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Cosa devono chiedere i ragazzi alla scuola pubblica

"La scuola pubblica è sotto attacco", si dice, e con buone ragioni. Da dove ripartire? [Paolo Bartolini]

Cosa devono chiedere i ragazzi alla scuola pubblica

Redazione

30 Aprile 2015 - 12.00


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di Paolo Bartolini

“La scuola pubblica è sotto attacco”, si dice, e con buone ragioni. Le riforme che nell’arco dei decenni si sono susseguite hanno avuto in Italia lo scopo primario di modellare l’Istruzione sui parametri ideologici della cultura aziendale (efficienza, redditività, prestazione, ecc.). Le ultime iniziative di Renzi e dei suoi sodali insistono nella stessa direzione e rafforzano lo spirito verticistico, gerarchico e commerciale dell’impresa scuola. Questo rapido e progressivo degrado non ha trovato nell’opinione pubblica argini sufficientemente solidi per invertire la marcia e ritradursi in una scuola democratica e di tutti, che prepari alla vita vera e non al precariato di massa istituito per legge.

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L’indifferenza recente ai destini della scuola pubblica può essere spiegata, a nostro avviso, facendo riferimento a due fattori ben precisi: 1) la penetrazione nell’immaginario collettivo dei diktat del mercato e l’affermarsi congiunto della competizione e dello spirito d’impresa come aspetti positivi e necessari dello stare al mondo; 2) la svalorizzazione collettiva delle figure dell’insegnante e dell’educatore.

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Il secondo punto qui ci interessa particolarmente, soprattutto se pensiamo al bisogno crescente che nutrono i ragazzi di figure di riferimento che accompagnino lo sviluppo e permettano di attraversare senza danno i passaggi fondamentali della prima metà della vita. La svalutazione dell’insegnante nella società odierna, se vogliamo essere sinceri e non cadere nella difesa aprioristica di rendite di posizione (rendite alquanto magre, fra l’altro, per i docenti di ogni ordine e grado), segue certo alla diffusione capillare dei mass media come agenti dis-educativi, con tutti i loro messaggi che orientano verso il consumismo compulsivo e rafforzano la presa di distanza dai limiti e dagli adulti che dovrebbero comunicarli, ma si deve anche a un cedimento etico e professionale di una parte non minoritaria degli insegnanti stessi.

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Cosa dovrebbero chiedere, dunque, i ragazzi alla scuola pubblica? Questa è la domanda che merita risposta, ancor prima delle questioni sollevate dalle diverse sigle sindacali.

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Sul piano dei rapporti sociali i giovani devono esigere che la scuola diventi sempre più uno spazio di condivisione, di crescita nel rispetto delle differenze, di apprendimento cooperativo, di valorizzazione dei talenti e soprattutto di partecipazione. Sul versante della relazione con gli insegnanti troviamo che sia un loro diritto quello di ricevere dal corpo docente tanto impegno e passione quanti ne vengono richiesti a loro.

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Tra gli insegnanti d’altronde (non diversamente da altri ambiti professionali) esistono eccellenze e mediocrità, ma duole constatare che una parte non piccola di essi – pur alzando gli scudi quando arrivano proposte governative che intaccano i loro diritti – non ha la minima consapevolezza del grado di estraneità, di demotivazione e di chiusura che vengono quotidianamente trasmessi in aula da chi siede dietro la cattedra. I ragazzi, ben prima di genitori e adulti che potrebbero denigrare la categoria solo per scaricarsi la coscienza o per rilanciare i finanziamenti alle scuole private, hanno il diritto di avere degli insegnanti fedeli a una vocazione tanto delicata come quella educativa. Niente di più, niente di meno.

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In mancanza di uno sforzo etico che vada in questa direzione, in assenza di un’alleanza finalizzata a elevare la qualità della scuola pubblica italiana, riconoscendo ad essa un ruolo tras-formativo, ci troveremo sempre imprigionati tra i poli sterili di un’opinione pubblica che trascura la centralità dell’istruzione/educazione giungendo a generalizzazioni inaccettabili sugli operatori scolastici e di un corpo insegnanti che rinuncia a dotarsi di strumenti adeguati per valutare l’impegno dei suoi componenti e per rafforzare la consapevolezza della missione democratica che è stata loro affidata.

In questo periodo di attacco alla cultura non servono insegnanti eroi (alcuni lo sono davvero!), ma quantomeno una presa di coscienza allargata che reclami per il personale dell’istruzione diritti e doveri, sul piano formale e su quello sostanziale. Le battaglie in difesa della scuola pubblica, partendo da queste premesse, otterranno sicuramente più sostegno e consenso, spuntando definitivamente le armi di chi, un giorno sì e l’altro pure, contesta i presunti e intollerabili “privilegi” degli insegnanti in tempi di crisi.

(30 aprile 2015) [url”Torna alla Home page”]http://megachip.globalist.it/[/url]

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