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Su Stangioni, la palude di Cagliari

'Dopo l''alluvione sarda, lo sguardo sul territorio non è più lo stesso. Ora mettiamo sotto assedio chi vuole costruire un quartiere sovietico in una palude.'

Su Stangioni, la palude di Cagliari

Redazione Modifica articolo

27 Novembre 2013 - 17.55


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di Giorgio Todde.

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Su Stangioni significa, in sardo, lo stagno, la palude grande.

Chi, a Cagliari, si oppone al nuovo quartiere sovietico detto Su
Stangioni che sorgerebbe su una piana all’estremità del territorio
cagliaritano, accanto a un vecchio inceneritore che ha sparso veleno per
decine d’anni, un quartiere collegato solo da strade a scorrimento
veloce, un ghetto più vicino all’hinterland che alla città, chi si
oppone sarebbe radical chic. Mentre dei problemi spacciati per veri se
ne occupano con le maniche rimboccate quelli che dicono di “pensare
concretamente alla città”.

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Tra gli obiettivi degli uomini “del fare” rientrerebbe l’impresa di
“riportare a Cagliari i cagliaritani emigrati nell’hinterland perché il
centro era troppo caro”. E di trasferirli a Su Stangioni, ultimo lembo
extra moenia del territorio di Cagliari. Dall’hinterland
all’hinterland, insomma.

Così gli abitanti continuerebbero a entrare in città solo per lavorare e
a uscirne per andare a dormire. Un obiettivo speculare per indegnità a
quello dei centri storici alla spina, vivi solo di notte, abitati da
pochi spericolati residenti con il sonnifero sul comodino.

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Cagliari non è un’eccezione nel Paese.

Cagliari – da 220mila abitanti nel 1981 a 150.000 nel 2012 – ha da tempo
praticamente esaurito il proprio territorio.E l’hinterland, dove oggi
si trovano i 70mila abitanti che mancano alla città, è diventato il
luogo nel quale la speculazione edilizia si è scatenata con più
violenza. E hanno pianificato: il vuoto al centro e il pieno
nell’hinterland. Basta un giretto lungo le squallide statali 554 e 130
per comprendere e rabbrividire.

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Però quest’area disastrata è stata insignita del titolo di area vasta
con lo scopo, nobile solo in origine, di fornirle un unico governo. Da
più di dieci anni si chiama area vasta di Cagliari l’area che comprende
il capoluogo e 15 comuni intorno. Una popolazione di circa 420.000
abitanti che decrescerebbe se non ci fosse una modesta immigrazione
extracomunitaria.

Pochi e costretti a una pericolosa dispersione urbana. Nell’hinterland
la densità abitativa è bassa, meno di 600 abitanti per chilometro
quadro, dissolti in uno spazio spropositato. Nell”area vasta lavorano
circa 140mila persone. Quasi 90mila a Cagliari. L’80% di chi entra a
Cagliari ogni mattina sceglie l’auto.

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L’area vasta di Cagliari è, sotto ogni aspetto, un compiuto esempio di
insostenibilità economica e sociale. Niente di nuovo.
Spersonalizzazione, cancellazione dei caratteri e rapporti sociali che
definivano le diverse comunità, la sindrome da spaesamento ormai
epidemica. E poi, un auto ogni due abitanti, inquinamento, tempi di
spostamento insopportabili, incidenti. Tutto questo considerato non una
patologia, ma una tassa da pagare a una finta, grottesca modernità.

L”agglomerato urbano comprende in realtà anche una decina di altri
comuni oggi tenuti fuori dall’area vasta, ma afflitti dalle stesse
malattie. Con gli abitanti di questi comuni si raggiungono i 490mila
abitanti su un territorio di oltre 1.800 chilometri quadrati. La
popolazione della provincia, che non coincide con l’area vasta, è di 563mila abitanti. Un rompicapo amministrativo.

E la scuola? In questa popolazione sono presenti, nel 2001, diecimila
analfabeti totali e più di cinquantamila dichiarano di saper leggere e
scrivere un testo semplice ma di non aver conseguito nessun titolo di
studio. Dati desolanti e in peggioramento.

Insomma, l’area vasta sarda ripete le percentuali abitative di aree che
nelle facoltà di architettura sono di solito indicate come nocivo
esempio di sprawl. Curiosamente Atlanta ed Elmas, il paragone suscita un
sorriso, spargono i loro abitanti nel territorio più o meno con le
stesse percentuali.

Qua come altrove è la politica, sospinta dagli affari, che ha consentito
la completa dissociazione tra fabbisogni reali e il costruito in
eterna, tragica moltiplicazione. Senza un disegno urbanistico e senza
una filosofia dell’abitare.

Occorreva un governo e una visione sovra-comunale. Ma nessun sindaco,
nessuna municipalità ha accettato, se non a parole, un’autorità
condivisa.

Il Piano Strategico Intercomunale c’è, ma è solo carta, senza contare
che quando un progetto è definito “strategico” allora siamo di certo in
pericolo. Le espressioni “risiedere, muoversi agevolmente, godere
dell’ambiente e di fruire dei servizi” dovevano essere “strategici” però
sono rimasti parole e le vere azioni “strategiche” sono consistite nel
ricoprire di cemento l’area vasta.

Ogni Comune ha deciso il suo Puc oppure ha deciso che è meglio non
possederne uno. Ma in tutti i casi le Giunte comunali sono rimaste i
soliti centri d’affari dedicati all’edilizia che “regge il mondo”. E
hanno vinto i localismi.

Anche la definizione di Area Metropolitana è rimasta volutamente vuota.
Una legge regionale annunciò nel ’97 il riassetto delle province sarde e
che il territorio di Cagliari si sarebbe potuto riorganizzare facendo
coincidere l’assetto provinciale con l”Area metropolitana dotata di
un’Autorità che la governasse. Tutti sanno come è andata a finire e la
commedia muta in tragedia.

Intanto nel Piano attuativo regionale per la spesa dei fondi destinati
alle aree sottoutilizzate 2007/13 – si trattava di 2278 milioni di euro –
le parole “trasporto pubblico, coesione sociale, ambiente” sono state
sostituite da parole molto più remunerative come“strade, svincoli, assi
di scorrimento”. Soldi per fare strade, insomma. E infatti oltre il 90%
delle risorse riguarda collegamenti stradali. Pochissimo per aeroporti,
porti e ferrovie. Hanno vinto gli affari e non c’è speranza di uscire da
una perniciosa concezione della nostra area urbana ridotta a territorio
di speculazione.

Intanto il nuovo quartiere de Su Stangioni resta un progetto che respira
di nuovo perché qualcuno, anche nel Pd cagliaritano, tenta di
rianimarlo.

Ancora case disperse e ancora la distorsione e l’abuso di parole come
“sostenibile, ecologico, verde” nel tentativo di contrabbandare come
housing sociale l’ordinario cemento, mentre la città, svuotata,
quindicimila appartamenti vuoti, si sfalda e si disperde nel solito
orrendo nulla urbano.

Rudimenti di urbanistica.

Il consumo irrazionale di suolo, quello distaccato dal fabbisogno reale,
deve cessare anche a Cagliari, la bruttezza delle campagne divorate dal
“cemento a vanvera” deve cessare, la vita di relazione deve essere
facile, il trasporto pubblico deve vincere. Non si vive vicino a un
territorio inquinato per decenni dall’incenerimento dei rifiuti. E non
si vive in un luogo brutto.

Su Stangioni è un luogo che evoca acque ferme, paludi malsane. Nessuna
manna, solo polveri avvelenate. Si deve definire il livello di
inquinamento di quest’area e solo dopo favorire la ricostituzione di un
nuovo paesaggio campestre e, magari, agricolo. Non esiste altra via.

E’ necessario stabilire un punto fermo dove finisce la città e dove
inizia la campagna. Esattamente come accade nei Paesi dove
l’urbanizzazione si è data regole certe. E quel punto, quel confine
esiste già. Molto lontano da Su Stangioni e molto prossimo alla città
attuale.

Ai “sostenitori” del progetto è consigliabile un volo sopra i Paesi
europei dove amano davvero i loro suoli per vedere come le città abbiano
un confine netto e come da quel punto inizi l’agro. Noi vogliamo la
città compatta dove per il bene comune si vive, si va in una scuola
vicina, in un teatro vicino, in un cinema vicino, in ambulatori e
ospedali vicini, in botteghe vicine, dove si cresce, si matura e si
invecchia in compagnia di altri esseri umani e dove una comunità
conserva le sue caratteristiche e peculiarità proprio perché si vive
vicini.

Nuove micro città sono come la gramigna: consumano i luoghi, sprecano risorse comuni e producono malessere.

La politica, la parte buona che sopravvive, cerca oggi a Cagliari di
evitare il cemento a Su Stangioni. Ma una parte del Pd locale pensa e
agisce contro ogni abbiccì urbanistico. L’interesse di pochi non deve
determinare la crescita della città, noi non dobbiamo pagare
urbanizzazioni folli, insediamenti insensati, dannosi e antieconomici.

Per questo siamo sicuri che il pensiero raccolto intorno a Eddyburg è
profondamente contrario a un progetto brutto, vecchio, scriteriato,
svantaggioso e nocivo come quello di Su Stangioni. E che sarà accanto a
chi si oppone a questo inaccettabile progetto.

Riferimenti 

Se volete sapere di più sulla lottizzazione di Su Stangioni, che non
piace al sindaco ma piace a parte consistente della sua maggioranza
scaricate e leggete il dossier del gruppo di lavoro sul consumo di suolo
del Circolo Copernico

Fonte: [url”http://www.eddyburg.it/2013/11/su-stangioni-la-palude-di-cagliari.html”]http://www.eddyburg.it/2013/11/su-stangioni-la-palude-di-cagliari.html[/url]

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