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Evgeny Morozov contro i mastini di Silicon Valley

L’economia della condivisione, industria basata sull’acquisizione e vendita dei dati personali. Ecco i pericoli cognitivi, sociali e politici.

Evgeny Morozov contro i mastini di Silicon Valley

Redazione Modifica articolo

16 Settembre 2014 - 22.03


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di Evgeny Morozov Le Monde Diplomatique.

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Nel bagno connesso, lo spazzolino da denti interattivo lanciato quest’anno dalla società OralB (filiale del gruppo Procter&Gamble) è una star: interagisce senza fili con il nostro cellulare mentre, sullo schermo, un’applicazione segue secondo per secondo le fasi della pulizia dei denti e indica gli angoli della cavità orale che meriterebbero maggiore attenzione. Abbiamo strofinato con sufficiente vigore, passato il filo interdentale, raschiato la lingua, risciacquato il tutto?

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Ma c’è di meglio.

Come spiega con fierezza il sito che gli è dedicato, lo spazzolino connesso trasforma il gesto di spazzolare i denti in un insieme di dati che si possono rendere in forma di grafico o comunicare ai professionisti del settore. Che sarà di questi dati, è ancora oggetto di dibattito: ne manterremo l’uso esclusivo? O saranno catturati dai dentisti professionisti e perfino venduti a compagnie di assicurazione? Si aggiungeranno alla montagna di informazioni già disponibili nel granaio di Facebook e Google?

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L’improvvisa presa di coscienza che i dati personali registrati dal più banale degli elettrodomestici dallo spazzolino elettrico al frigorifero potrebbero trasformarsi in oro ha sollevato critiche alla logica portata avanti dai mastodonti della Silicon Valley.

Queste imprese raccolgono su grande scala le tracce lasciate dagli internauti sui siti che frequentano, le sistemano e le rivendono a inserzionisti o ad altre società. Così guadagnano miliardi di dollari, mentre i fruitori, noi, ottengono solamente alcuni servizi gratuiti. Da questa constatazione nasce una critica bizzarra, dai connotati populisti: contestiamo questi monopoli, si sostiene, e sostituiamoli con una moltitudine di piccoli imprenditori. Ognuno di noi, insomma, potrebbe costituire il proprio portafoglio di dati e trarre vantaggi dalla sua commercializzazione, vendendo ad esempio i dati sulla spazzolatura dei denti a un produttore di dentifrici e il proprio genoma a un laboratorio farmaceutico, o rivelando la propria ubicazione in cambio di uno sconto al ristorante all’angolo. Voci autorevoli, come quella del saggista e imprenditore Jaron Lanier o del ricercatore e informatico Alex Sandy Pentland, decantano questo nuovo modello.

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Ci viene promesso un mondo nel quale la protezione della vita privata sarebbe comunque garantita: se si considerano i dati come una proprietà privata, allora un solido arsenale giuridico e tecnologie adeguate possono assicurare che nessun soggetto terzo li trafughi. Al tempo stesso si fa balenare ai nostri occhi anche un futuro di prosperità. Grazie a quale miracolo? Quello dell’internet degli oggetti, cioè la proliferazione di apparecchi grazie ai quali i nostri più piccoli atti e gesti saranno censiti, analizzati e…monetizzati. Da qualche parte c’è qualcuno disposto a pagare per conoscere il motivo che cantiamo sotto la doccia. Se non si è ancora manifestato, è solo perché nel nostro bagno non ci sono microfoni collegati a internet.

È chiaro. Se Google riempie la nostra casa di graziosi sensori intelligenti fabbricati dalla sua filiale Nest, sarà Google e non noi a guadagnare denaro quando canticchiamo. La strategia di questo gigante consiste nell’aggregare dati provenienti da una quantità di fonti (autovetture senza conducente, occhiali collegati, posta elettronica) e a far dipendere l’efficacia del sistema dalla sua ubiquità: per trarne il massimo vantaggio, dovremmo permettere ai suoi servizi di arrivare, come il gas, a tutti gli angoli della nostra vita quotidiana.

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L’enormità del serbatoio di dati in tal modo costituito lo protegge da qualunque concorrenza; le imprese di minore dimensione l’hanno capito benissimo. Non rimane loro che una scelta: rispondere all’appello di Pentland e Lanier, e contrattaccare Google esigendo che i dati appartengano by default agli utilizzatori, o almeno che questi siano i destinatari di una parte dei benefici.

Queste due strategie apparentemente divergenti attingono alla stessa sorgente ideologica, della quale rappresentano due varianti intellettuali. Come spiega il sociologo britannico William Davies, la visione proposta da Pentland e Lanier si ricollega ala traduzione ordoliberista tedesca, che eleva la concorrenza al rango di imperativo morale e considera dunque pericoloso qualunque monopolio.

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Meno ossessionato dalla morale che dall’efficacia economica e dall’interesse del consumatore, l’approccio di Google, dal canto suo, è riconducibile all’ideologia neoliberista statunitense incarnata dalla scuola di Chicago: i monopoli non sono nocivi di per sé; alcuni possono anche giocare un ruolo positivo. Malgrado le sue pretese di innovazione e sovvertimento dell’ordine costituito, il dibattito contemporaneo sulla tecnologia rimane dunque incanalato in un alveo familiare: l’informazione, considerata una merce, si integra benissimo nel paradigma liberista.

Per concepire l’informazione in altro modo occorrerebbe, per cominciare, sottrarla alla sfera economica. Magari considerandola come bene comune, concetto caro a una certa sinistra radicale. Ma sarebbe molto utile domandarsi intanto perché si accetta come un dato di fatto la mercificazione dell’informazione. La risposta risiede nel ruolo che la fase storica attuale assegna alla tecnologia: un deus ex machina creatore di lavoro, che deve stimolare l’economia e colmare i deficit di bilancio provocati dall’evasione fiscale di ricchi e multinazionali. In questo contesto, non considerare l’informazione come una merce equivarrebbe per i politici a bucare il loro stesso salvagente.


Ritorno al XIX secolo

Anche i più acuti osservatori della crisi finanziaria sottovalutano il peso di questa fede nell’onnipotenza della tecnologia.

Così, il sociologo tedesco Wolfgang Streeck spiega che all’inizio degli anni 1970, con la comparsa dei primi segni di crollo del modello sociale nato dal compromesso del dopoguerra, i dirigenti occidentali applicarono tre strategie per guadagnare tempo e mantenere lo statu quo: l’inflazione, l’indebitamento degli Stati e, infine, un tacito incoraggiamento all’indebitamento dei cittadini, ai quali il settore privati vende prestiti immobiliari e crediti al consumo. Nell’elenco di questi strumenti destinati a ritardare l’inevitabile, Streeck non indica le tecnologie informatiche.

Queste ultime creerebbero al tempo stesso ricchezza e posti di lavoro a condizione che tutti si trasformino in imprenditori e imparino a programmare per scrivere delle applicazioni. Fra i primi, il governo britannico ha concretizzato questo potenziale su scala nazionale tentando di vendere i dati dei malati alle compagnie di assicurazione (finché un’ondata di protesta popolare non ha archiviato l’iniziativa), o i dati personali di studenti a operatori della telefonia mobili e a venditori di bevande energetiche. Un recente rapporto, parzialmente finanziato da Vodafone, sostiene che si potrebbero creare 16,5 miliardi di sterline (21 miliardi di euro) aiutando i consumatori a gestire, cioè a vendere, i loro dati personali. Lo Stato si limiterebbe a definire un quadro legale per gli intermediari preposti alle transazioni tra consumatori e fornitori di servizi.

Mentre gli Stati si sforzano di guadagnare tempo dall’alto, le startup della Silicon Valley propongono soluzioni per guadagnare tempo dal basso. Hanno una fede totale in servizi come Uber (privati che usano la propria automobile come taxi) e Airbnb (e i loro appartamenti in hotel), in grado di trasformare antiquati beni analogici in fonte di profitti digitali e moderni.

Obiettivo: assicurare un reddito complementare al loro proprietario. Come spiega Brian Chesky, presidente e direttore generale di Airbnb, la disoccupazione e le disuguaglianze hanno raggiunto i livelli più elevati, ma siamo seduti su una miniera d’oro (…). Abbiamo imparato a creare i nostri contenuti, ma ormai possiamo tutti creare il nostro lavoro e, perché no, un nostro settore di attività.

Fedele alle sue abitudini, la Silicon Valley riprende qui la retorica comunitaria della controcultura per presentare Uber e Airbnb come i pilastri della nuova economia della condivisione, utopistico orizzonte, sognato dagli anarchici quanto dai libertariani, nel quale gli individui tratteranno direttamente gli uni con gli altri eliminando gli intermediari. Più prosaicamente, si tratta di sostituire intermediari analogici, come le compagnie di taxi, con intermediari digitali, come Uber, impresa finanziata dai noti anarchici di Goldman Sachs.

Poiché il settore alberghiero quanto quello dei taxi è universalmente detestato, il dibattito pubblico è rapidamente sfociato nell’immagine di audaci precursori che spazzano via dei rentiers bolsi e privi di immaginazione. Questa presentazione così poco obiettiva maschera un fatto essenziale: i coraggiosi campioni dell’economia della condivisione si muovono in un universo mentale tipico del XIX secolo. Nel loro sistema il lavoratore, radicalmente individualizzato, gode di una protezione sociale solo simbolica; si assume rischi che in precedenza erano dei datori di lavoro; le sue possibilità di contrattazione collettiva sono ridotte a zero.

I difensori di questo nuovo modello giustificano una simile precarietà con argomenti degni del teorico liberista Friedrich Hayek. I meccanismi autoregolatori (è il mercato a decretare la qualità dell’autista o dell’ospite) sono più efficaci delle leggi, dunque tanto vale sbarazzarsi di queste ultime. Quando avremo costruito sistemi davvero in grado di autocorreggersi, assicura il noto investitori in capitali di rischio Fred Wilson, non avremo più bisogno di meccanismi regolatori.

A questo scopo basta saturare la società di meccanismi retroattivi, cioè valutazioni qualitative fornite continuamente dagli attori del mercato: i pareri e i commenti degli utilizzatori. La digitalizzazione della vita quotidiana unita all’avidità prodotta dalla finanziarizzazione fa presagire la trasformazione di tutto il genoma come la camera da letto in bene produttivo. Esther Dyson, pioniera della genomica personalizzata, azionista principale della società 23andMe, paragona la sua società a un distributore automatico che vi permette di accedere alle ricchezze nascoste nei vostri geni.

Ecco dunque il futuro che ci promette la Silicon Valley: un numero sufficiente di sensori collegati a internet cambierà le nostre vite in distributori automatici giganti.

Presto o tardi, i refrattari alla salvezza prospettata dall’economia della condivisione saranno percepiti come sabotatori dell’economia, e la non diffusione di dati sarà vista come uno spreco ingiustificabile di risorse suscettibili di contribuire alla crescita. Non condividere diventerà biasimevole quanto non lavorare, risparmiare, ripagare i propri debiti; il giudizio morale passerà la vernice della legittimità su questa forma di sfruttamento.

Non può affatto sorprendere che categorie sociali schiacciate dal fardello dell’austerità inizino a convertire la cucina di casa in ristorante, l’automobile in taxi e i dati personali in attivi finanziari. Che altro possono fare? Ma per la Silicon Valley, stiamo assistendo al trionfo dello spirito d’impresa, grazie allo sviluppo spontaneo di una tecnologia separata da ogni contesto storico, e soprattutto dalla crisi finanziaria. In realtà, questo desiderio d’impresa è gioioso quanto quello dei disperati di tutto il mondo che, per pagarsi l’affitto, arrivano a prostituirsi o a vendere gli organi.

A volte gli Stati tentano di frenare queste derive, ma poi devono risanare i bilanci. E allora, tanto vale lasciare che Uber e Airbnb sfruttino la miniera d’oro come meglio credono. Questo atteggiamento conciliante ha il doppio vantaggio di aumentare le entrate fiscali e aiutare i comuni cittadini ad arrivare alla fine del mese.


Una critica ridotta a lamentela

Ma l’economia della condivisione non sostituirà quella del debito: al contrario, il loro destino è la coesistenza. L’onnipresenza dei dati, unita alla crescente efficacia degli strumenti di analisi, permetterà alle banche di vendere credito anche a una clientela ritenuta fino a oggi insolvibile ovviamente previa un’attenta scrematura digitale dei cattivi elementi. In questo modo, startup come ZestFinance stanno già aiutando le banche a filtrare le richieste di prestiti online sulla base di 60.000 criteri, fra i quali il modo di pigiare i tasti del computer o di usare il telefono.

In Colombia, la giovane società di prestiti Lenddo condiziona l’emissione di carte di credito al comportamento dei candidati sui social network: ognuno dei loro clic entra in una linea di conto. Un’evidenza che non sfugge a Douglas Merrill, cofondatore di ZestFinance, che in home pagespiega a chiare lettere: Tutti i dati personali sono pertinenti in termini di credito. E allora, la nostra stessa vita, integralmente osservata dai sensori che ci circondano, può iniziare a battere al ritmo del debito.

Gli idioti utili della Silicon Valley risponderanno che stanno salvando il mondo. Se i poveri chiedono di indebitarsi, perché non accontentarli? Gli spiriti visionari non sono sfiorati dal dubbio che questo bisogno di credito possa dipendere dall’aumento della disoccupazione, dalla riduzione delle spese sociali e dal crollo dei salari reali. Né riflettono sul fatto che altre politiche economiche potrebbero invertire queste tendenze, e rendere inutili questi meravigliosi strumenti digitali che consentono di vendere sempre più debito. Il loro unico compito e la loro unica fonte di reddito è creare strumenti per risolvere i problemi così come essi si presentano giorno per giorno, non sviluppare un’analisi politica ed economica suscettibile di riformulare gli stessi problemi per affrontarne le cause.

In ciò la Silicon Valley è simile a tutte le altre industrie: a meno che non possano trarne profitto, le imprese non vogliono un cambiamento sociale radicale. Ma Google, Uber o Airbnb dispongono di un repertorio retorico molto più ampio rispetto a JP Morgan o Goldman Sachs. Se ci viene voglia di criticare le banche, passiamo per avversari del capitalismo e di Wall Street, contrari al suo salvataggio da parte dei contribuenti: un punto di vista ormai così banale da far sbadigliare.

Invece, criticare la Silicon Valley, significa essere ritenuti dei tecnofobi, stupidoni nostalgici dei bei tempi andati prima dell’iPhone. Allo stesso modo, qualunque critica politica ed economica formulata contro il settore delle tecnologie informatiche e i suoi legami con l’ideologia neoliberista è subito considerata una critica culturale alla modernità. E il suo autore è dipinto come nemico del progresso, desideroso di raggiungere Martin Heidegger nella Foresta nera per guardare tristemente il cemento senz’anima delle dighe idroelettriche.

Da questo punto di vista, le continue lamentele sul declino della cultura prodotto da Twitter e dai libri elettronici hanno giocato un ruolo nefasto. All’inizio del XX secolo, il filosofo Walter Benjamin e il sociologo Siegfried Kracauer consideravano i problemi posti dai nuovi media attraverso un prisma socioeconomico.

Oggi, bisogna accontentarsi delle riflessioni di un Nicholas Carr, ossessionato dalle neuroscienze, o di un Douglas Rushkoff, con la sua critica biofisiologica dell’accelerazione. Indipendentemente dalla maggiore o minore pertinenza dei loro contributi, la loro modalità di analisi finisce per separare la tecnologia dall’economia. E così ci si ritrova a discutere di come uno schermo di iPad condizioni i processi cognitivi del cervello, invece di comprendere come i dati raccolti dagli iPad influenzino le misure di austerità dei governi.

Traduzione a cura di Marinella Correggia
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