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I laureati al tempo dell'imbecillocrazia

Dire che se aumentano i laureati disoccupati è colpa solo dell’università è un modo di ragionare fallace. La statistica è talora un calcolo preciso su dati male interpretati

I laureati al tempo dell'imbecillocrazia

Redazione

19 Marzo 2014 - 09.08


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di Giorgio Israel.

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Diceva il celebre storico della medicina, Mirko Grmek che la
statistica è talora un calcolo molto preciso su dati male interpretati:
«Se in un villaggio si trova che, in un determinato periodo storico
compaiono malattie che non c’erano, la prima cosa da chiedersi è se è
cambiato il medico.

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Se in un Paese s’introduce un servizio-sociale
sanitario pubblico, il risultato sarà un aumento statistico delle
malattie, un apparente peggioramento dello stato generale di salute,
perché la gente che prima non andava dal medico adesso ci va!».

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Insomma,
il problema è capire le vere cause di un fenomeno attestato dalle
statistiche.  

Mutatis mutandis il discorso si applica al
fenomeno della drammatica disoccupazione dei laureati. Dedurre
dall’aumento dei laureati disoccupati che la colpa è solo
dell’università è un modo di ragionare fallace.

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L’Italia è un paese in piena de-industrializzazione: avevamo
un’industria chimica di prima grandezza, non esiste più; potevamo avere
posizioni di primo piano nell’informatica e ci facciamo ridicolizzare da
paesi minori; la siderurgia traballa; l’industria automobilistica sta
emigrando. Resta la media e piccola industria, pur boccheggiante sotto
la ferula della burocrazia.

Dove dovrebbero trovare posto i laureati?

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Oppure vogliam dire che occorre chiudere i corsi di laurea in chimica,
matematica, fisica, e molti di ingegneria, o riciclarli in corsi di
apprendistato funzionali a mansioni e «responsabilità aziendali a
livelli minimi», come suggerisce Pierluigi Celli?

Benissimo, questa è la
via per ratificare la de-industrializzazione e ridurci a consumatori di
tecnologie altrui.

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Si vantano i successi dell’università Luiss, i cui
laureati sono tutti presto occupati: ma è un’università di economia,
finanza e management, che non comprende settori scientifici e solo un
frammento delle scienze umane. Forse l’università italiana dovrebbe
plasmarsi tutta sul modello Luiss-Bocconi?

L’istruzione è sempre stata un canale importantissimo di impiego. Ma
le politiche dissennate degli ultimi decenni hanno chiuso l’accesso ai
giovani e la legge che prevede una ripartizione a metà degli accessi tra
neo-laureati e precari è costantemente disattesa.

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Come stupirsi se chi,
legittimamente, s’iscrive alla facoltà di lettere o a una facoltà
scientifica per insegnare si vede preclusa ogni possibilità? È squallido
fare retorica giovanilista mentre manteniamo un sistema dell’istruzione
basato su una drammatica frattura generazionale.

Occorre scegliere tra adattare il sistema universitario alla crisi
industriale del paese, o intervenire su quest’ultima per dar senso alla
formazione di personale altamente qualificato. La prima via è quella del
declino programmato. La seconda è l’unica speranza perché l’Italia
resti un paese dotato di una scienza e una tecnologia avanzate, di una
cultura umanistica degna del nostro patrimonio artistico-culturale.

Ciò detto, non è che l’università non abbia le sue colpe e non debba
emendarsi. Ma non nel senso che dice Pierluigi Celli quando stigmatizza
il comportamento dei docenti universitari: «Insegnano, spiegano il
testo, salutano e vanno via». Il problema è chiedersi cosa fanno dopo
aver salutato. Forse qualcuno va a far nulla, ma molti a partecipare a
ingorghi pazzeschi di riunioni, a sequenze folli di adempimenti
burocratici privi di senso.

Il mondo confindustriale che ha ottenuto una
posizione influente nel sistema di valutazione universitario non può
sfuggire alla responsabilità di aver promosso il contrario di quel ogni
giorno chiede per sé: dissolvere la cappa degli adempimenti burocratici a
monte, per riservare le valutazioni a valle. Oggi l’università è
oppressa da una selva pazzesca di adempimenti, valutazioni e controlli
burocratici a monte che strangolano qualsiasi spazio per una seria
didattica, per non dire della ricerca; tanto che di recente qualcuno ha
prospettato la situazione non più irrealistica di due docenti sotto
procedimento disciplinare per essersi scambiati in corridoio dei lavori
scientifici. Forse non ci si rende appieno conto della situazione.

Tanto
per fare un esempio a caso, oggi un docente deve perder tempo a
distinguere nella scheda d’insegnamento del corso le “conoscenze
acquisite” e le “competenze acquisite” dallo studente, tutto
rigorosamente al presente – «al termine del corso lo studente sa,
riconosce» – in nome del successo formativo garantito. Oppure deve
quantificare la percentuale di studio personale sul totale dell’impegno
richiesto allo studente, come se tale percentuale potesse essere uguale
per tutti. Si nominano commissioni per elaborare algoritmi di
“sofferenza didattica” per evitare di cadere sotto la mannaia di
parametri che fanno perdere corsi.

Il celebre matematico Bruno de Finetti definiva come
“imbecillocrazia” le lontane manifestazioni embrionali di tale
incredibile fenomenologia e contro di essa scrisse un “manifesto di
battaglia”.

Chissà cosa avrebbe fatto oggi. Forse si sarebbe arreso,
lasciando il posto a chi gode nel fare queste cose. Difatti, la
dittatura burocratica apre lo spazio ai peggiori elementi, e quindi
l’unica speranza di risanamento è di spazzarla via, e non certo di
trasformare l’università nell’incrocio tra un burosauro kafkiano e una
scuola di formazione professionale.

Fonte: Il Mattino, 12 marzo 2014.

Tratto da:  http://www.roars.it/online/i-laureati-al-tempo-dellimbecillocrazia/.

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