L'inizio dell'anno: il presidente brasiliano Bolsonaro si è mosso

Il neo presidente fascistoide del Brasile, Jair Bolsonaro, si è mosso appena insediato facendo subito capire che la giornata cupa si vede dal mattino. [Piotr]

Il Presidente del Brasile Jair Bolsonaro

Il Presidente del Brasile Jair Bolsonaro

Redazione 10 gennaio 2019megachip.info
di Piotr


Il neo presidente fascistoide del Brasile, Jair Bolsonaro, si è mosso appena insediato facendo subito capire che la giornata cupa si vede dal mattino.


Adesso illustrerò queste mosse che permettono di fare alcune brevi considerazioni su diverse importanti contraddizioni in cui si trova il pensiero occidentale.


1. Intanto devo chiarire perché dico “fascistoide” e non “fascista”. E' una questione di prospettiva storica. Il fascismo della prima metà del secolo scorso, infatti, non seguiva un'ideologia economica liberista. Al contrario seguiva un deciso interventismo statale in economia coniugato con la garanzia autoritaria di una sufficiente estrazione di plusvalore, così come succedeva in tutti i Paesi capitalisti dopo la crisi del 1929. Era, se vogliamo, un'implementazione dittatoriale del New Deal.

Ho già discusso perché in Italia, in Germania e in altri Paesi fascisti o semi-fascisti europei il controllo della politica sull'economia, tipico del New Deal, assumesse caratteri dittatoriali. Varrà la pena ridiscuterne ulteriormente altrove perché l'insegnamento storico che se ne trae è vitale:  riprendere il controllo politico sull'economia è una condizione necessaria, ma non è assolutamente sufficiente, dato che è il segno politico di questo controllo ciò che fa la differenza. E non solo rispetto al tipo di governo (democratico o autoritario), ma soprattutto in relazione alla possibilità di opporsi al dominio del Capitale sulla società con tutte le crisi e i conflitti che questo dominio comporta. Pare banale, tautologico, che se si vuole che la Politica riprenda il controllo dell'Economia allora il tipo di politica diventa la cosa più importante. E tuttavia non lo si sente dire molto spesso, dato che al comando funesto dell'economia e ancor più della finanza sulla società ci si oppone non di rado con argomenti meramente tecnici di segno opposto e quindi politicamente “asettici”. Al dominio dell'economia finanziarizzata sulla politica ci si oppone come se si fosse di fronte ad un errore tecnico mentre l'aspetto politico viene lasciato in balia di chi pensa di essere di fronte a un complotto mondialista.


Le poche voci che leggono la crisi da un punto di vista sistemico complessivo e quindi necessariamente trans-disciplinare sono al più “rispettate”, ma non suscitano interessi politici.


Certo, creare in Italia oggi una banca pubblica sarebbe una mossa politica controcorrente. Ma la Germania ha ben sei banche pubbliche e la sua politica non è controcorrente. Certo, in tutto il mondo occidentale il controllo dei flussi di capitale oggi sarebbe una politica controcorrente con forti ripercussioni nelle relazioni internazionali. Ma questo è quanto già faceva negli anni Sessanta il presidente americano Lyndon Johnson, mentre bombardava il Vietnam (anzi, proprio per poter continuare a devastarlo).


Quel che conta non è dunque la soluzione tecnica, ma il progetto. E il progetto dipende e va valutato nel contesto geografico e storico.


Nel contesto latino americano attuale, ad esempio, il progetto Bolivariano del Venezuela e della Bolivia è antiliberista e democratico, mentre quello di Jair Bolsonaro è neo-liberista ma fascistoide, dove il “ma” è, per l'appunto, un “ma” riferito alla storia del termine “fascista”.


Perché qui l'utilizzo del termine “fascistoide” si riferisce alla sfera culturale e e a quella politica della cosiddetta “sovrastruttura”. E a volte alla sfera etica.


2. Orbene, il fascistoide Bolsonaro, da pochissimo insediato, ha compiuto due mosse.


Con la prima ha abolito il ministero per i Diritti Umani e ha creato al suo posto un ministero per le donne, la famiglia e i diritti umani, mettendo a suo capo una pastora evangelical di destra, Damares Alves.


Prima di capire la portata della mossa, abbiamo qui l'occasione di discutere la posizione e il ruolo delle chiese cristiane in questo periodo della Storia. Una discussione che non può essere svolta compiutamente qui ma di cui proponiamo brevemente alcune linee di riflessione che ci sembrano importanti.


Le denominazioni evangelical che hanno sostenuto Bolsonaro sono molto diverse dalle denominazioni protestanti storiche (con le quali non vanno infatti d'accordo) e si distinguono per un rifiuto delle conquiste della “modernità” quali il diritto della donna all'aborto o i diritti degli omosessuali. Proprio all'opposto, le denominazioni storiche invece non hanno mai, diciamo così, “perso l'appuntamento” con la “modernità”. La chiesa Cattolica si è invece mossa usualmente in una posizione intermedia, ma data la complessità del suo organismo, a volte con notevoli oscillazioni da un lato o dall'altro [1].


Si dovrebbe allora prendere in esame cosa abbia comportato l'appoggio - costante in ambito protestante storico e rapsodico in campo cattolico - a una “modernità” sempre più impegnata e centrata sull'individuo e sempre più disimpegnata dalla comunità ed estranea ad essa.


La “modernità”, la sua economia, la sua sociologia e la sua epistemologia, hanno reso difficile la definizione stessa di “comunità”. Una cosa paradossale, perché è un termine sostanzialmente  autodefinente, così come lo è il concetto di “insieme” in matematica (che può essere definito solo tramite suoi sinonimi: “un insieme è un aggregato...”, “un insieme è un raggruppamento...”, insomma “un insieme è un insieme”). È il concetto di “stare insieme” che è stato messo in crisi assieme alla sua contraddittoria e conflittuale pratica storica. Così, tener conto anche della comunità in quanto elemento storicamente dato e complesso in cui muoversi (che non sia quindi una comunità fittizia, indotta, una “community of...”, una lobby) è un esercizio che oltre ad essere stigmatizzato  dall'ideologia mainstream neo liberista è diventato molto più arduo e persino più rischioso che non tener conto solo dell'individuo e dei suoi desideri. Così come è altresì evidente che dietro al concetto di “individuo” e grazie alla mitologia che si è costruita attorno ad esso, si è giustificata e persino glorificata l'esorbitante fortuna delle élite che collide in modo sempre più diretto e feroce contro i crescenti disagi e le crescenti miserie del resto della popolazione delle società occidentali e degli stati vassalli, cioè della comunità.


Il controcanto all'esaltazione univoca dell'individuo desiderante e realizzantesi, non essendo più la comunità con le sue esigenze e le sue contraddizioni, è diventato l'individuo questuante, bisognoso. A lui è rivolta la “solidarietà”, o meglio la “charity” che, per via dei rapporti di forza ai quali proprio l'individualismo ha contribuito, viene incanalata in modalità ancora una volta funzionali agli interessi delle élite stesse, che così raggiungono la massima espressione di ipocrisia e cinismo.


Il meccanismo è evidente ad esempio nelle cosiddette “migrazioni”, cioè nel rapimento (con inganni e false promesse, come ha ricordato recentemente il presidente dell'Unione Africana) delle risorse umane necessarie al futuro di Paesi da devastare o scannare, per immetterle nel circuito dello sfruttamento delle nostre società, spessissimo in condizioni atroci e degradanti.


Il terreno per questa tratta (che secondo i dati ONU fornisce il traffico criminale più lucroso dopo quello dei narcotici) viene preparato dalla predazione economica (esempio notorio è quella attuata ferocemente dal Franco Africano francese, sostenuto politicamente a furia di assassinii) o dallo scempio militare (come nel caso della Libia e della Siria).


E sul dramma delle migrazioni si smaltiscono le animosità e le grida di propaganda dei sostenitori del “Diritto a migrare” e quelle opposte dei sostenitori del “Diritto ad escludere”. Nessuno che evochi il diritto enunciato da papa Ratzinger, ovvero il basilare “Diritto a non emigrare”. Questo sconvolgerebbe le coordinate ideologiche sia di chi vuol “far del bene” sia di chi fonda le proprie fortune politiche sui problemi reali e sui problemi presunti che una immigrazione di massa incontrollata provoca su società materialmente e culturalmente provate da una crisi ormai cinquantennale che si approfondisce e si esaspera di anno in anno.


Entrambi sono accomunati dal non volere affrontare il problema alla radice.


Un secondo controcanto è spesso l'appoggio diretto o indiretto a governi “progressisti”. Ma il generico essere “progressisti” si declina a seconda delle latitudini e della storia. In Brasile acquista un senso che da tempo non ha più negli USA o in Europa dove progressivismo e miti ultraindividualistici sono un tutt'uno.


Col loro rapporto sempre più acritico e sempre meno profetico con la modernità, sia le denominazioni protestanti storiche sia la chiesa Cattolica hanno dunque aperto uno scenario di crisi proprio in relazione alla comunità, cioè a ciò che doveva essere il loro riferimento naturale. E la comunità si è sentita lasciata sola. Una crisi che non sembra essere così sofferta dalla chiesa Ortodossa, sempre molto attenta alla funzione di collante della comunità svolto dalla religione e dalle sue istituzioni – un collante che è basato più che sulla semplice tradizione, sulla reiterazione.


Questa crisi, e ritorniamo al punto d'avvio, è stata colta al volo specialmente in America Latina da denominazioni evangelicals aggressive e spregiudicate, con messaggi pseudo calvinisti di successo personale abbinati a una visione ultra tradizionalista e quindi “rassicurante” dell'etica comunitaria. Ed è storico che in mancanza di un forte progetto di rottura, nei momenti di crisi una delle reazioni più spontanee, tipiche e immediate è rifugiarsi in fedeltà e immagini di mondo molto precedenti a quelle in cui si consuma la crisi stessa.


3. Al nuovo ministero del, chiamiamolo quindi così, “Comunitarismo retrogrado”, il presidente Bolsonaro passerà anche le competenze riguardo l'integrità delle riserve indigene, appannaggio dell'agenzia indigena Funai che fino ad oggi era inglobata nel ministero della Giustizia.


Lo scopo? Lo si capisce con la seconda mossa, ovvero il trasferimento della regolazione e creazione di nuove riserve indigene al ministero dell'Agricoltura, che è controllato dalla potente lobby dell'agribusiness.


Quindi l'aspetto giuridico delle riserve indigene non sarà più di competenza della Giustizia ma del   nuovo ministero del “Comunitarismo retrogrado” che avrà verosimilmente anche il compito di tenere alla larga le Ong ambientaliste e per i diritti umani non collaborative, mentre l'aspetto tecnico-operativo sarà affidato all'agribusiness.


La prospettiva è l'incremento della deforestazione dell'Amazzonia, nuovi danni ambientali e una rinnovata violenza contro gli indigeni.


Intanto il nuovo ministro della Salute ha annunciato un taglio alla sanità pubblica per gli indigeni che lui considera dei privilegiati rispetto alla popolazione “normale”.


Come ammesso apertamente da Bolsonaro, dà fastidio che il 15% del territorio nazionale non sia sfruttabile a causa di un solo milione di persone “sfruttate e manipolate dalle Ong” e che invece devono “essere integrate nel vero Brasile”, cioè in un Brasile, si riesce già a capire, in linea di principio privatizzabile fino all'ultima foglia dell'Amazzonia.


È un ragionamento che nel Mondo viene fatto ai danni di tutte le popolazioni “residuali”, in America come in Asia. Ed è parte della più generale “questione contadina” (e quindi ambientale) che come già aveva previsto il grande economista franco-egiziano Samir Amin, sarà una delle questioni centrali del nostro secolo e che coi suoi effetti renderà un problema da asilo infantile l'iscrizione o meno all'anagrafe degli immigrati con permesso di soggiorno scaduto.


4. Questo quadro, nel suo complesso, mostra l'altra faccia, o meglio il carattere più intimo, del sovranismo alla Bannon, il fiduciario privato di Donald Trump per i rapporti con gli altri partiti “sovranisti”, un uomo che di Jair Bolsonaro è stato grande sponsor ideologico (e verosimilmente anche pratico). E in questo quadro complessivo non è nemmeno difficile trovare qualche analogia tra la “questione indigeni” e la “questione migranti”. Analogie paradossali dato che i primi sono i nativi e i secondi il contrario (per alcuni sono addirittura gli “invasori”, ma tant'è).


La guerra annunciata contro le Ong che si occupano di Amazzonia e di popolazioni indigene verrà ovviamente sfruttata dai progressisti negli scontri interni ai vari centri di potere, a Washington come a Roma, e facendo di ogni erba un fascio sarà sfruttata per alzare ulteriormente la voce contro le modeste restrizioni messe in atto da parte di Paesi come la Russia e la Cina nei confronti di specifiche Ong collegate comprovatamente al Dipartimento di Stato, a Usaid o a loro organizzazioni collaterali come la Open Society Foundation di George Soros, cioè agenzie con finalità apertamente politiche, spesso sovversive, che perseguono con Ong ad esse collegate, a volte in  modo incrociato  come nelle multinazionali, e che svolgono la funzione che, consapevolmente o meno, svolgevano i missionari che accompagnavano i conquistatori.


Gli Stati Uniti non sono nuovi a sostenere qualcuno e la sua opposizione, una cosa e il suo contrario.


Ciò imporrà la necessità di fare ulteriore chiarezza politica sul mondo del Terzo Settore, cioè, come si diceva, sul controcanto all'iper-individualismo che solitamente contribuisce alla polifonia dei suoi esiti e alla fascinazione/rimbambimento che essa produce. Anche perché la confusione è destinata a crescere. E di ciò è di nuovo testimone il Brasile dove le manovre di Jair Bolsonaro sono state criticate anche da Marina Silva, già ministro dell'Ambiente di Lula e poi arma “ambientalista” in mano agli Usa di Obama contro Lula stesso e poi contro Dilma Rousseff, una ex pasonaria di sinistra, sostenuta dagli evangelicals di destra ma con vaghi progetti sociali di sinistra, critica – guarda caso – dei rapporti di amicizia con il Venezuela e Cuba e sostenitrice, al contrario, di più stretti rapporti con gli Usa e la UE.


Contro Lula e la Rousseff l'allora in gran spolvero Marina Silva non ce la fece. Così gli Usa, su suggerimento e sostegno dell'abile Bannon, hanno oggi puntato su Jair Bolsonaro e hanno vinto, lasciando la loro ormai ex beniamina in braghe di tela.


Per la “nazione eccezionale” tutti e tutte sono allegramente disposable.


 


[1] Se si vuole avere un'idea plastica, poetica e intelligente, di ciò che si sta dicendo, suggerisco di vedere il film “Un giorno devi andare” di Giorgio Diritti. Un lavoro che io reputo veramente molto bello e profondo,  giudizio che mi ha attirato rimbrotti da sinistra.