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Riina è un Mafioso di Stato. Interviste che non si possono rifiutare

Riina è un Mafioso di Stato. E non ci vuole molto a capirlo. Periodicamente gli si apre il microfono per segnali, messaggi, avvertimenti, sentenze [S.Lodato]

Riina è un Mafioso di Stato. Interviste che non si possono rifiutare

Redazione

7 Aprile 2016 - 19.53


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Interviste
che non si possono rifiutare

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di Saverio Lodato.

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Salvatore Riina è un Mafioso di Stato. E non ci vuole
molto a capirlo.
Sta tranquillamente scontando il suo ergastolo nella speranza
che ai suoi figli, alla famiglia che porta il suo nome, venga garantito un
futuro economico, ben retribuito, soprattutto al riparo da quelle vicissitudini
giudiziarie che non lo hanno risparmiato e che lui, stoicamente, sta
sopportando.

Quando diciamo che è un Mafioso di Stato, ci riferiamo
al fatto che, periodicamente, gli viene aperto il microfono, come accadde un
paio di anni fa nel carcere di Opera, per lanciare segnali, messaggi,
avvertimenti, se non addirittura sentenze di morte. La più clamorosa quella
contro il giudice Nino Di Matteo, quando Riina si spinse addirittura a
solidarizzare con l’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, affermando che al
posto suo non sarebbe mai andato a deporre al processo di Palermo sulla
Trattativa Stato-Mafia, nel quale Di Matteo è il principale rappresentante
dell’accusa. E quelle frasi, apparentemente in libertà, tennero banco per mesi
e mesi nei principali TG e quotidiani italiani. 

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Pensate: a lui che da oltre vent’anni è in
“isolamento”, qualche zampina o zampona (in divisa) aveva messo
accanto, durante l’ora d’aria, un rappresentante della Sacra Corona Unita.
Così, giusto per socializzare, per fare conversazione. Il vecchio “Don
Totò” parlava e parlava con l’altro brutto ceffo. Credete che non sapesse
di essere intercettato e registrato? Suvvia. Più semplicemente si prestava al
giochino, accontentando i suoi invisibili interlocutori.

Di fronte a queste evidenze, in un vecchio articolo,
affermammo che Riina è diventato da tempo una “Escort di Stato”,
disponibile per servizietti sporchi, quali, appunto, lo smistare minacce per
conto di altri (Riina, una escort dello Stato-Mafia per tutte le stagioni,
1° settembre 2014).

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E scrivemmo in quell’occasione: “E’ davvero
curioso che almeno una volta al mese, in Italia, scoppia la polemica perché
qualcuno ha parlato da qualche parte, spesso capita nelle facoltà
universitarie, senza avere gli adeguati requisiti morali. Oddio ci fosse
qualcuno che si levasse indignato al cospetto degli sproloqui del Riina. Tutti
in adulazione. In venerazione. Proni alla gran “voce” che parla dal
di dentro. Non lo straccio di un editoriale di Eugenio Scalfari o di Giuliano
Ferrara. Non il balbettio dell’opinionista, Emanuele Macaluso. Non un monito
del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano”.   

In altre parole: gli anni passano. Gli uomini
cambiano. Persino i Capi Cupola pagano un tributo all’avanzare della veneranda
età. 

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Riina non ha mai avuto ripensamenti. Ha mantenuto in
maniera tetragona la sua posizione, non scivolando lungo la china del 
cosiddetto “pentitismo”, volendo passare alla storia – e a questo
punto gli manca poco – come uno dei pochi, autentici, grandi Pezzi di Merda della
Mafia, che non si è mai pentito. Lui se ne sta in isolamento, pensa ai
cucciolotti suoi, ma anche i cucciolotti devono darsi da fare. Con la speranza
che il tempo sia galantuomo anche per loro. 

Tanto è vero che nell’Agosto 2013, Lucia Riina, sua
figlia, venne curiosamente intervistata a Ginevra da un’emittente televisiva
svizzera, per rivelare di sentirsi “onorata e felice” di chiamarsi
Riina. Aggiunse anche “di capire il dolore dei familiari delle
vittime” fatte a pezzi da papà ma “di avere sofferto come non mai nel
giorno del suo arresto”. Infine, gratitudine e lodi sperticate per la
mamma che “le aveva insegnato a leggere e scrivere”. In
quell’occasione (28 agosto 2013) scrivemmo un articolo su questo sito,
intitolandolo “L’ereditiera di Riina“, perché non ci era sfuggito
“l’interesse svizzero” (forse economico-bancario?) per la figlia di
un capo mafia fra i più feroci della storia che si limitò a dire quanto fosse orgogliosa
di esserne, appunto, la figlia. E anche allora, come oggi, polemicone e
polemichette. 

E’ stata una premessa lunga, ma nel Paese di una
“memoria”, quando va bene, a salsicciotti, andare un po’ indietro,
almeno al passato recente, può tornare utile. 

A noi è chiaro perché Riina jr finisce a “Porta a
Porta”. Ci finisce nella stessa identica maniera in cui sua sorella Lucia
finì a suo tempo di fronte alle telecamere della tv svizzera. Diciamola
elegantemente: “sono interviste che non si possono rifiutare”. Bruno
Vespa ha fatto le sue domande. Ci mancherebbe. D’altra parte, se la direzione
Rai avesse voluto, l’intervista non sarebbe andata in onda. Ma il “niet” non c’è stato. Al
contrario: semaforo verde. Non possiamo sempre avercela con Vespa. Lui è quello
che è, ma ognuno è fatto a modo suo. 

Riina jr è mafioso (con sentenza passata in giudicato)
tanto quanto papà. Il fatto che il suo “cursus honorum” sia
più ridotto, si spiega con la giovane età. Con sorella Lucia, Salvino Riina, si
è candidato a occupare un tassello sinora rimasto vacante nella storia della
letteratura italiana: Edmondo De Amicis che riscrive il libro
“Cuore”, ma questa volta dal punto di vista dei mafiosi. La bontà del
papà. La bontà della mamma. La vita serena. Le scuole non frequentate: quanti
bambini possono godere di una simile felicità? Certo, poi, il bambino tira
fuori i dentini.

Non può giudicare papà. A domanda se ha rispetto per i
“magistrati morti” risponde che lui rispetta “tutti i
morti”, perché non sono solo i magistrati a morire. E Vespa è costretto a
ricordagli che la strage di Capaci accadde nel 1992, e non “nel 1993”
come da simpatico lapsus del giovanotto. E ancora. In famiglia non potevano
credere a tutte le accuse alle quali facevano riferimento i giornali. Ce l’ha
con i “pentiti” che “non fanno il carcere”. E così via
negando, dimenticando, omettendo, ignorando, sorvolando, tranne che per un
particolare.

Quando, fissando il povero collega Bruno Vespa negli
occhi, ha scandito: “dottor Vespa, guardi che io e i miei fratelli siamo
nati durante la latitanza di mio padre (riassumiamo a memoria, ndr) ma siamo nati in clinica e siamo sempre stati
registrati con i nostri nomi e cognome”. E qui si sono visti i dentoni più
che i dentini. Vespa avrebbe potuto approfondire, visto che lo Stato italiano
per oltre vent’anni sostenne di cercare spasmodicamente Totò Riina. Il quale,
invece, mandava placidamente la moglie in clinica a partorire. Ma Vespa non ha
mai detto di se stesso di essere un “giornalista antimafia”. Lui va
se sente l’odore della “notizia”. Non è specializzato in vicende di
Mafia e, meno che mai, di rapporti Stato-Mafia. 

Allora quale migliore occasione giornalistica per
tirar su una puntata visto che il rampollo del grande Pezzo di Merda della
Mafia ha scritto un libro? L’avesse pubblicato a spese sue, stampato in
fotocopia, a “Porta a Porta” Riina jr ci sarebbe finito lo stesso.
  

Ecco perché restiamo freddi di fronte al coro degli “indignados” che, lasciatecelo
dire, mette insieme tutti e il contrario di tutti. E qui ci permettiamo di
dissentire da Rosy Bindi, Presidente della Commissione Antimafia: non siamo in
presenza del “negazionismo della mafia”, come lei ha affermato
stigmatizzando la puntata. Siamo in presenza dell’esatto contrario: l’apoteosi
della mafia a telecamere accese, quelle di “Rai 1”. 

Avviandoci alle conclusioni. Detto quello che pensiamo
del rampollo, non ci è sembrato che gli ospiti in studio (da Antonio Schifani,
figlio di Vito assassinato a Capaci, all’avvocato Luigi Li Gotti al collega
Felice Cavallaro al giovane di Addiopizzo, Dario Riccobono) si siano genuflessi
di fronte al De Amicis in salsa mafiosa. Hanno mostrato fastidio e sconcerto. E
esposto i loro punti di vista. 

Presenza a sé quella di Maurizio Costanzo, con
intervista chiusa, il quale, dopo aver ricordato l’attentato mafioso al quale
sfuggì miracolosamente a Roma, ha magistralmente sintetizzato che la mafia oggi
non spara più per la semplice ragione che nessuno ostacola i suoi affari. Con
buona pace di tanti tromboni che la stessa Commissione antimafia è invece
solita invitare durante le sue sedute per sentirsi dire che la mafia è stata
sconfitta.   

Quanto a Marco Travaglio, ieri, sul “Fatto”
ha scritto che anche lui, come Vespa, avrebbe intervistato Riina jr.
Condividiamo. Anche se pensiamo che Travaglio, in cuor suo, non consideri la
mancata intervista a Riina jr una grande “occasione giornalistica”
perduta. 

E già che siamo finiti dentro l’argomento. A me, per
esempio, capitò di intervistare Giovanni Brusca nel carcere di Rebibbia, una
quindicina di anni fa. Ne venne fuori un libro dal titolo: “Ho ucciso Giovanni Falcone” pubblicato dalla Mondadori. E’ ancora
in circolazione nelle librerie. In quel libro, Brusca non mi raccontò quanto
fosse buono suo papà o quanto amasse la mamma. Mi raccontò d’aver commesso fra
i cento e i duecento delitti. Di avere sciolto cadaveri di mafiosi nell’acido.
Di avere strangolato con le sue stesse mani. Di avere carbonizzato altri
cadaveri sulle graticole come fossero bistecche. Di avere torturato. Di avere
assassinato il giudice Rocco Chinnici con una delle prime autobomba adoperate
dalla mafia. Di avere azionato il telecomando per uccidere a Capaci Giovanni
Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, gli agenti di scorta, Antonio
Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, eccetera eccetera. 

Insomma: roba forte. 

Il “Corriere della Sera” e “La Repubblica” – giusto per dire dei
due più grandi quotidiani italiani che in questi giorni hanno alzato la voce,
alimentando, nello stesso tempo, la gran cassa – , ignorarono il libro,
cavandosela con piccolissimi trafiletti. E in quelle sere, a “Porta a
Porta”, Vespa parlò di tutt’altro. Sapete perché la disparità di trattamento? 

Perché Brusca aveva deciso di “collaborare”.
Mentre Totò Riina deve continuare a tenere la bocca chiusa. Perché di cose ne
sa troppe. E ne potrebbe dire troppe. E in molti sono terrorizzati che vada
all’idea di parlare, un giorno o l’altro. Lo trattano, dunque, in guanti
gialli, come si confà alle vere Escort di Stato. Ecco, infine, perché in Italia
certe interviste “non si possono rifiutare”: è una partita di giro.

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