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A proposito di "lotta di classe"... e non solo

All’ingrosso, sembra di poter dire che il fulcro della società, su cui meglio dobbiamo dipanare l’indagine, è quel vasto agglomerato denominato ceto medio o ceti medi. [Gianfranco La Grassa]

A proposito di "lotta di classe"... e non solo

Redazione

21 Agosto 2015 - 09.26


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di Gianfranco La Grassa

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Ancora pochi giorni fa, un amico (nemmeno proprio un semicolto, anche se, ahimé, legge “Micromega”, il concentrato della demenza di “sinistra”) mi ha contestato il fatto d’aver sostituito la lotta tra capitale e lavoro con la geopolitica. Bontà sua, mi ha risparmiato la “lotta di classe”, la lotta tra borghesia e proletariato. Tuttavia, non c’è un gran miglioramento, anzi! La “lotta di classe”, come idea intendo dire, è partita quasi due secoli fa, ha avuto poi un rigurgito un po’ nauseante (sempre come idea) con il ’68 del secolo scorso ed infine è finita in conflitto capitale/lavoro; in Italia, direi soprattutto dopo la sconfitta della “Classe Operaia” alla Fiat nel 1980.

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La lotta di classe partiva da certe analisi di Marx – compiute nel suo “laboratorio” d’epoca, l’Inghilterra – che avevano un loro realismo, non avevano comunque proprio nulla dell’utopia. A metà ‘800 era appena terminata la prima “rivoluzione industriale” (grosso modo 1760-1840). Appena appena si cominciava ad intravvedere quella che verrà denominata impresa, che significa appunto iniziativa di un dato “soggetto” (non di un individuo). In definitiva, si indica una unità organizzativa attiva nella sfera economica; ma non necessariamente nel processo produttivo in senso stretto, di trasformazione di dati materiali in prodotti per soddisfare certe esigenze, trasformazione attuata in quelle che vengono più specificamente denominate fabbriche e che sono prese in considerazione da Marx quale struttura portante della società nel suo complesso. In base all’idea che per poter sopravvivere, ogni società (non solo quella capitalistica) deve produrre, nel senso di trasformare materiali forniti dalla natura in oggetti d’uso sociale; anche come mezzi di produzione per successivi processi trasformativi.

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Quest’idea è semplicistica. Faccio un esempio. In base ad una simile concezione, la figura sociale fondamentale della società feudale era il servo della gleba, in quanto produceva (trasformava) ed era il “padrone” delle tecniche impiegate in simile processo. Le altre figure – del potere feudale e quello della Chiesa (o delle Chiese), cioè le figure del potere politico e ideologico-culturale – sarebbero allora da considerarsi puramente parassitarie. In realtà, il servo della gleba non avrebbe prodotto alcunché senza la presenza di questi “parassiti”, che garantivano quel tipo di organizzazione dei rapporti sociali, senza di cui l’insieme sarebbe stato semplicemente un ammasso informe di individui senza capo né coda.

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Quello che resta dell’analisi di Marx è la considerazione delle posizioni sociali da lui considerate decisive nei processi produttivi tipici della società del suo tempo, il cui prototipo egli vide in quella inglese in quanto la più avanzata alla fine della prima rivoluzione industriale. E riflettendo sull’economia politica classica, egli mise in luce come, nell’ambito di una società pur liberatasi da ogni vincolo di servaggio – quindi con individui tutti eguali venditori di “qualcosa” sotto forma di scambio mercantile – chi aveva da vendere come merce la sola propria forza lavorativa avrebbe fornito il suo pluslavoro (sotto forma di valore) al proprietario dei mezzi di produzione. Proseguendo l’analisi – sempre nell’ottica della decisività del processo produttivo in quanto trasformativo; indichiamolo pure quale processo di fabbricazione e quindi svolto nell’opificio detto appunto fabbrica – egli pensò di individuare i due fondamentali raggruppamenti sociali esistenti nel capitalismo, borghesia e proletariato, definiti classi proprio perché gli appartenenti ad esse potevano essere unificati in base ad un elemento comune a tutti loro: i borghesi in quanto capitalisti, cioè proprietari dei mezzi produttivi impiegati nelle fabbriche; e i proletari (operai) in quanto venditori di merce forza lavoro, l’unica loro “proprietà”.

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Non a caso la “scoperta” decisiva nel pensiero di Marx, quella che regge poi tutta l’impalcatura della lotta di classe così come egli la considerò, è la distinzione tra lavoro (fonte del valore dei prodotti) e forza lavoro (che ha un valore in quanto lavoro speso per produrre i beni necessari a mantenere e riprodurre il lavoro salariato nelle specifiche condizioni di ogni data epoca storico-sociale). Ho già scritto mille volte in proposito e non mi dilungo. Il concetto centrale dell’analisi marxiana della società è invece il “modo di produzione”. Tutti pensano che le migliaia di pagine scritte da Marx riguardino la società, e in particolare quella definita capitalistica. In realtà, il “Nostro” ha sempre di fatto scritto sul “modo di produzione” in quanto struttura portante di una data società; quindi ha scritto semmai sul “modo di produzione” capitalistico; sempre ricordando che per Marx l’elemento fondante ogni data società è la produzione e riproduzione delle condizioni di mantenimento di quest’ultima.

Egli era però conscio che tale mantenimento non riguardava semplicemente la produzione, diciamo così, “materiale” (diciamo di beni e servizi), bensì la riproduzione di quel dato assetto sociale, di quella data struttura dei rapporti sociali. E’ talvolta invalso l’uso – che oserei definire di tipo “sindacale” – di considerare il modo di produzione nei suoi aspetti strettamente tecnico-organizzativi. Questo non è Marx. Per cui la lotta di classe in lui non è comunque mai semplicemente la messa in discussione dei processi lavorativi, delle tecniche ivi impiegate, delle loro modalità organizzative, dei tempi (lunghezza e “densità”) del lavoro erogato. Questo tipo di lotta va appaiata a quella per i livelli retributivi (salariali). Quindi fa parte di quel conflitto per i rapporti “di distribuzione” che non costituiscono l’ossatura del “modo di produzione” poiché sono derivati (e dipendenti) appunto da quelli “di produzione”.

L’effettiva lotta di classe era per Marx (e per i marxisti veri) lo scontro scatenato dai “dominati” nella società capitalistica (nel modo di produzione capitalistico) per mutare i rapporti sociali onde affrancarsi dal predominio della classe pensata come direttamente antagonista (borghesia). E tale affrancamento implicava il passaggio dalla proprietà privata (borghese) dei mezzi produttivi a quella collettiva con trasformazione allora del modo (sociale) di produzione, primo ma decisivo passo per la transizione verso il cosiddetto socialismo e poi comunismo. Tale trasformazione meno che mai riguardava le modalità tecnico-organizzative dei processi lavorativi; era invece da rovesciare il potere di disposizione dei mezzi produttivi da parte di una classe minoritaria (borghesia appunto) per dare senso all’affermazione di una proprietà detta collettiva, cioè del complesso dei produttori associati (questi, e non lo Stato, dovevano essere i depositari del potere di disposizione in questione).

Ad un certo punto della storia – proprio con la presunta prima rivoluzione della “Classe Operaia”, ridotta non a caso a semplice proletariato guidato dall’altrettanto presunta “avanguardia” di detta classe, il Partito Comunista – si è visto che la massa di manovra per la trasformazione del modo di produzione capitalistico (poco affermatosi proprio nel paese della Rivoluzione) era formata dai contadini, un raggruppamento sociale non costitutivo di quel modo (struttura dei rapporti sociali) di produzione. Invece di ripensare l’intero impianto della teoria supposta interprete di quella data “realtà”, si è preferito (Lenin) apportare delle “correzioni”; in effetti ampiamente trasformative della teoria in oggetto.

Lenin è stato a suo modo geniale, ma ha distrutto alla radice l’impianto teorico marxiano. Egli ha mutato il concetto di modo di produzione in quello di formazione economico-sociale. Ne trattò invero la prima volta nei primi anni ’90 del XIX secolo nel suo saggio contro i populisti, ma lo precisò molto meglio dopo la Rivoluzione quando si trattò di impostare la politica della Nep. A quell’epoca, secondo il capo bolscevico, la formazione economico-sociale sarebbe stata formata da ben cinque modi di produzione: un iniziale (e piuttosto imprecisato) modo di produzione socialista (in realtà il controllo centrale e generale della produzione da parte dello Stato di pretesa “dittatura del proletariato”), la comunità agricola primitiva (ormai in decadenza), la produzione mercantile piccolo-contadina (all’epoca il più rigoglioso modo di produzione), la proprietà privata di medie e grandi dimensioni (parliamo di fatto di imprese), la proprietà di altre grandi imprese da parte dello Stato.

Secondo Lenin, era indispensabile dare impulso a questi due ultimi modi di produzione (in specie a quello basato sulla proprietà/potere di disporre dei mezzi produttivi da parte dello Stato), tenendo però conto, tatticamente e temporaneamente, dell’enorme massa di contadini piccoli produttori mercantili. Si rendeva conto che la crescita di questo comparto sociale, se lasciato a se stesso, avrebbe innescato semmai uno sviluppo capitalistico. Si trattava tuttavia della gran massa della popolazione; era dunque opportuno lasciare una certa libertà di sviluppo sottoposto a rigoroso controllo e orientato sempre più verso la grande dimensione imprenditoriale e poi la statalizzazione. L’errore di certi studiosi (anche del mio Maestro francese Bettelheim a partire da un certo momento della sua ponderosa indagine storica del sistema sociale sovietico) fu di pensare che Lenin aderisse alle tesi di Bucharin, secondo cui era più utile lasciare proprio dilagare un simile modo di produzione.

Non lo credo affatto. L’intenzione di Lenin era tattica: teneva conto della necessità di non inimicarsi la gran massa della popolazione (che non era certo interessata al comunismo), sempre però tenendo presente la necessità del forte orientamento e aiuto fornito allo sviluppo dei due modi di produzione (decisivi per lui) sopra indicati. Si tenga presente che sussisteva pur sempre la vecchia indicazione teorica marxista (quella marxiana s-corretta da Kautsky): l’allargarsi della base produttiva piccolo-mercantile avrebbe sostenuto un più intenso sviluppo della medio-grande impresa (privata e statale) con crescita della “classe” (operaia), ritenuta il fondamento sociale della rivoluzione mirante alla transizione socialistica verso il comunismo (società senza più classi antagoniste). Solo che per Marx tale classe era il lavoratore collettivo (i produttori cooperanti “dall’ingegnere all’ultimo manovale”) mentre poi essa fu ridotta all’insieme degli operai di fabbrica, l’“ingegnere” essendo catalogato tra gli “specialisti borghesi”.

Considerazione realistica rispetto all’originaria impostazione di Marx, ma che implicava un totale snaturamento teorico con conseguenze pratiche decisive, poiché il semplice proletariato (senza l’apporto delle “potenze mentali della produzione”) non aveva alcuna capacità egemonica, quella capacità che ebbe invece la borghesia nel suo combattere e abbattere il feudalesimo. La borghesia creò il “suo” ceto intellettuale; pensare che ciò sia accaduto per il cosiddetto proletariato (in realtà il lavoro salariato delle medio-basse mansioni) dopo la rivoluzione sovietica (o dopo quella cinese o qualsiasi altra del genere) è frutto di mera fantasia.

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Appunto, la tattica; che fa parte anche della politica (dunque di attività “pratiche”) ma sempre con precisi influssi sulla teorizzazione. Arriviamo qui al dunque del problema. Oggi, la tesi della lotta di classe, dell’esistenza ancora di borghesia e proletariato in antagonismo (potenzialmente rivoluzionario) fra loro, fa ridere per non piangere. Solo dei ritardati o degli imbroglioni, ormai una minoranza con accenti comici da “avanspettacolo” di basso grado, sostengono simili avanzi indigeriti. Esistono operai (per nulla affatto la maggioranza della società, anzi!), non “la classe operaia”. Non esiste più nemmeno la borghesia, vero tramite (durato assai a lungo) tra la piccola nobiltà agraria inglese (la “gentry”), importante per il primo sviluppo manifatturiero al di fuori degli ordinamenti corporativi artigianali, e i nuovi raggruppamenti sociali costituenti i vertici direzionali (proprietari o meno che siano dal punto di vista giuridico) nei svariati settori dell’industria (e imprenditoriali in genere, anche nel ramo bancario, assicurativo, agrario, ecc. ecc.), in stretto intreccio con i vertici degli apparati politici (in specie dello Stato), militari, ideologico-culturali (questi, a mio avviso, in subordine rispetto ai precedenti, soprattutto nella fase storica più recente).

E si verifica nel contempo allora l’imponente ampliarsi di una congerie di gruppi sociali, tutti cacciati alla rinfusa nella dizione “ceti medi”, costituenti ormai la gran parte della popolazione in tutti i paesi detti capitalisticamente sviluppati. Starei molto attento a fare paragoni tra ceti medi e Terzo Stato della società appena uscita dalla condizione feudale o semifeudale. Si rischiano nuovi gravi fraintendimenti. Occorre proprio una mutazione di pensiero, molto differente da quella genetica; comunque un salto “discreto”, una soluzione di continuità, una sorta di “salto d’orbita dell’elettrone” senza che si possa veramente afferrare, “vedere”, il tragitto intermedio. Consideriamo il problema appena un po’ da vicino (non come vorrei, lo dico subito).

Il Terzo Stato andò subendo una decantazione che si accelerò negli anni ’40 del XIX secolo e comportò infine, in specie nell’analisi di Marx, l’individuazione di borghesia e proletariato (trattato sempre come fosse la stessa cosa di classe operaia; semmai con differenze di interpretazione della sua composizione tra il fondatore della teoria e i successori). In quegli anni si considera in pratica terminata la Rivoluzione Industriale (1760/70-1830/40, che fu la prima). Si trattò di un evento di cruciale importanza poiché cambiò lo schema dell’attività lavorativa umana. Fino alla manifattura – già capitalistica ad un certo punto e interessata da un intenso processo di specializzazione delle lavorazioni e degli strumenti impiegati, processo che preparò appunto la suddetta rivoluzione – lo schema era: uomo (lavoratore) – strumento di lavoro – oggetto di lavoro. La macchina, cardine del sistema industriale, ha come suo organo centrale e decisivo la parte operatrice, un insieme ben coordinato (nei loro movimenti) di strumenti (specializzati in singole operazioni messe in appropriata sequenza), che lavora l’oggetto trasformandolo; e viene soltanto seguita e controllata dall’uomo durante detto processo. L’energia motrice potrebbe essere quella umana, ma fu ben presto sostituita da forze molto più potenti e costanti, non soggette a stanchezza fisica.

L’uomo che controlla la macchina perde di fatto i saperi inerenti alla specifica lavorazione compiuta. Si tenga poi conto che nell’industria si arriva presto al sistema di macchine, fra loro coordinate. E’ questo sistema che esegue il lavoro trasformativo (dell’oggetto, della materia prima); ed è esso a venire sottoposto al mero controllo dell’operaio. Mentre nell’artigianato, e ancora fondamentalmente nella manifattura, vi era una certa unione nello stesso individuo delle “potenze mentali della produzione” e del “lavoro manuale o esecutivo” (quello di diretto intervento sull’oggetto da lavorare), con il sistema di macchine si ha la sempre più netta separazione tra chi possiede le prime e chi il secondo. In Marx, l’“operaio combinato” (o lavoratore collettivo cooperativo, “dall’ingegnere all’ultimo manovale”) è l’insieme dei lavoratori (ormai venditori di merce forza lavoro di varia competenza e capacità lavorativa) espletanti chi le mansioni “intellettuali” e chi quelle “manuali”. Con Kautsky (in ciò seguito da tutti i marxisti, anche quelli che lo appellarono poi “rinnegato”) gli operai sono solo quelli delle medio-basse funzioni lavorative, i lavoratori salariati dei livelli superiori essendo reputati “specialisti borghesi”, legati in sostanza alla classe capitalistica. E ho già più volte indicato che cosa questo ha comportato per il completo fraintendimento della “rivoluzione proletaria”, promotrice della transizione verso il socialismo (pur esso totalmente frainteso rispetto all’idea sostenuta da Marx).

Qui altro mi interessa al momento: l’inversione del rapporto uomo (lavoratore) – strumento – oggetto di lavoro in relazione diretta tra macchina (sistema di macchine) e detto oggetto, mentre gli uomini (lavoratori) si dividono in due specie fondamentali con molte gradazioni intermedie: coloro che ideano e mettono a punto le macchine e coloro che le controllano e intervengono in operazioni secondarie nel caso di inceppamento, di guasti del sistema (elementare) della trasmissione motoria, dell’alimentazione della fonte di energia per il movimento, ecc. Esempio tipico il fuochista che getta carbone nella caldaia della locomotiva e conosce solo il minimo necessario per impedire che essa abbia qualche inceppamento nel suo funzionamento (ad es. lubrificazione delle varie parti con olio per macchine), ecc.

Abbiamo qui un vero mutamento nel pensiero umano (nelle sue sequenze), che non ha immediata influenza nell’ambito delle teorie scientifiche – si rimane a lungo al determinismo newtoniano, figlio del rapporto tra uomo e strumento di lavoro quale prolungamento e rafforzamento della sua mano – ma che avrà invece poi, a partire dalla seconda metà dell’800, effetti considerevoli quali la scoperta del campo elettromagnetico e, in genere, del concetto di campo (ivi compreso lo spazio/tempo, che diventa elemento materiale costitutivo della struttura del Cosmo) fino all’indeterminismo (in realtà, a mio avviso, meglio dire probabilismo) della teoria dei quanti, ecc. L’uomo non si sente più strettamente determinato da un Destino, spesso assegnato alla decisione di una Provvidenza che lo sovrasta e decide ogni cosa per lui; comincia a dubitare sempre di più e si apre al Caso, quindi a possibilità di decisione e di intervento in sequenze causali che orientano la sua vita. Arriva magari così a sentirsi tanto libero di decidere da commettere errori perfino più gravi di quando si sentiva determinato.

In ogni caso, si ha un mutamento radicale della vecchia sequenza dal soggetto all’oggetto (tramite lo strumento), che, detto per inciso, è quanto viene nascosto dalla bella (in senso artistico) scena di “2001 Odissea nello spazio” quando l’uomo ancora scimmia scopre le proprietà (non solo benefiche, anzi piuttosto il contrario) della tibia ossea, divenuta strumento, la getta in aria con grido di trionfo (per la scoperta di come si possa spaccare la testa al nemico) e questa si trasforma in astronave. Manca qui il passaggio della “rivoluzione industriale”, non si vede, non si valuta. Mentre è questo passaggio, non solo “strumentale” ma eminentemente sociale (e con mutamenti politico-militari e ideologico-culturali), ad essere decisivo. Ho detto che si intacca il determinismo e si va verso una crescita della casualità (probabilistica). Si ha quindi la rottura dei ritmi “naturalistici” della vita e del lavoro, tipici di quando ancora predominava l’agricoltura. La manifattura, in specie quando si disgregarono gli ordinamenti corporativi artigianali, già intaccò questi ritmi, ma non troppo. L’industria, sì, ha effetti di trasformazione nettissima della vita così com’era durata per millenni, pur nel mutamento di civiltà, di forma dei rapporti sociali, ecc. Tutto il ritmo della stessa quotidianità, delle comunicazioni interumane, ecc, viene sconvolto.

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In questo primo passaggio, ha una sua dose di realismo (che non significa vera riproduzione della realtà così com’essa è) l’individuazione di quella decantazione del Terzo Stato in due classi – borghesia e proletariato (classe operaia) – pensate come antagoniste. Le successive rivoluzioni dell’industria (e il cosiddetto passaggio alla preminenza del settore detto dei servizi ecc.) avvengono in un mondo ormai mutato, non riguardano ulteriori trasformazioni del rapporto tra uomo e i suoi strumenti di lavoro, si concentrano invece sulle macchine e poi su tutte le interrelazioni che queste hanno con la vita umana. E allora ecco nascere l’altro errore: che siamo ormai dominati dalla Tecnica. Ma quest’ultima è pur sempre subordinata agli scopi che si fissano gli uomini stretti fra loro in determinati rapporti sociali. E gli uomini sembrano sempre proseguire fondamentalmente lo scopo della “scimmia-uomo” di “Odissea nello spazio” quando scopre che con la tibia uccide il nemico. E allora ecco sorgere l’idea della predominante “volontà di potenza”, di supremazia. No, nemmeno qui ci siamo, ma mi fermo perché dovrei altrimenti affrontare un’altra riflessione (sui flussi squilibranti) che sto svolgendo, e con difficoltà, a parte. Torniamo a bomba.

Oggi non è proprio più possibile pensare in modo dualistico. Lasciamo perdere quanto di ideologico e vecchio sussiste nella divisione tra dominanti e dominati. Ho cercato di migliorare le cose consigliando di definirli semmai decisori e non decisori. Pochi i vantaggi. Gli ambiti decisionali sono diventati molto meno definibili e dividibili nettamente rispetto a passate forme di società. E poi, nella misura in cui i ritmi “naturalistici” (e in qualche misura deterministici) sono stati sconvolti, quella che chiamiamo politica – e che pur essa deve essere meglio definita – interviene nettamente nel modificare, di fase in fase, l’articolazione dei settori decisionali con i loro differenziati spazi e tempi e i diversi gradi delle decisioni. Non possiamo decantare questo coacervo definito ceto medio alla stessa guisa del Terzo Stato. C’è troppo di ormai lontano dalle cadenze naturalistiche per poter procedere con quella che allora diverrebbe in un certo senso ingenuità o magari semplicismo. Siamo in difficoltà.

Resto convinto della giustezza dell’intuizione di Marx relativamente alla necessità di individuare la forma specifica (sempre con realismo e non con la pretesa di riprodurre la realtà) dei rapporti sociali di cui gli individui “sono creatura” (come scritto nella Prefazione alla sua massima opera). Non possiamo però procedere alla sua stessa guisa e non dobbiamo subito cercare gli antagonismi irriducibili che condurrebbero verso formazioni sociali immaginarie e, alla fin fine, solo fantasticate. In tutta franchezza, credo di riuscire ad individuare con una certa facilità, e con buona dose di realismo, dove si situa l’errore di Marx, per non parlare poi del marxismo; e mi sembra proprio di afferrare l’enormità delle sue conseguenze nel XX secolo, quello delle “grandi illusioni” ormai sbrecciate da tutti i lati. Tuttavia, sono prigioniero delle categorie teoriche di tutta una vita. Sto indicando ai più giovani dove mettere le mani per cominciare a vederci più chiaro. Io non sono però in grado di realizzare effettivamente tale obiettivo. Devono muoversi loro.

E allora? Allora ecco quella che ho indicato come mossa puramente contingente, “tattica”, diciamo. Non mi convince proprio per nulla affatto la geopolitica con le sue manie territoriali, il fatto della terra o dell’acqua che circonda dati paesi, e via dicendo. So che è necessario giungere alla struttura sociale di questi paesi. Non posso però inventarmela. E allora, poiché delle scelte, cioè delle prese di posizione sono in questo momento improrogabili, mi attengo a considerazioni assai rozze ecc., ma non prive di una certa efficacia; basta avere il senso della loro “contingenza di fase”, nel senso di una fase di pensiero che sconta le macerie delle illusioni novecentesche. E non certamente solo quelle del marxismo. Io sono però stato marxista; e di lì parto per la critica a tali illusioni, di cui mi faccio carico (spero con una certa radicalità).

Quindi, in definitiva, non ho nulla a che vedere con la geopolitica. Provengo da tutt’altre origini. Ritengo inoltre piuttosto semplicistica questa scienza (vera o pretesa che sia). Resta dentro di me l’esigenza e la consapevolezza di quanto sia decisiva l’analisi dei rapporti, della loro articolazione in una determinata formazione sociale storicamente data. Sono convinto che, fin quando non si giungerà a effettuare l’analisi in questione, resteremo in una condizione di precarietà anche nella pratica (politica) da condurre. Tuttavia, non intendo fare forzature e diffondermi con finta sapienza su ciò di cui non ho sufficienti idee, salvo che in negativo, così come le ho mostrate per sommi capi in questo scritto. Intanto, liberiamo definitivamente il campo da tutte le “conoscenze” che ormai hanno fatto il loro tempo. E soprattutto cerchiamo di capire dove principalmente era situato l’errore.

All’ingrosso, sembra di poter dire che il fulcro della società, su cui meglio dobbiamo dipanare l’indagine, è quel vasto agglomerato denominato ceto medio o ceti medi. Questi non riguardano principalmente la sfera produttiva così com’era per la borghesia e per il proletariato o classe operaia. I ceti medi non sono da assimilare, in modo largamente improprio, al Terzo Stato (per i motivi già addotti); ma dalla loro decantazione – che dovrà essere anche un “fatto teorico” – sembra comunque probabile l’originarsi di una nuova realistica visione della struttura sociale (sempre ricordando la differenza tra realismo e “realtà”).

Non so quanto tempo ci vorrà per arrivare a qualche punto fermo. Non penso di poterci giungere io; sono semplicemente un pensatore “di transizione”. Meglio esserne consapevoli.

(20 agosto 2015)

L”articolo è stato pubblicato su [url”Conflitti e strategie”]http://www.conflittiestrategie.it/[/url] con il titolo: “Noioso ripetere ma obbligatorio (data l”ignoranza imperante…)” ([url”clicca qui”]http://www.conflittiestrategie.it/noioso-ripetere-ma-obbligatorio-data-lignoranza-imperante[/url]).

Infografica: © René Magritte, Le Pelérin (1966) | Coll. Wilbur Ross.

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