Dopo la gaffe di Juncker: cosa pensano di noi in Europa?

È venuto il momento di smetterla di guardarci l’ombelico e di chiederci, non cosa pensiamo noi dell’Europa, ma cosa pensa l’Europa di noi. [Mauro Barberis]

Jean-Claude Juncker

Jean-Claude Juncker

di Mauro Barberis


Qualcuno credeva che le prossime elezioni fossero un derby fra destra e sinistra? Ora, un derby magarì sì, ma non fra destra e sinistra, bensì fra politica e antipolitica, sistema e antisistema, europeisti ed euroscettici. L’infelice uscita del Presidente della Commissione europea sul timore che le elezioni italiane non producano un governo «operativo» ha avuto il merito di ricordarci che la scelta non è fra promesse più o meno insostenibili, opposti personalismi, teppismi di piazza, come sembra dall’interno. Bensì fra un’Italia capace di stare in Europa, e un’altra che ci ha già rinunciato, e corre verso l’Africa credendo di averne paura: come pare invece dall’estero.


Deplorato il vespaio, assorbito il terremoto in Borsa, preso atto delle smentite e anzi delle foto del trio Merkel-Macron-Gentiloni, dopo l’incontro di ieri [ndr: 25 febbraio] già programmato da tempo, è comunque venuto il momento di smetterla di guardarci l’ombelico e di chiederci, non cosa pensiamo noi dell’Europa, ma cosa pensa l’Europa di noi. E qui si aprono tre possibili interpretazioni delle parole di Juncker, che qui provo a elencare in ordine di gravità crescente.


La prima interpretazione, più malevola, è che il Presidente abbia voluto entrare a piedi uniti nella campagna elettorale di un paese interno, con il rischio di sfavorire il risultato da lui preferito invece di favorirlo. Risultato che in ordine di preferenza è: una vittoria del centrosinistra, improbabile; una Piccola coalizione Renzi-Berlusconi, che gli interessati si affannano a negare e che i sondaggi rendono sempre più aleatoria; infine, un esecutivo Gentiloni purchessia, durante la transizione e anche dopo, targato Governo del Presidente, o di Salute pubblica, o in qualunque altro modo.


Le seconda interpretazione, più machiavellica, è che Juncker abbia solo voluto prepararci e prepararsi alla tempesta perfetta che potrebbe scatenarsi il 5 di marzo: vittoria degli antieuropeisti in Italia, no dei socialdemocratici tedeschi al governo con la Merkel, spread che torna a livelli berlusconiani, un paese con quattrocento miliardi di debito che perde la fiducia dei mercati, cioè non solo delle banche ma prim’ancora dei risparmiatori. Considerando pure che nessuno dei partiti maggiori, allo stato, pretende di uscire né dall’Unione né dall’euro: sicché con l’Europa i conti bisognerà comunque farli, a partire dalla manovrina di primavera sinora risparmiata a Padoan.


La terza interpretazione, più minimalista, è in realtà la peggiore di tutte. Il gaffeur lussemburghese non voleva fare alcuna operazione strategica. Si è solo lasciato scappare ciò che pensa. E il vero problema consiste nel fatto che non è il solo a pensarla così, in Europa e nel mondo.


(26 febbraio 2018)


 


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