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La Terra multipolare e la filosofia

La filosofia per fare luce sulle contraddizioni e i conflitti della globalizzazione. [Roberto Esposito]

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21 Luglio 2013 - 10.29


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di Roberto Esposito

Un tempo il mondo era diviso in due. Non alludo tanto alla stagione della guerra fredda, quanto a qualcosa di più profondo e resistente che ha caratterizzato tutta l’esperienza moderna. Ad essere articolato in maniera bipolare appariva tanto il regime del potere quanto quello del sapere. Basti pensare alla distinzione classica tra pubblico e privato, a sua volta derivata dalla più antica partizione tra sfera della polis e ambito dell’oikos. Non soltanto il processo di riproduzione della vita biologica non interferiva con il governo della città, ma ne costituiva il limite invalicabile. La stessa distanza separava il mondo in divenire della storia da quello ripetitivo della natura, secondo la frattura riprodotta nel corpo del sapere dalla divisione tra scienze naturali e scienze umane.

Alla divergenza cartesiana [i]dires cogitans eres extensa[/i] corrispondeva, nel pensiero politico, quella posta da Hobbes tra stato naturale e stato civile. Quando, inaugurando una nuova forma di riflessione dialettica, Hegel situava il conflitto tra servo e padrone all’origine della vita dello spirito, condizionava la stessa possibilità della sintesi ad uno scontro tra tesi ed antitesi.

Questa visione dicotomica, che per diversi secoli ha orientato il nostro modo di pensare, e dunque di agire, subisce prima una scossa e poi, negli ultimi decenni, un vero e proprio collasso. Diverse le sue cause, che vanno da mutazioni antropologiche ad altre di carattere sociale, politico, tecnico. Se già all’inizio del secolo scorso la vita biologica faceva il suo ingresso nei calcoli del potere, l’universo del lavoro sfonda i confini dell’economia fino a divenire questione politica centrale. Quanto poi alla dicotomia tra natura e storia, già messa in questione dalla categoria darwiniana di storia naturale, è stata a sua volta largamente smontata da procedure tecniche destinate a modificare anche quelle che erano considerate invarianti naturali. Il colpo finale, rispetto alla bipolarità tra mente e corpo, è venuto dalle nuove scienze neurologiche. Per non parlare della sovrapposizione tra virtuale e reale nello spazio immateriale della rete.

Tutto ciò è stato in buona parte anticipato nella riflessione europea lungo traiettorie oblique rispetto agli assi portanti della filosofia moderna. Se la sostanza unica di Spinoza, dotata dei due attributi del pensiero e dell’estensione, giàrompeva con il dualismo cartesiano, il fronte filosofico che lega Nietzsche a Bergson decostruisce insieme realismo e idealismo. Soggetto e oggetto non costituiscono più potenze separate e concorrenti, ma si compenetrano in un flusso continuo che può definirsi “volontà di potenza” come “evoluzione creatrice”. Si tratta, comunque, di un processo irriducibile all’Uno come al Due e costituito piuttosto da una serie infinita di differenze.

L’autore che compie questo percorso è Gilles Deleuze. Quelle che la tradizione metafisica ha considerato rigide dicotomie – tra essere e divenire, soggetto e oggetto, realtà e apparenza – diventano per lui forme di un movimento generativo di elementi molteplici. Tra l’Uno e il Due si inseriscono i molti, in una combinazione plurale, e sempre mobile, di singolarità.

Eppure se la forza di questi autori risiede nel potenziale critico che scaricano sul dispositivo metafisico della separazione, la loro eredità non è priva di contraddizioni e ambivalenze. Non è detto che lo smontaggio delle dicotomie moderne abbia di per sé un esito di emancipazione. Né che una costellazione di infinite differenze sia risolutiva di vecchie e nuove forme di esclusione. Certo il mondo contemporaneo non è né unipolare né bipolare, ma multipolare. Ciò tanto in filosofia che in politica.

Il crollo del sistema sovietico non ha determinato l’egemonia di una sola potenza. La globalizzazione ha prodotto un tale sommovimento da destituire di fondamento non solo i concetti di centro e periferia, ma anche di interno ed esterno. Se quello che si è chiamato terzo mondo penetra nel primo, questo vede crescere a dismisura le proprie disomogeneità interne. Le derive localistiche che hanno portato a guerre interregionali nell’ex blocco sovietico sono esse stesse l’esito autoimmunitario di quella generale contaminazione costituita dalle dinamiche di globalizzazione. Questa si presenta come un insieme informe di universale e particolare, di integrazione e frantumazione.

A tali contraddizioni bisogna dare forma sul piano politico e, prima ancora, filosofico. L’idea ingenua che il conflitto, innescato dalla ineguaglianza delle condizioni, possa essere neutralizzato da meri espedienti tecnici si è rivelata una illusione dannosa. Occorre ripensarlo in termini politici all’interno di un mondo irriducibile sia alla grammatica monoteistica dell’Uno che alla logica escludente del Due.

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