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'L''euro nostrum'

«(...) riprendere il gusto per la visione, il coraggio, la battaglia per le idee nuove.» [Pier Luigi Fagan]

'L''euro nostrum'

Redazione Modifica articolo

24 Luglio 2013 - 10.18


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di Pier Luigi Fagan

Pochi mesi fa, G. Agamben su la Repubblica[1], riesumava un vecchio saggio di Alexandre Kojève[2] sulle forme aggregative tra le nazioni europee. Il seguente scritto è una rilettura del piccolo saggio di Kojève ed un primo tentativo di riarticolazione di quella idea, così come suggerito dallo stesso Agamben. Analizzeremo il mondo che sta cambiando (1), esploreremo l’ipotesi di Kojève di una unione dei latini (2), giungeremo infine all’attualità dell’euro e della sua possibile, ma anche necessaria, modificazione (3).

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Il saggio di Kojève è stato scritto a pochi mesi dalla fine della Seconda Guerra mondiale ed era rivolto al pubblico francese. Il filosofo di origine russa si era trasferito in Francia vent’anni prima e della sua opera filosofica sono note soprattutto le mitiche lezioni su Hegel, poi trascritte in note nientemeno che da R. Queneau, lezioni a cui assistettero, rimandone assai influenzati J. Lacan, R. Aron, M. Merleau-Ponty, G. Bataille, A. Breton e R. Callois.

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1. EUROPA: DALLO STATO NAZIONE AL MONDO MULTIPOLARE

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Kojève parte dall’analisi di quel passaggio storico europeo che trasformò la struttura sociopolitica feudale in stati nazione. Una volta evoluti a regni-stati la Francia e l’Inghilterra, i primi in ragione della difesa dall’invasione dei secondi (Guerra dei Cent’anni) ed i secondi in ragione dell’evoluzione degli storici nemici e trascinata nella dinamica la Spagna, sia per ragioni di reciproca competizione, sia per “simpatia” (dal momento che la stessa Spagna stava terminando la Reconquista della propria terra), nel XV° secolo, lo stato-nazione divenne il nuovo standard dello stare al mondo dei popoli europei occidentali. Dalla nascita della filosofia politica, dai tempi di Hobbes e Locke, si ritiene “naturale” un regime competitivo tra nazioni[3], ed in questa competizione lo standard della dimensione è dettato sia da ragioni interne come ad esempio pagare eserciti professionali nel caso del XV° secolo o sviluppare una certa circolazione economica tra produzione e consumo come nel caso che permise alla Gran Bretagna del XVIII° secolo di soppiantare le Province Unite, che permise agli Stati Uniti di fare altrettanto con la Gran Bretagna (entrambe transizioni accompagnate da guerre) e che forse permetterà alla Cina di fare altrettanto con gli USA, sia da ragioni esterne come le dimensioni del o dei competitor diretti o principali. Peso demografico assoluto e relativo (se in crescita o decrescita), estensione territoriale (rapporto tra popolazione e risorse) e prospezione esterna (l’area sulla quale si possono nutrire piani di espansione, non necessariamente militare, più spesso economica quanto ai tempi moderni) sono i tre fattori che pesano in quella “insocievole socievolezza”, che connota le relazioni tra stati-nazione.

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Forse è pensando a questo che Kojève pronuncia una sentenza molto attuale per molti popoli europei: “una nazione, quale essa sia, che si ostini a mantenere la propria esclusività politica nazionale, deve presto o tardi cessare di esistere politicamente: o nel corso di un processo pacifico, o in seguito ad annientamento militare”, scriveva nel 1945. Già, perché già allora era chiaro che l’ambizione imperiale coltivata da un singolo stato (la Germania nazista) alle prese con una competizione con due altre ambizioni coltivate da imperi già formati (l’imperial-socialismo sovietico e l’imperial-capitalismo anglosassone) era sbagliata in partenza. Era nella sproporzione dimensionale tra nazione ed imperi il problema, problema che si sarebbe comunque presentato ancorché i tedeschi non avessero acceso la miccia del secondo conflitto mondiale.

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Arrivando all’oggi, l’Europa presenta la più alta concentrazione di stati nazione (41, cioè il 20% del totale mondo ) per un territorio così piccolo (il 6,7% del totale delle terre emerse, non lontano dal peso demografico che è per gli europei del 7,6% del totale mondo) frutto di una tormentata storia secolare, ormai ampiamente passata. Di questi 41, 9 non raggiungono il milione di abitanti, 11 non arrivano a 5 milioni, altri 9 non arrivano ai 10 milioni, solo 6 puntano ai 20 milioni, 2 ai 50 milioni. Italia, Francia e Regno Unito oscillano intorno ai 60 e la Germania svetta con i suoi 80 ottenuti con la riunificazione del’90, unica forza di medio peso mondiale. Non a caso, la Germania è anche lo stato perno dell’equilibrio (o disequilibrio) europeo. Tutti gli stati europei sono in più o meno pronunciata contrazione demografica, perderanno cioè peso costantemente. Ognuno di essi limita l’espansione degli altri essendo tutti economie mature e la sola Germania ha una prospezione verso l’Europa dell’est e la Cina. E il mondo?

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Il mondo è in grande divenire. Il Brasile (193 mio ab.), la Russia (143 mio), l’India (1.224 mio), la Cina (1.341 mio) sono i famosi BRIC che con il Sud Africa (con “solo” 50 mio di abitanti ma con un territorio ricco di materie prime di quattro volte più grande dell’Italia) costituiscono la nuova agguerrita pattuglia dei pretendenti alla regia del mondo. Hanno tutti territori vasti, alcuni di loro sono in impetuosa crescita economica ma anche demografica. Hanno tutti ampie aree di prospezione esterna. Ma appena l’acronimo BRICS è diventato un po’ più noto ecco che si appalesa un nuovo altro gruppo di impetuosi sfidanti: i CINETV. Colombia (46 mio di ab. In un territorio poco più contenuto del Sud Africa, carbone e petrolio, una vasta prospezione esterna che include tanto il Sud che il Centro America), Indonesia (244 mio), Nigeria (160 mio), Etiopia (85 mio, ma alcuni considerano la E come Egitto), Turchia (75 mio) e Vietnam (87 mio) sono tutti paesi in crescita economica e demografica alcuni come l’Indonesia e soprattutto la Nigeria in maniera esponenziale. Hanno tutti ampie aree prospicenti con le quali co-evolvere. Questa la fotografia statica, quella dinamica (quello che sarà tra qualche decennio) la cui lettura è vivamente consigliata, la trovate tratteggiata qui. Poi ci sono i 314 milioni di americani che stanno perdendo l’unicità della loro leadership mondiale ma possono ancora contare su un vantaggio considerevole, se non altro rispetto all’Europa che infatti hanno individuato come propria prossima colonia preferita, proponendo il TTIP il trattato di libero scambio per il quale diverremo, noi antichi schiavisti colpiti dalla più classica delle nemesi storiche, servi più di quanto già non siamo.

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Non è dunque vero che il soggetto stato-nazione è morto, semmai è morta la forma che ha in Europa, un po’ come per la forma economica che chiamiamo capitalismo. E’ tipico degli ex padroni del mondo universalizzare tutto, anche la propria crisi ontologica. Il soggetto è ancora uno, politico-economico-militare con una certa tolleranza per la multi-culturalità, la multi-linguistica e la multi-religiosità (pur con le dovute difficoltà), come nei casi indiani e cinesi. Semmai i soggetti di grande volume tendono alla forma federale ma questo è da ritenersi una variante strutturale interna, non una alternativa sostanziale. Non è vero che stiamo diventando un unico villaggio globale, stiamo diventando una complessa rete di villaggi diversi che si uniscono a gruppi per scopi comuni cercando però di mantenere ognuno la propria identità in una vorticosa, nuova geometria delle relazioni internazionali in cui chi più è e più ha, più conta. Non è dunque più realistico pensare che un solo soggetto, per quanto iper-imperialista, possa dominare l’irriducibile pluralità di un mondo di 7, prossimi 10, miliardi di individui. Il governo del mondo apparterrà a gli azionisti di maggioranza, a coloro che saranno in grado tra soft ed hard power, egemonia e massa critica, di contare di più e/o di subire di meno. Questo è il mondo complesso in cui – siamo stati gettati -, in cui siamo capitati noi che esistiamo ora e qui.

Potremmo allora parafrasare la profezia del franco-russo dicendo che un qualsivoglia popolo-società-europeo che si ostini a voler mantenere la propria esclusività politica nazionale, deve presto o tardi cessare di esistere o nel corso di un processo militare o politico o molto più immediatamente nel corso di un processo economico. Il piccolo stato-nazione europeo, così come lo conosciamo, è destinato a finire archiviato nello stesso scaffale in cui riporremo la modernità, forme storiche che oggi hanno circa sei secoli e vengono da un mondo che non c’è più.

La diminuzione di rilevanza dello stato-nazione europeo, Kojève la intuisce già per la Francia dell’immediato dopoguerra. Una Francia stretta tra l’imperialismo sovietico e quello anglosassone con l’immediata possibilità che la stessa Germania entrasse nell’orbita di uno dei due sistemi facendo della Francia un hinterland del sistema “occidentale” a guida anglosassone. Kojève a differenza di quanto vediamo oggi, non compie le sue analisi in uno sterilizzato laboratorio dei problemi ed opportunità di una geopolitica che assomiglia più ad un gioco da tavolo tipo Risiko che alla complessità reale di ciò che innerva popoli, società, stati e nazioni. Né affronta il problema dall’ottuso specialismo unilaterale di una singola disciplina. La demografia conta, la cultura conta e conta la Grande Storia che ha depositato similarità e diversità profonde, conta la storia religiosa che disegna l’ambito ortodosso, quello slavo-musulmano, quello cattolico-latino e quello protestante germanico-anglo-sassone-scandinavo. Conta la geografia, naturale e culturale. Conta ovviamente anche la più recente storia economica. Quella che separa la tradizione renano-scandinava ed ordoliberale da quella francese ben più statuale, simile a quella italiana (con qualche multinazionale ereditata dal passato coloniale in più ed un po’ di artigianato in meno), nonché da quella del capitalismo ritardato degli altri mediterranei. Conta l’evidente difformità completa tra continentali e britannici, europei in geografia ma distintamente americo-anglosassoni per storia, cultura, economia. Storie, lingue, popoli, religioni, strutture economiche e culturali assai diverse in quella culla di complessità che è il subcontinente europeo. Diversità che come gli organi nei trapianti, si può tentare di unire solo dopo un attento esame di compatibilità, pena il rigetto e la morte del novello Frankenstein.

Unioni complesse che richiedono progetti complessi, larga condivisione, tempo e progressione. “L’avvenire della Francia isolata è quindi uno “status di dominion” più o meno mascherato. E tale sarà anche la sorte delle altre nazioni dell’Europa occidentale, se si ostineranno a mantenersi nel loro isolamento politico ” profetava il nostro. La soluzione che Kojève intravedeva era una unione, una fusione, un imparentamento stretto tra nazioni, per sistemi storico-culturali omogenei, quello che Kojève chiama con termine per noi più controverso “imperi”, nella fattispecie: l’impero latino. Una unione per fusione di nazioni sorelle, cioè appartenenti ad una qualche comune famiglia, in vista della necessità di relazionarsi con pesi medio-massimi nel nuovo quadrato del mondo, quel mondo che lui vedeva bipolare e noi oggi, multipolare. Questa le ragioni di quella idea che noi preferiremmo chiamare “comunità latina”.

2. LA COMUNITA’ LATINA

Di fronte ai grandi cambiamenti del mondo gli europei sembrano i più smarriti, e non è un caso essendo un po’ come quegli anziani che hanno fatto la loro vita in un mondo che sta scomparendo e quello nuovo non solo non lo capiscono, ma neanche gli piace. Da una parte ciascuno reputa sacra la propria identità stato-nazionale, dall’altra però si devolve un processo assai sensibile, vitale e strategico quale la moneta, ad una gestione che più che comune è delegata ad espertocrati, quasi che la moneta fosse un assoluto con la sua specializzazione e non un di cui dell’economia che è un di cui della politica che per altro, fa finta di rimane nazionale pur non potendo più decidere nulla di significativo. Anche se di nuovo, è il più grande (la Germania) che si salva dall’eteronomia ed impone a gli altri più di quanto sia disposta a subire. Gli eserciti poi non sono più nazionali o continentali ma devoluti nel comando ad un paese di un altro continente (USA) di cui non si vede perché noi dovremmo condividere di default la strategia e gli interessi. Il massimo della surrealtà poi la si raggiunge con le litanie sull’unione federale dei continentali, (Regno Unito ovviamente escluso), progetto senza possibilità alcuna di essere realizzato data il tasso troppo elevato di disomogeneità e le irriducibili divergenze che connotano gli interessi degli eventuali federati. Come si può pensare di passare da 27 stati a uno, magari scrivendo un trattato? Questo è delirio contrattualistico! Gli americani ci riuscirono ma conducendo il progetto in forme eminentemente elitarie, partendo da una non storia precedente, con un popolazione etnicamente, religiosamente e culturalmente (oltreché linguisticamente) omogenea e comunque molto piccola e più di centocinquanta anni fa quando elessero un presidente che piaceva ad alcuni ma non altri (e con un sottostante di chiari interessi economici divergenti tra Nord e Sud, guarda-un-po’…) fecero una guerra civile per regolare definitivamente la faccenda che aveva un tasso di complessità – enormemente – inferiore a quello della presunta Unione federale degli europei.

L’”impero latino” di Kojève o la nostra “comunità latina” parte invece più modestamente ma realisticamente da Francia, Italia e Spagna. Una unica radice linguistica, per cui ogni paese potrebbe render obbligatorio lo studio di una delle due altre lingue per cominciare a formare tramite le nuove generazioni un percorso che da un pidgin tragga una nuova lingua creola neolatina. Una lingua in grado di dialogare con le vaste comunità ispaniche sud e centro-americane, con quelle francofone dell’Africa occidentale. Una unione quella della comunità latina che dovrebbe partire dall’educazione ad esempio da un progetto di università latina[5], per cominciare a costruire la classe dirigente di un domani che abbia una sua propria fisionomia che non quella di periferia anglosassone con i suoi rigidi schemi scientisti, economicisti, quantitativi. Una unione naturale di quella cultura del “saper vivere” che ci unisce “…in quell’arte del tempo libero che è l’origine dell’arte in generale,…”. Arte espressiva, del godimento, della convivialità, del cibo, della musica, dell’amore per le persone e per le cose, dell’estetica in tutte le sue forme, a partire dal paesaggio. L’impero della bellezza insomma. Del resto, nota Kojève, già Marx seguendo le orme di Aristotele, individuava la natura del progresso come liberazione di massa dal ricatto del tempo produttivo. Quel tempo umano che il capitalismo della barbarie anglosassone ha reso lavoro non più schiavile o servile ma pur sempre subordinato e socialmente obbligatorio, alienato ed alienante, ossessivo, fine e non mezzo, consumismo entropizzante, solleticazione della coazione accumulatoria che ci rende quegli atomi egoisti e competitivi che nella vana ricerca di una libertà individualizzata, deperisce quelle relazioni che sole ci rendono “umani”.

Così, anche l’immaginario della decrescita conviviale, solidale, socialmente creativa, cooperativa, una idea che certo non è pensabile da poter attuare nei limitati confini di un solo paese, potrebbe diventare ulteriore elemento di un antico-nuovo, “in comune”. La decrescita quanto a contrazione delle condizioni di possibilità, sia detto per inciso, per gli europei non è una opzione è un destino dato dalla loro demografia, dalla perdita di privilegi coloniali e proto-imperialisti, dall’affollamento del nuovo mondo multipolare in cui nuovi protagonisti traggono dalla loro precedente ritardo, le loro ben maggiori potenzialità di crescita e sviluppo. E che si sia anche atei, razionalisti-illuministi, anticlericali, come non notare la lunga stratificazione della comune cultura cattolica che ci fa da substrato accanto a quella della libertà, della fraternità e dell’uguaglianza? Insomma i “latini” sembrano una entità meno astratta e più storica degli “europei”, una entità dotata di maggiori condizioni di possibilità di poter supportare un processo di fusione. Una naturale “comunità di destino” usando un termine di Edgar Morin.

Questa comunità dei popoli latini, non potrebbe e non dovrebbe tradire le sue radici che risalgono alle unioni dei cittadini, alle poleis, le civitas , borghi, paesi e città. Unione nel luogo dello stare assieme, che è governato dalla politica, da quel “politikos” che è l’amministrazione del tutto, in nome di tutti e per il bene di tutti. Una unione politica che federi assieme comunità democratiche territoriali e che comporterebbe immediatamente una unione delle risorse e delle capacità, dei saperi e delle tradizioni, delle specialità produttive che chiamiamo economia. Una economia che ha anch’essa, tradizioni comuni maggiori di quanto ciascuno di noi non abbia con il liberalismo anglosassone o con quello austro-germanico-scandinavo. Una tradizione forte di agricoltura, allevamento e pesca, di artigianato e commercio, di industria creativa per altro ampiamente diversificata e spesso, assolutamente competitiva, una specialità turistica unica. E che dire delle nostre “naturali proiezioni” estere? Quelle mediterranee verso la Turchia, il Medio Oriente ed il Nord Africa. E poi l’Africa occidentale ed orientale. Nonché verso la nuova vivacità del continente sud e centro-americano. Non si tratta certo di una road-map imperialistica, ma della constatazione di tradizioni di frequentazioni, di scambi, di reciproci interessi, di storia comune, specie nell’alveo di quel mare nostrum che unisce cristiani e musulmani, europei, asiatici ed africani, popoli anziani e popoli pieni di giovani. Altro che “una moneta comune”, ridicola pretesa di unire nell’interesse dell’unità di conto, conti e modi di contare così eterogenei e spesso, addirittura conflittuali.

“L’unione economica è la conditio – sine qua non – dell’unità imperiale latina. Ma non è la ragione d’essere dell’impero latino. Il fine ultimo e autentico dell’unità imperiale è essenzialmente politico, ed è una ideologia specificatamente politica che deve generarlo ed ispirarlo” chiosa Kojève. Una ideologia fondata su indipendenza ed autonomia, quindi su una democrazia ritrovata, lontano dalla versione elitista liberale che in realtà nacque già nel XVII° secolo inglese, come circuito rientrante della cibernetica del mercato in quel sistema che avremmo dovuto chiamare “econocrazia”, più che capitalismo. Indipendenza occidentale dall’Occidente anglosassone bellicista ed asociale, autonomia in grado di farci stare nel mondo nuovo, senza dominare ma anche senza esser dominati. Agenti di pace, di neutralità, arbitri se richiesti delle numerose controversie che agitano l’inizio del nuovo millennio. Con sguardo aperto ai parenti anglosassoni e tedeschi, ma anche a quelli balcano-danubiani, alla Russia come al Centro Asia. Interlocutori curiosi e disponibili, reciprocamente d’accordo a rimaner ognuno padroni a casa propria, ma interessati a scambi equi e non solo di merci e denaro, con i cinesi e con gli indiani, con i nuovi mondi del Pacifico. Amici di tutti, servi di nessuno. Un unico esercito svincolato da altri tipi di antiche alleanze da relegare al registro della storia che fu e che non è più, come la NATO. Una unica politica estera, possibile poiché comune è la visione del mondo e il grosso dei comuni interessi. Queste le condizioni di possibilità della comunità dei popoli latini e mediterranei.

3. L’EURO NOSTRUM

La comunità dei latini potrebbe essere il centro aggregatore di una unione più larga della sua stretta definizione etnico-linguistica. Il Belgio è un buon esempio in scala frattale dell’improponibilità di una unione degli europei. Valloni e fiamminghi meditano il divorzio poiché l’assetto federale non ha omogeneizzato le precedenti profonde diversità derivate da lingue, storie e tradizioni diverse. Noi oggi accettiamo acriticamente di discutere possibili unioni monetarie addirittura con i turchi, ma unire popoli è cosa assi più complessa e delicata che non fare affari assieme. Così quantomeno i Valloni francofoni potrebbero aggregarsi al nuovo progetto e così i portoghesi, gli sloveni, i greci oltre ovviamente a Malta e Cipro. Una comunità di 200 milioni di abitanti, già da subito seconda o terza economia del mondo, un nuovo peso medio-grande del nuovo scacchiere multipolare. Una nuova comunità che rilanci la sua antica tradizione storica, rappresentando una nuova avanguardia di processi fusionali basati su gli interessi complessivi dei popoli e non su quelli ristretti delle loro élite. Ma soprattutto, una unione possibile, per quanto difficile.

Nel tempo di dipanare una articolata strategia unionista, la faccenda monetaria potrebbe rappresentare un inizio, anche perché c’è da risolvere urgentemente il problema dell’euro attuale. Un problema improcrastinabile. Della faccenda dell’euro ormai una cosa si è capita con chiarezza: non è possibile avere in comune una unità di conto-scambio-accumulazione, laddove le sottostanti economie non sono integrabili e laddove non esista una unità politica redistributiva e comunemente legiferante ed una comune politica estera. Nessuna unione monetaria, fuori dell’unità politica, magari federale, è durata mai più di un paio di decenni. Nessuna unità politica, federale o meno, si può progettare ignorando le differenze strutturali dei popoli che si vorrebbero coinvolgere. Nessun futuro è possibile tornando agli stretti confini dei nostri piccoli stati nazione nati in un mondo da quattro a cinque volte più piccolo di oggi, non interconnesso, non alle prese con il problema dei limiti fisico-ambientali. Un mondo in cui la geopolitica era data da una manciata di stati europei imperialisti, coloniali super-potenti, che hanno a lungo alimentato il proprio benessere, soggiogando, sfruttando e rapinando il mondo fuori di loro. Un mondo, è bene ricordarlo di nuovo anche a molti ingenui “sovranisti”, nato ben sei secoli fa. E’ da questi tre negativi che l’ipotesi latino-mediterranea dovrebbe prender le mosse. Le ipotesi degli economisti italiani quali B. Amoroso e L. Vasapollo, vanno anche se in forme diverse, già in questa direzione. Ma le stesse coordinate possono trovarsi in parte, anche nel [b]Manifesto per la Solidarietà Europea[/b][6] firmato tra gli altri anche da A. Bagnai e J. Sapir, quelle dell’economista ispano-gallese E. Hugh, del direttore del programma Mackinder della London School of Economics Gwyn Prins, dell’economista tedesco T. Sarrazin e di molti altri, rimanendo nello stretto delle considerazioni economico-monetarie che però non possono e non debbono essere le coordinate portanti, sebbene debbano essere forse quelle più urgenti da affrontare.

CONCLUDENDO

Per riprendere lo spirito delle considerazioni originarie di Kojève, la struttura di un progetto che potrebbe iniziare dal vincolo di una moneta unica da gestire politicamente assieme, dovrebbe partire da fondamenta ben più ampie e solide, per quanto giuste, che non quelle sulle aree valutarie ottimali. Se vogliamo un futuro possibile ed al contempo desideriamo vivere in società indipendenti, autonome e soprattutto democratiche, dovremmo aprire un vero e proprio cantiere per un nuovo progetto storico, politico, culturale. Non è semplice, ma questi tempi che sono tempi complessi ed assai speciali, richiedono di abbandonare la comoda propensione alla gestione condominiale del normale o la propensione a volgere lo sguardo indietro su ciò che disse tizio o caio cento o duecento anni fa e riprendere il gusto per la visione, il coraggio, la battaglia per le idee nuove. Fare nuovi progetti storici, scrollarci il torpore, la depressione, l’annichilente senso di impotenza, fare noi intenzionalmente la storia, sembra essere l’unica vera alternativa al passivo abbandonarsi o alle “astuzie della ragione” che farà trionfare lo Spirito assoluto o alle peripezie della “mano invisibile”.

Fare noi ciò che vogliamo essere, prima che una nuova ennesima guerra cataclismatica ci svegli, come sempre troppo tardi, dal nostro “sonno dogmatico”, dal nostro lento scivolare nell’anticamera che conduce al cimitero di quei popoli che non riuscirono ad adattarsi al mondo che andava cambiando intorno a loro.

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Note:

[1] La Repubblica 15.03.2013: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/03/15/se-un-impero-latino-prendesse-forma-nel.html

[2] A. Kojève, L’impero latino, Progetto di una dottrina della politica francese (27 Agosto 1945) in Il silenzio della tirannide, Adelphi, Milano, 2004.

[3] “Naturale” in senso realistico, accettando come tali le condizioni della nostro evoluzione culturale e sociale, ad oggi. Qui si deve precisare che la coazione alla guerra, alla conquista, alla rapina, precede di molti e molti secoli, anzi millenni, il capitalismo e che la nota frase di Lenin andrebbe semmai rigirata in “Capitalismo, fase suprema dell’imperialismo”.

[5] In fondo furono proprio i cattolici-latini ad inventare l’università ed a diffonderla in tutta Europa.

[6] http://www.european-solidarity.eu/

http://goofynomics.blogspot.it/2013/05/manifesto-di-solidarieta-europea.html

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