Terza Repubblica, istruzioni per l'uso

Messo da parte ogni catastrofismo, forse è sui contenuti concreti che bisognerà discutere - e in caso di necessità lottare. [Alessandro Gilioli]

Alessandro Gilioli | Terza Repubblica, istruzioni per l'uso

Alessandro Gilioli | Terza Repubblica, istruzioni per l'uso

di Alessandro Gilioli


 


Il "Patto della Staffetta", per i cultori di storia recente, è quello che strinsero a metà degli anni Ottanta Bettino Craxi e Ciriaco De Mita, per alternarsi alla guida di Palazzo Chigi.


La Dc aveva il 32,9 per cento - praticamente la stessa percentuale del M5S oggi; il Psi era attorno al 12, un po' meno della Lega di adesso (ma c'erano gli altri "laici" del pentapartito che insieme facevano un altro 11).


Il patto prevedeva che il primo giro toccasse a Craxi e così fu.


Dopo due anni e mezzo, De Mita iniziò a scalpitare.


Si narra che l'incontro tra le due delegazioni per fare il punto sulla situazione si sia tenuto nello stesso luogo dove era stato siglato il patto, un convento di suore sull'Appia Antica. De Mita attaccò, con il suo accento irpino pieno di gutturali: «Vedi Bettino, eravamo proprio seduti proprio qui, a questo tavolo, nelle identiche posizioni di oggi...». Ma Craxi lo interruppe subito, con i suoi modi bruschi: «Le condizioni politiche sono cambiate».


Fine del Patto della Staffetta, si andò verso elezioni anticipate.


* * *


Non è detto, ovviamente, che in caso di staffetta finisca anche questa volta così. Diversi sono i dioscuri, diversi i partiti al cui comando si trovano. Ho ricordato quella storia solo perché è abbastanza curioso come questa cosiddetta Terza repubblica stia nascendo con diversi tratti in comune con la Prima, molti di più che con la Seconda.


Basta pensare alla crisi di sistema e alla sparizione dei protagonisti precedenti, che si è ripetuta in modo simile nel 1994 e nel 2018.


Nel 1994 si era appena sfasciato il meccanismo che aveva retto la politica italiana per quasi 40 anni. I partiti che prima avevano la maggioranza in Parlamento sparirono o quasi. Il Psi tolse proprio il disturbo, devastato dalle inchieste e dalla latitanza del suo capo; si dissolsero anche gli altri partiti "laici" di centro; la Dc si trasformò in Partito Popolare, per poi dividersi tra pro e anti Berlusconi. Dei partiti storici, ressero solo i due che durante il pentapartito erano all'opposizione: il Msi (trasformato in An) e il Pci (trasformato in Pds).


Cambiata la legge elettorale in senso maggioritario, nacque il bipolarismo centrodestra-centrosinista: il primo attorno a Forza Italia, il secondo attorno al Pds-Ds-Pd.


Nell'anno 2018 è accaduto qualcosa di simile. Si è sfasciato il meccanismo che ha retto la politica nei 24 anni precedenti e hanno perso un'enormità di consensi i due partiti su cui questo meccanismo si basava: Forza Italia e Pd. Che nel 2008 (all'apice del bipolarismo) insieme facevano oltre il 70 per cento dei voti; nel 2018, il 32 e mezzo. Più che dimezzati, insomma.


Cambiata la legge elettorale in senso proporzionale, è finito il vecchio bipolarismo centrodestra-centrosinista è si è tornati alla mediazione tra forze politiche nessuna delle quali in grado di formare un governo da sola.


La specularità tra le due grandi cesure - quella del 1994 e quella del 2018 - mi sembra piuttosto evidente, seppur con le dovute differenze.


* * *


Se poi guardiamo a quello che sta succedendo in questi giorni vediamo che non mancano altre similitudini non solo con la prima "crisi di sistema" repubblicana (quella del '94) ma addirittura con le dinamiche che l'hanno preceduta.


Si diceva della staffetta, ad esempio: non so se questa soluzione oggi ipotizzata si realizzerà veramente, ma il solo fatto che sia un'opzione realistica rimanda alla Prima repubblica.


Così come le lunghe trattative fra partiti diversi. Non ci eravamo più abituati, finché Berlusconi o Renzi decidevano tutto da soli, ma ai tempi di Craxi e De Mita (e anche prima) erano cosa normale, quotidiana.


Così come il "comitato di conciliazione" proposto nella bozza di contratto uscita ieri sera: mi sembra identico al "vertice dei segretari dei partiti della maggioranza" al tempo del pentapartito o della solidarietà nazionale, nulla di peggio e nulla di meglio.


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Ma c'è un'altra similitudine ancora, tipica di ogni crisi di sistema: il senso di Apocalisse. Parola che, come noto, è interpretabile in due significati opposti: da un lato, c'è chi ha terrore per il Grande Crollo, per la catastrofe, per la fine del mondo; dall'altro, chi esulta per il vecchio spazzato via ed è certo dell'arrivo di una Nuova era.


Nel 2018 - proprio come nel 1993/1994 - l'Italia si divide tra gli entusiasti e i terrorizzati del cambiamento. Nel primo gruppo è diffusa la certezza di una resurrezione del Paese; nel secondo, non manca chi proclama il suo prossimo espatrio, esattamente come 14 anni fa.


Personalmente - per quel che vale, e proprio per l'esperienza della precedente crisi di sistema - consiglierei a entrambe le categorie una maggiore compostezza.


Non credo né alla radiosa palingenesi né alla calamità esiziale.


Non credo nemmeno che l'eventuale alleanza Lega-M5S sia "il governo più a destra di sempre" (ma ve lo ricordate Previti ministro che urlava "non faremo prigionieri"?), pur avendo anch'io alcune preoccupazioni: ad esempio sulla questione migranti (si può far peggio di Minniti? Sì, probabilmente sì) o sulla "mano libera alle forze dell'ordine" che tanto vorrebbe Salvini.


A proposito: messo da parte ogni catastrofismo, forse è sui contenuti concreti che bisognerà discutere - e in caso di necessità lottare. Non tanto in Parlamento - mi pare che le probabili opposizioni abbiano assai scarsa credibilità - quanto nel Paese, fuori, nei famosi corpi intermedi, nelle associazioni, nelle piccole o grandi realtà fisiche e/o virtuali che ciascuno di noi frequenta.


Magari è più utile e concreto che autoconsolarsi ogni mattina ripetendo "dove siamo finiti signora mia".


Del resto anche la parola "crisi" ha due significati. Nel primo, il più noto, è sinonimo di difficoltà. Nel secondo, il più etimologico, indica genericamente un cambiamento in meglio o in peggio: includendo tanto la nozione di problema quanto quella di superamento del problema.


 


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