi sua
conoscenza sulla strage di via D’Amelio. Come è noto Salvatore Cancemi
iniziò a collaborare nel ’93 e solo nel ‘96 inoltrato confessò di avere
partecipato ad alcune fasi preparatorie della strage del 19 luglio ‘92.
Fin dall’inizio della sua collaborazione Cancemi aveva comunque detto di
avere parlato con altri uomini d’onore di rango, come Raffaele Ganci,
del peso decisivo che aveva avuto la volontà di “soggetti esterni” a
Cosa Nostra nel rafforzare il proposito stragista di Riina. Stiamo
parlando di quelle “persone importanti” (così le aveva definite il
collaboratore) che, a detta dello stesso Cancemi, avevano convinto Totò
Riina che quello era il modo giusto di agire. Per alcuni anni Cancemi
non fece i nomi di quelle “persone importanti”. Poi, proprio nel
“Borsellino ter”, il processo che ho seguito fin dall’inizio a
Caltanissetta, specificò essere – almeno dai riferimenti che gli avrebbe
fatto Totò Riina in una riunione tra la strage di Capaci e quella di
via D’Amelio – Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. L’intercettazione
di Riina (seppur così enigmatica) non fa altro che confermare il
convincimento che anche Cancemi sapesse di più su quelle stragi:
qualcosa di talmente forte, di talmente delicato, che non potesse essere
nemmeno comunicato agli altri uomini d’onore che pure avevano
partecipato alle stragi.

Proprio Cancemi aveva riferito che Riina “era stato
portato con la manina a fare le stragi” e che lo stesso boss di Corleone
gli aveva confidato che Cosa Nostra sarebbe stata solo un’accozzaglia
di criminali se non avesse avuto questi collegamenti forti con pezzi
delle istituzioni.

La collaborazione di Cancemi è
stata preziosa, una delle prime provenienti da un uomo d’onore che aveva
fatto parte, proprio nel momento delle stragi, della “commissione
provinciale” di Cosa Nostra. Purtroppo, però, è stata una collaborazione
a metà. In alcuni momenti ho ritenuto che fosse stata “con il freno a
mano tirato”, soprattutto per quanto riguardava le sue conoscenze su
mandanti esterni a Cosa Nostra nelle stragi del ’92.

E’ un dato di fatto che esiste una sorta di isolamento e
delegittimazione che accomuna i collaboratori di giustizia e i
magistrati quando viene alzato il livello dei temi da affrontare.
Qualche settimana fa lei ha detto: “i pubblici ministeri che si occupano
del processo sulla trattativa non vengono percepiti come pezzi della
magistratura, ma come schegge impazzite, guardate con diffidenza dalle
istituzioni da Anm e Csm”. Cosa rappresenta questa diffidenza da parte
delle istituzioni, Anm e Csm in primis?

Per quanto mi
riguarda posso semplicemente dire questo: al di là delle preoccupazioni,
delle difficoltà, dei procedimenti disciplinari, dei progetti di
attentato e dei rafforzamenti delle misure di sicurezza, in sostanza, a
prescindere da queste oggettive difficoltà, quello che mi ha amareggiato
di più in questo ultimo periodo è l’aver constatato la diffidenza, il
sospetto, e, in alcuni casi, anche la presa di distanza, da parte di
certi settori della magistratura. Questo è l’aspetto che mi ha colpito
amaramente.

La bocciatura da parte del Csm alla sua domanda per la
Dna è stata appellata al Tar del Lazio. Nel ricorso presentato dai suoi
legali si fa riferimento ad una esclusione “umiliante” così come ad una 
“sistematica, algebricamente calcolata e calibrata sottovalutazione
dell’ineccepibile e solidissimo profilo professionale del ricorrente”.
Tutto questo appare come un vero e proprio ostruzionismo posto in essere
dall’interno della sua categoria che rappresenta un segnale di
isolamento nei suoi confronti pericolosamente lanciato all’esterno.

A
mio parere, anche con la recente costituzione in giudizio dinanzi al
Tar, il Csm continua a non dare una spiegazione concreta del perché
abbiano preferito dei colleghi con minore anzianità in magistratura e
con minore esperienza dal punto di vista degli anni trascorsi nelle Dda
rispetto a quelli che potevo vantare io. Oggettivamente non credo che si
possa dire che questi colleghi abbiano trattato procedimenti più
complessi rispetto a quelli che ho trattato io. Il motivo del mio
ricorso è proprio questo: voglio che il Csm, in termini concreti,
spieghi i motivi di questa scelta. Quello che mi ha umiliato e
mortificato è proprio la constatazione che sono stato escluso, così come
dice il Csm, per la mia “posizione subvalente rispetto agli altri”,
senza che mi sia stata data una spiegazione. Se nella valutazione
negativa mi fosse stato detto: “tu sei più anziano, ma meno bravo in
questo”, oppure “hai sbagliato questo”, o “non sei affidabile per
quest’altro motivo”, avrei senz’altro accettato il giudizio
dell’organismo di autogoverno. Ma leggendo le carte del procedimento non
ho trovato alcun elemento di valutazione negativo nei miei confronti
che possa giustificare la collocazione addirittura all’undicesimo posto
della graduatoria.

Pur essendo il magistrato più scortato d’Italia, al di là
di indagare sulla trattativa, lei si deve occupare prevalentemente di
reati comuni, che sottraggono tempo prezioso alle indagini sul patto tra
mafia e Stato. È del tutto evidente l’assurdità di questa sua duplice
attività. A cosa si devono queste direttive alle quali deve sottostare?

Nel
mio caso, così come penso in tanti altri casi, questo è purtroppo il
frutto di quella che inizialmente era una direttiva del Csm sui limiti
di permanenza nelle direzioni distrettuali antimafia e poi, con la
riforma dell’ordinamento giudiziario (la cosiddetta riforma Mastella), è
diventata, anche per i magistrati dei pool antimafia, un limite di
legge, cioè un limite di permanenza di dieci anni nella stessa Dda. Si
tratta quindi di una situazione che non è dovuta ad un atteggiamento, o a
una decisione, di un singolo capo dell’ufficio (in questo caso di un
singolo procuratore). A mio parere si tratta della conseguenza assurda
di una legge sbagliata che (di fronte all’esigenza sempre più evidente
di contrapporre ad un crimine sempre più organizzato dei magistrati
sempre più specializzati), finisce per penalizzare questa esigenza,
provocando così un effetto illogico. Quando un magistrato comincia ad
avere più consapevolezza, più esperienza, muovendosi meglio nel
difficile campo dell’investigazione antimafia, deve improvvisamente
tornare ad occuparsi di altro. È come se (facendo un paragone con il
settore medico), dopo anni di studio per specializzarsi nella branca
così delicata della chirurgia, il chirurgo, quando comincia ad acquisire
una manualità e un’esperienza pratica nell’intervenire chirurgicamente,
dovesse tornare a fare altro, magari occupandosi del pronto soccorso, o
della medicina generica. Il fatto stesso che non si parli più
dell’opportunità di cambiare questa regola è un ulteriore segnale – non
principale, ma comunque significativo – di un dato oggettivo: la lotta
alla mafia non è più prioritaria, nemmeno all’interno della
magistratura.

Molti ritengono che questo Paese non meriti chi sacrifica
la propria vita cercando una verità che buona parte di questo Stato non
vuole. Come è possibile allora dare un senso alla solitudine,
all’isolamento, ai tentativi di delegittimazione che lei vive, infine
alla scelta di rimanere in trincea?

Non so fino a
quando perseguirò questa scelta. Finora, rispetto ad ogni problema e ad
ogni amarezza, è prevalsa comunque la passione per il tipo di lavoro che
faccio. Che è quello che ho sempre sognato di fare, con la volontà di
continuare, soprattutto per quanto riguarda le indagini e il processo
sulla trattativa Stato-mafia. Razionalmente mi rendo conto che può non
essere la scelta giusta. Fino a questo momento ha prevalso la passione e
la consapevolezza che buona parte della società è particolarmente
interessata alle questioni di giustizia. L’opinione pubblica mi è stata
particolarmente vicina, non per una questione personale, di simpatia, o
di solidarietà personale, ma perché pretende verità e giustizia, ed
evidentemente si rende conto che io e i miei colleghi stiamo cercando di
agire soltanto per quei fini. La solidarietà vera, di tanta gente, ha
costituito in alcuni momenti un importante conforto e uno stimolo ad
andare avanti.

Il 12 gennaio 1992 Falcone diceva che “in questo Paese
per essere credibili bisogna essere ammazzati”, per poi aggiungere:
“questo è il Paese felice in cui, se ti si pone una bomba sotto casa e
la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta
esplodere”. L’analisi di Falcone è più che mai attuale e ci impone una
riflessione sul perché in questo Paese si debbano verificare simili
condizioni. Che idea si è fatto?

Ho maturato l’idea
che, così come è avvenuto nel caso di Giovanni Falcone, c’è una parte
del Paese che ha quasi paura di confrontarsi con un uomo, con un
funzionario dello Stato come era lo stesso Falcone. Che non
rappresentava la media degli italiani, o degli appartenenti alle
istituzioni italiane. Falcone non faceva calcoli di opportunismo,
opportunità, non cercava il quieto vivere e ha condotto la sua battaglia
anche con vero sprezzo del pericolo per la sua vita. Una parte della
società italiana non poteva quindi accettarlo. Quella parte della
società,  sempre pronta al compromesso, sempre tesa alla ricerca del
vantaggio personale e di carriera, non poteva accettare facilmente che
altri ragionassero e agissero in maniera diversa. Oggi questa grande
parte del Paese, questa grande parte dell’opinione pubblica, dimostra di
essere senza memoria. E anche in merito a questioni così delicate, come
possono essere quelle relative all’attività dei magistrati antimafia,
ricade, in buona o in cattiva fede, negli errori di sempre. Negli errori
del passato.

Cosa si può fare per invertire questa tendenza?
Per
invertire questa tendenza possiamo sperare soltanto nella capacità dei
giovani di informarsi più approfonditamente di quanto è consentito a chi
si limita a seguire la stampa e la televisione generalista del nostro
Paese. Bisogna indignarsi tenendo gli occhi aperti sulla realtà, senza
farsi distrarre da argomenti che vengono propinati (a lungo e in maniera
ossessiva) come se fossero le questioni principali del Paese e che
invece servono a trascurare altri problemi, come quello della reale
incidenza della mafia nell’esercizio del potere ufficiale.

* Intervista pubblicata sul n. 72 dell’edizione cartacea di ANTIMAFIADuemila

Foto © ACFB

SULLO STESSO ARGOMENTO:

“Perché restare in trincea.” – Giulietto Chiesa intervista Nino di Matteo

[Tratto da: http://www.pandoratv.it/?p=3374&doing_wp_cron=1445937046.0846869945526123046875].

 
Tritolo per Di Matteo, silenzio di morte
Di Matteo e la ””Dda negata””

Fonte:  http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/57145-di-matteo-per-la-magistratura-non-e-piu-prioritaria-la-lotta-alla-mafia.html.

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