Torture al G8 e carriere dei poliziotti: io, carabiniere pregiudicato, sto con il pm Zucca

Se nessuno vuol dare retta ad uno stimatissimo ed onesto Magistrato, allora ascolterete le parole di un pregiudicato, come me. [Saverio Masi]

Saverio Masi | Torture al G8 e carriere dei poliziotti: io, carabiniere pregiudicato, sto con il pm Zucca

Saverio Masi | Torture al G8 e carriere dei poliziotti: io, carabiniere pregiudicato, sto con il pm Zucca

di Saverio Masi *

Se nessuno vuol dare retta ad uno stimatissimo ed onesto Magistrato, allora ascolterete le parole di un pregiudicato, come me. Mi scuso preventivamente – umilmente e sinceramente – con il Sostituto Procuratore Generale di Genova, Enrico Zucca per quanto sto per dire: non dovrebbe essere un pregiudicato come me a riconoscere le sacrosante verità delle sue affermazioni. Forse dovrebbero farlo le massime cariche dello Stato, quello Stato ove regni una Giustizia sociale che i cittadini con il loro ultimo voto si ostinano ancora a ricercare. 

Quello che ho detto poc’anzi è una verità inconfutabile: sono un Maresciallo dei Carabinieri pregiudicato. Sono stato infatti condannato in via definitiva dalla Cassazione nel 2015 a sei mesi di reclusione per falso materiale relativamente alla vicenda di una firma apposta ad un documento che attestava un fatto vero, cioè che mi trovavo in servizio quando avevo preso una multa alla guida del mio mezzo privato. Purtroppo si trattava di una prassi, all’epoca delle indagini di mafia, dovuta al fatto che vi fosse la necessità di utilizzare mezzi non facilmente individuabili. 

D’altronde la mia riportata condanna non è un mistero per nessuno. Quando fui chiamato a testimoniare davanti alla Corte d’Assise di Palermo al processo sulla trattativa Stato-mafia, circa quegli ostacoli frapposti nella ricerca dei latitanti ed altre vicende più gravi quali il mancato sequestro del ‘papello’ da parte di altri Carabinieri, tutti i giornali hanno correttamente sottolineato che la mia testimonianza era quella di un pregiudicato.

Inoltre, in seguito ad una querela da me sporta per denunciare gli ostacoli che ritenevo e ritengo di aver trovato mentre ero impegnato nelle indagini per la cattura di importanti latitanti, quali Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, sono stato anche rinviato a giudizio per calunnia e dovrò affrontare per questo, com’è giusto, un processo a Palermo, al quale non cercherò assolutamente di sottrarmi. Anzi, sarà la sede giusta per far luce su ciò che da troppo tempo un sistema sempre meno oscuro di potere continua a celare.

È giusto così. È giusto così perché ho giurato come Carabiniere di “essere fedele alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni”. 

È perciò corretto e doveroso che, in presenza di una condanna definitiva, da molti anni io non svolga più il lavoro di investigatore, specializzato nella ricerca di latitanti, per condurre il quale avevo perfezionato il mio addestramento e che da allora io non abbia avuto alcuna promozione o gratificazione dall’Istituzione cui appartengo. Sono fermo allo stesso grado che avevo quando emersero per la prima volta queste vicende nel 2009. 

Se l’Arma decidesse di esonerarmi dal servizio che sto espletando o di penalizzarmi ulteriormente non potrei che essere d’accordo con una decisione intrinsecamente giusta: i condannati e coloro su cui gravano pesanti sospetti non devono godere di alcun trattamento di riguardo, meno che mai devono progredire in carriera o ricevere qualsiasi forma di benevolenza.

E ciò per l’evidente motivo che coloro che hanno disonorato le Istituzioni – che avevano giurato di servire – hanno messo in discussione la loro credibilità. Tutto ciò almeno fino a quando il processo a loro carico non si sarà concluso.

Ecco perché non posso che concordare con le recenti dichiarazioni esternate dal Sostituto Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Genova, Dott. Egidio Zucca, che ha dichiarato: “Il Governo deve spiegare perché ha tenuto ai vertici operativi dei condannati…”. Egli ha ricordato che in occasione del G8 svoltosi a Genova nel luglio del 2000, ci furono episodi di tortura perpetrati da esponenti delle forze dell’ordine, come riconosciuto anche da più sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo.

Per quello che ho detto prima, anche riguardo alla mia posizione processuale, non posso che essere d’accordo con le parole del Dott. Zucca e sulla critica espressa rispetto a quei funzionari della Polizia che sono stati condannati con sentenze definitive dalla giustizia italiana e, a dispetto di ciò, sono incredibilmente rimasti in servizio, addirittura promossi e oggi ricoprono posizioni apicali. 

Gilberto Caldarozzi, condannato in via definitiva a tre anni e otto mesi per falso (riconosciuto colpevole di aver partecipato alla creazione di false prove dopo le violenze), è vicedirettore della Direzione Investigativa Antimafia, Francesco Troiani, condannato anch’egli definitivamente a tre anni ed otto mesi per falso (aveva detto al suo autista di portare alla Diaz le “famose” molotov che servirono da pretesto per l’irruzione e la successiva “macelleria messicana”) è dirigente del Centro operativo autostradale di Roma, Francesco Gratteri, condannato definitivamente a 4 anni sempre per falso è stato promosso Prefetto prima di andare in pensione. L’ex capo della squadra mobile di Viterbo, Salvatore Gava, condannato a 3 anni e 8 mesi per falso (aveva redatto un falso verbale in cui si dichiarava la presenza di molotov all’interno della scuola Diaz), ha potuto continuare senza ostacoli la propria carriera, tant’è che ha indagato pure su quello che mi ostinerò a classificare come l’omicidio del giovane e talentuoso urologo Attilio Manca, in disprezzo della serenità della famiglia dell’ucciso, considerando pure che Gava avrebbe sbagliato ad accertare la verità dei fatti circa la presenza, inesistente, dell’urologo presso l’ospedale dove lavorava mentre nei registri di presenza non vi è traccia alcuna.

E, prima delle condanne, durante i processi, del pari, la loro carriera non ha subito alcuno stop, anzi, incredibilmente, è progredita quanto meno come se esse non fossero mai state pronunziate.

Un quadro reso ancor più grave da quanto accertato definitivamente nel caso della incredibile vicenda della prescrizione riconosciuta al Generale Giampaolo Ganzer, già Comandante del ROS dei Carabinieri, dopo la condanna della Corte di Appello di Milano a 4 anni e 11 mesi di reclusione "per aver costituito un'associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati, al fine di fare una carriera rapida". Reati poi prescritti che non portarono ad alcun ostacolo per la sua carriera, che progredì normalmente.

Tutto ciò, a mio modesto parere, non è accettabile. Come minimo un esponente delle Forze dell’Ordine su cui gravano pesanti sospetti, non deve avere alcun avanzamento di carriera – semmai il contrario – ed essere tenuto in stand-by finché non dimostri, se è in grado di farlo, senza trucchi o possibilità di dubbio, la propria completa innocenza e la correttezza del suo agire. E senza vittimismi, poiché si tratta di una elementare questione di giustizia e rispetto delle regole.

Le stesse regole che, secondo una sentenza e un rinvio a giudizio, io non avrei rispettato. E per questi comportamenti, se non riuscirò a dimostrare la mia totale innocenza e correttezza e la verità dei fatti da me denunciati, com’è giusto che sia, sono disposto ad assumermi tutte le responsabilità e a pagarne personalmente le conseguenze. 

Purché mi seguiate tutti, cari colleghi pregiudicati! Ipotesi fantascientifica, considerato che tra le fila di chi vi nomina, in parlamento, si celano altri pregiudicati. Ecco perché non riesco a sentirmi come Voi, Italiano.
Le parole del Dott. Zucca vi suoneranno aspre ed inappropriate, ma altrettanto inappropriato è che tutti restino al loro posto, progredendo nelle loro carriere ed assumendo incarichi di responsabilità maggiori, nonostante condanne e processi in corso se poi un soggetto come me è stato correttamente punito dall’Arma per le sue condotte penali.

È una questione di opportunità, di Giustizia sociale e non lo sostengo io che sono un pregiudicato, ma l’ha detto chi ha più autorevolezza di me, la stessa persona che ha paradossalmente criticato le parole del Dott. ZUCCA.

Mi riferisco a Franco Gabrielli, che il 19 luglio 2017 in un’intervista a “La Repubblica” circa la responsabilità politica di Gianni De Gennaro quale capo della polizia ai tempi dei fatti di Genova dichiarò: “Se io fossi stato Gianni De Gennaro mi sarei assunto le mie responsabilità senza se e senza ma. Mi sarei dimesso. Per il bene della Polizia”.
Eh già, “per il bene della Polizia!”; invece, per il bene della Giustizia sociale e la coerenza istituzionale, una prece. 

Gianni De Gennaro non solo non si dimise in seguito ai fatti di Genova, ma rimase al suo posto anche quando venne coinvolto nelle indagini e poi processato per induzione alla falsa testimonianza. Vicenda che poi – va detto – lo vide assolto con sentenza definitiva dalla Cassazione ma che, all’epoca dei fatti non costituì un ostacolo alla sua carriera. Durante il processo non era più capo della polizia, ma ricoprì incarichi di primo piano, come quello di direttore del DIS, quindi a capo dei servizi di informazione e sicurezza.

Oltreché il reato di tortura, consiglierei ai nuovi parlamentari di studiare e introdurre anche il reato di incoerenza. Quella istituzionale. 





Le ‘indagini pericolose’ di Saverio Masi

di Salvatore Borsellino e Federica Fabbretti (da ilfattoquotidiano.it, 10 ottobre 2013)

Martedì 8 ottobre è prevista a Palermo la sentenza d’appello di un processo che sta passando nel più completo silenzio.
Riteniamo importante raccontarvi la storia di questo processo e dell’uomo che lo sta subendo: nel 2008 un maresciallo dei carabinieri prende la sua macchina e, in un’operazione di polizia giudiziaria antimafia, va a parlare con un confidente. Ha fretta e durante il tragitto prende una multa. Mesi dopo arriva la contravvenzione e il carabiniere in questione, dopo aver controllato le date, scrive una relazione che attesta che la macchina privata era stata usata per motivi di servizio, vi allega una lettera di accompagno di un suo superiore, e manda il tutto alla prefettura. Poco dopo giunge al comando dei Carabinieri una richiesta di conferma che accerti che il carabiniere in questione fosse veramente in servizio quel giorno ma il suo superiore, invece di confermare, manda un avviso di notizia di reato alla Procura competente e il carabiniere del nostro racconto viene rinviato a giudizio e processato per i reati di falso materiale, falso ideologico e truffa.

La Procura della Repubblica di Palermo accusa il maresciallo di aver compilato una relazione falsa (si contesta la sua effettiva presenza in servizio quel giorno), di aver falsificato materialmente la relazione (la lettera di accompagno, invece di essere firmata dal superiore del maresciallo, era stata siglata dal maresciallo stesso con l’aggiunta della dicitura “APS”, assente per servizio, riferita al superiore) e di aver voluto truffare lo Stato per farsi togliere una multa ottenuta non nell’esercizio delle sue funzioni di pubblico ufficiale. 

Durante il processo i superiori del maresciallo, dichiarano di non averlo mai autorizzato ad usare vetture private, che l’uso di queste è di regola escluso dalle indagini di polizia giudiziaria. Il maresciallo viene condannato in primo grado alla pena di otto mesi di reclusione e al pagamento delle spese processuali. 

Cosa c’è che non va in questo racconto?  

In attesa che la Corte di Appello di Palermo, presieduta dal giudice Daniele Marraffa, emetta la sentenza ci sentiamo in dovere di evidenziare a chi legge alcuni elementi che ci appaiono quantomeno singolari:

1) dagli accertamenti svolti (produzione di un memoriale di servizio) e dalla sentenza di primo grado risulta che il maresciallo fosse “comandato” nella data in oggetto per “indagini di polizia giudiziaria”, cioè è appurato che fosse veramente in servizio;

2) l’avvocato del maresciallo, Giorgio Carta, ha svolto indagini difensive con l’audizione di testimoni (anch’essi carabinieri) che confermano l’uso ripetuto e continuativo di autovetture private per indagini investigative – anche dagli stessi superiori del maresciallo – e l'”ufficiosità” di questa procedura, con relativa assenza di tracce di essa in documenti ufficiali. La Corte d’Appello ha respinto la richiesta di acquisizione di queste testimonianze giudicandole, con l’appoggio della procura, intempestive e irrilevanti; 

3) l’avvocato del maresciallo ha chiesto al Comando dell’Arma dei Carabinieri l’accesso ad atti quali i fogli di viaggio e i memoriali di servizio (i cosiddetti “brogliacci”) compresi tra il 2000 e il 2008, che avrebbero confermato l’assenza di tracce scritte dell’uso di auto private nelle varie indagini. La richiesta è stata rifiutata. Al che l’avvocato ha fatto ricorso al TAR ed ha chiesto alla Corte di Appello di aspettarne la sentenza. Altra richiesta rifiutata; 

4) il maresciallo ha chiesto l’acquisizione della copia del suo passaporto e di una relazione di servizio come prova della mancata volontà di contraffare la nota di servizio con il nominativo del suo superiore, nella quale era infatti apposta la scritta A.P.S. (assente per servizio), seppur molto piccola, accanto alla sua sigla. Ennesima richiesta rifiutata;

5) il procuratore generale Salvatore Messina, nella sua requisitoria conclusiva, afferma: “…documenti e testimonianze ci dicono che nessun ufficiale aveva mai chiesto al maresciallo o lo aveva mai autorizzato ad usare il mezzo proprio per indagini di polizia giudiziaria…”. Però contestualmente ritiene “intempestive” e “irrilevanti” le acquisizioni di documenti che potrebbero mettere in dubbio quelle certezze. E ancora sostiene che, relativamente alle possibili false testimonianze dei superiori del maresciallo riguardo l’uso di mezzi privati, “se indagini in questo senso si dovranno fare, si potranno fare in quei processi per falsa testimonianza ai quali ha accennato la difesa”.

Questi sono i fatti. 

Poi ci sono delle considerazioni che non possiamo esimerci dal fare, che riguardano l‘uomo dietro alla divisa da maresciallo capo, che ha un nome e un cognome: Saverio Masi. Quest’uomo ha investigato per anni la criminalità organizzata, prima la camorra a Napoli e poi la mafia a Palermo, molto spesso utilizzando auto private, pagando la benzina e le riparazioni necessarie di tasca sua; deve ancora compilare decine e decine di richieste di rimborso che spettano ai carabinieri che rimangono oltre un certo limite di ore lontano dalla città dove prestano servizio, per un ammontare complessivo che supera di gran lunga i centosei euro della multa da cui è scaturito questo processo penale. Rimborsi che Masi non ha mai avuto intenzione di chiedere. Possiamo credere che sia diventato tutto ad un tratto così attaccato ai soldi da commettere dei reati che gli avrebbero fatto rischiare la destituzione da un lavoro che, per sua stessa ammissione, ama? 

La seconda considerazione è relativa alla figura di testimone di Saverio Masi che, depose il 21 dicembre 2010 nel processo contro il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano e che deporrà nel da poco aperto processo per la trattativa Stato-mafia per riferire, come si legge nella lista testimoniale della procura, sugli “ostacoli incontrati nell’ambito della sua attività investigativa finalizzata alla cattura di Bernardo Provenzano”.

Ma la considerazione più importante che ci sentiamo di fare riguarda l’ipocrisia di uno Stato che costringe i suoi servitori ad uscire fuori dalle “regole” (utilizzando, per esempio, autovetture private per assenza di disponibilità o per ragioni di “sicurezza”) per continuare ad arrestare latitanti e che poi li lascia al loro destino quando, per una ragione o per un’altra, queste procedure ufficiose diventano oggetto di azioni disciplinari o, peggio, penali. 

C’è un articolo nel codice di procedura penale italiano, il 603, che regola le modalità di istruzione dibattimentale e nel suo comma 3 spiega come il giudice abbia il diritto e, soprattutto, il dovere, di “rinnovare l’istruzione dibattimentale se egli la ritiene assolutamente necessaria” e non ha limiti di tempo per fare ciò se non la sentenza finale. Forse, visti gli elementi, le circostanze e la persona in esame, sarebbe il caso di riflettere sull’applicazione di questo articolo, per far sì che la legge si sovrapponga ancora una volta alla giustizia.

(1 aprile 2018)


 


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