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La svolta filo-russa del Movimento 5 Stelle

Di fronte ai dati sconcertanti dei danni dovuti alle sanzioni, la lotta alla russofobia, sia mediatica che economica, è ora una priorità per diversi partiti.

La svolta filo-russa del Movimento 5 Stelle

Redazione

4 Agosto 2015 - 17.46


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di Sebastiano Caputo.

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Da italiani,
la russofobia lascia il tempo che trova di fronte ad un principio
inviolabile, quello della realtà. Lo ha ribadito lo stesso Vladimir
Putin nel corso della sua recente visita all’Expò di Milano,
sottolineando come il nostro Paese rimane il secondo partner commerciale
in Europa (dopo la Germania) e il quarto a livello mondiale. Nel 2013,
infatti, l’Italia esportava nella Federazione Russa per 10,4 miliardi di
euro
(fonte),
ma quando sono state ratificate le sanzioni, il commercio tra i due è
diminuito del 20 per cento (mentre il commercio tra Usa e Russia è
aumentato del 15 per cento!).


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Di fronte a
questi dati sconcertanti, ma soprattutto autolesionisti, la lotta alla
russofobia, sia mediatica che economica, è diventata una priorità per
diversi partiti politici italiani. Non è solo Matteo Salvini per mezzo
dell’Associazione Culturale Lombardia-Russia
presieduta da Gianluca Savoini a coltivare i rapporti con gli ambienti
vicini al Cremlino. Ora anche il Movimento 5 Stelle, dopo mesi di
esitazione probabilmente a causa di una base elettorale in maggioranza
progressista, sembra remare in quella direzione. Ad organizzare la
manovra filo-russa sono tre deputati della Commissione Affari Esteri e
Comunitari, Alessandro Di Battista, Carlo Sibilia e Manlio Di Stefano,
probabilmente con l’avallo di Beppe Grillo, il quale essendo sposato con
una donna iraniana non ha mai creduto alla retorica statunitense degli
“Stati canaglia”, e con il sostegno teorico di Giulietto Chiesa,
giornalista, direttore di Pandora TV nonché promotore della raccolta firme
per l’uscita dell’Italia dalla Nato. A lasciar intendere la volontà del
M5S di intraprendere un percorso di riavvicinamento con il Cremlino
sono tutta una serie di iniziative che vanno dal convegno
organizzato il 10 luglio a Roma sulla “Banca dei Brics come alternativa
alla predominio del dollaro”
con la partecipazione di Andrey Klimov
(vice presidente della Commissione Esteri in Russia) fino alle video interviste
dello scrittore russo naturalizzato italiano Nicolai Lilin, passando
per i post sul blog firmati da Manlio Di Stefano dove si parla di “vero e
proprio colpo di Stato in Ucraina da parte dell’Occidente”. Per non
parlare della delegazione di parlamentari del Movimento 5 Stelle
che ad ottobre visiterà la Repubblica di Crimea – il cui ricongiungimento alla Federazione Russa non è
riconosciuto da Unione Europea e Stati Uniti – con il fine di rompere
l’isolamento diplomatico.


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Più volte
Alessandro Di Battista ha usato questa espressione per ribadire la
posizione ufficiale del M5S in politica estera: “non siamo né filo-russi
né filo-americani, siamo filo-italiani”. Eppure la strategia
sembrerebbe finalmente cambiare perché, di fatto, lo zarismo di Vladimir
Putin
non è l’internazionalismo del PCUS, come non è il messianismo
(imperialismo per i laici) degli Stati Uniti d’America. Il filosofo
Alexander Dugin lo spiega bene nei suoi scritti eurasiatici: “voler
europeizzare la Russia o russificare l’Europa sarebbe tanto assurdo
quanto inaccettabile. Il dialogo e la cooperazione sono invece non
soltanto possibili, ma fortemente augurabili. L’Europa, come d’altronde
la Russia, potrà riscoprire la sua grandezza solo a condizione di
liberarsi dal controllo americano”. A differenza della pax americana – fondata sull’egemonia e la dominazione – la pax russa di Putin ha una proiezione comunitaria che si regge sul multipolarismo, vale a dire nel rispetto della sovranità degli Stati.

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