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Lampedusa non festeggia con l'Europa

Lettera da Lampedusa (dei "soliti contestatori") | Video in coda all’articolo. [Giacomo Sferlazzo]

Lampedusa non festeggia con l'Europa

Redazione

12 Maggio 2015 - 21.01


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di Giacomo Sferlazzo

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La Regione Sicilia voleva festeggiare l’Europa a Lampedusa. E ha fallito. A quella presunta “festa” non c’era nessuno, a parte i soliti contestatori, cioè noi. Sono stati costretti (da noi) a ritrattare tutto. Il centro che prima avevano detto che sarebbe stato “di accoglienza”, è poi diventato “di ascolto”, ma non sarà neppure quello. La Festa dell’Europa è stata trasformata in un concorso per giovani.

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Quello che la nostra comunità vive e vede è questo:

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1) che la gente di Lampedusa rimane frammentata, divisa in categorie: di persone che in gran parte hanno paura di esporsi, perché si sentono e sono ricattabili in molti modi; perché sono legate alle vecchie abitudini politiche; perché i giovani non hanno ancora capito che dipende da loro se e come cambierà la politica e la società.

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2) che l’economia di Lampedusa si sta trasformando in economia di guerra. I pescatori prendono soldi per le tragedie dei migranti, qualche albergatore ha (da tempo) dato in affitto la propria struttura alle forze dell”ordine, altri albergatori stanno pensando di dare alla prefettura le proprie strutture per lavorare con “l”accoglienza” dei migranti. Per avere i nostri “diritti”: scuole, infrastrutture di vario tipo, sanità, dobbiamo aspettare che muoiano persone in mare. I 20 milioni sbloccati sono stati erogati dal governo Letta dopo la strage del 3 ottobre 2013. I giornalisti che arrivano, periodicamente, seguendo la cadenza delle emergenze (o delle passerelle mediatiche), sono diventati un indotto economico.

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La classe politica locale è ormai entrata in questa logica e la partita che si gioca è chi prende più soldi dalle tragedie immani che vengono provocate proprio da chi ci dovrebbe dare questi soldi.
Noi gridiamo che vogliamo i nostri diritti perché ci spettano e basta. Noi non ci stanchiamo di ripetere che non vogliamo vivere sulle tragedie di persone (africani, asiatici e mediorientali) a cui da secoli “l”Europa fa la festa”.

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Pretendiamo rispetto e affermiamo il principio che Lampedusa e Linosa devono autodeterminarsi attraverso le proprie comunità. Qualcuno ieri ha più volte tirato fuori la parola democrazia. Ma questa parola deve essere rianimata, deve essere riempita di sostanza. Questo è un paese governato da una classe dirigente collusa con la mafia, che sta al potere senza essere stata eletta, che esegue supina gli ordini economici di BCE e FMI, che è militarmente subalterna agli USA.

Viviamo in una Lampedusa dove tutto viene imposto a prescindere dai bisogni della popolazione, che non viene nemmeno consultata. Tutto questo ci dice che la parola democrazia non ha davvero molto senso. E non possiamo lasciare nel silenzio la sorte dei linosani, un popolo da cui dovremmo prendere esempio e che vive in una condizione di isolamento peggiore della nostra. Se un giorno saremo uniti, solo noi di Lampedusa, senza coloro che vivono a Linosa, vorrà dire che avremo perso.

Ma noi restiamo, ci siamo, senza paura.

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(12 maggio 2015) [url”Torna alla Home page”]http://megachip.globalist.it/[/url]

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