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Ricostruire

Ricostruire oggi non è aggiustare o correggere istituzioni sempre più controproducenti, minacciose e irrazionali. Quello che c’è da ricostruire non è lì, ma in basso.

Ricostruire
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3 Maggio 2016 - 03.34


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di Gustavo Esteva

Siamo stati spogliati di buona parte di quel che avevamo conquistato negli ultimi duecento anni. Le libertà politiche su cui si era fondata la nostra convivenza vengono mutilate ogni giorno. Siamo finiti in un carcere. È quella la parola che definisce meglio la condizione attuale nel mondo, come sostiene John Berger. Il potere mostra la sua natura senza inibizioni, esibisce e spettacolarizza ciò che prima dissimulava o nascondeva sotto il tappeto. Non si può salvare dalla rovina un mondo che cade a pezzi, con violenza, intorno a noi, distruggendo la natura e la cultura. In una situazione così apocalittica non ci resta che la ricostruzione. Ricostruire, come espressione suprema di resistenza, oggi non può essere aggiustare o correggere le istituzioni. Va fatto in basso, nel tessuto resistente di uomini e donne reali che si riconoscono, negli spazi in cui vivere il “noi” è uno stato delle cose e un modo di essere. Lì possiamo nutrire le speranze che si traggono da un’autentica costruzione autonoma e non rappresentano il trionfo dell’ottimismo sulla realtà. Non sono mere illusioni. Sorgono dalla percezione che l’impegno autonomo organizzato – quello che viene dal basso, si afferma nella dignità e sa che vivere è lottare – si estende e comincia ad apparire, in mezzo alla tormenta, come una rete di rifugi interconnessi e autosufficienti che annunciano un’altra possibilità. (Comune-info)

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Di tanto in tanto riusciamo a tirar fuori un compagno dal carcere, a fermare le ruspe che vengono a distruggere un villaggio, a frenare un megaprogetto, a impedire una spoliazione… Ricorrere alla legge, ai procedimenti giuridici, produce ancora risultati. Questa non dovrebbe essere però l’unica ragione per continuare a utilizzarli, come se niente fosse.

Prima di tutto, dobbiamo riconoscere che gli spazi vanno chiudendosi. In molti casi, otteniamo un risultato solo quando uniamo alla lotta giuridica la pressione sociale e politica. E’ sempre più difficile far valere il diritto o i diritti. Quella che per Benjamin era solo tradizione degli oppressi si estende a strati sempre più ampi della popolazione: le regole dello stato d’eccezione, la situazione in cui la legge si utilizza per rafforzare l’illegalità.

Nel carcere, la natura del potere non ha bisogno di mascherarsi: può mostrarsi in tutta la sua nudità e crudezza. Acquista senso così l’osservazione di John Berger secondo il quale la prigione è la parola che meglio definisce la condizione attuale nel mondo: siamo incarcerati. Ciò che oggi si sperimenta quotidianamente è che il potere mostra la sua natura senza inibizioni. Vediamo, inoltre, che sta dispiegando i suoi aspetti peggiori e che esibisce e spettacolarizza ciò che prima dissimulava o nascondeva sotto il tappeto. Questo fa già parte della strategia intimidatoria.

La scelta di continuare a usare processi giuridici non deve avere solo motivazioni pragmatiche. Il diritto deve conservare la sua forza e il suo significato persino in circostanze come quelle attuali, quando l’intero apparato giudiziario è contaminato dall’illegalità, dalla corruzione e dall’ingiustizia; quando è apertamente al servizio dei privilegiati; quando serve solo a stendere un velo sulla natura dispotica del regime che lo amministra.

Queste circostanze non devono farci perdere l’idea stessa del diritto, la formulazione e l’applicazione di norme. I procedimenti giuridici non possono essere separati dai procedimenti politici: sono strutturalmente intrecciati. Entrambi modellano ed esprimono la struttura della libertà all’interno della storia, ed è quella struttura che oggi abbiamo bisogno di ricostruire o dobbiamo creare dove non è mai esistita. Questa è la chiave per fermare l’orrore.

I partiti hanno perso ogni credibilità e i governi la poca legittimità che avevano. Gli uni e gli altri, insieme alle tecnologie e ai sistemi, si sono trasformati in puri strumenti strategici di potere con i quali veniamo manipolati e controllati. Pare chiaramente impossibile salvare dalla rovina tutto questo mondo che cade violentemente a pezzi intorno a noi, distruggendo sia la natura che la cultura. In questa situazione, in momenti così chiaramente apocalittici come quelli attuali, non ci resta che ricorrere alla ricostruzione.

Ricostruire oggi, come espressione suprema di resistenza, non è aggiustare o correggere istituzioni sempre più controproducenti, minacciose e irrazionali. A rigore, nulla le potrà salvare. Ciò che si sta cominciando a vedere è che alcuni dei loro operatori più scaltri se ne sono accorti e corrono a mettersi in salvo, da quegli sciacalli che sono [Esteva usa il termine rata che, in spagnolo, indica una persona malintenzionata, che si approfitta dei più deboli, ndt]. Altri cercano di proteggersi dai numerosi crolli rifugiandosi in qualche tana istituzionale. Altri ancora fuggono verso il futuro, e ce ne sono molti, anche ad alti livelli, che non sembrano accorgersi di nulla e chiudono gli occhi per non vedere il disastro di cui sono parte.

Quello che c’è da ricostruire non è lì, ma in basso. È cosa certa che siamo stati spogliati di buona parte di ciò che ci eravamo conquistati negli ultimi 200 anni e che si continua a mutilare le libertà politiche su cui era fondata la nostra convivenza, ma possiamo ancora ricorrere al linguaggio ordinario e al processo formale per ricostruire o riformulare le nostre leggi nelle comunità e nei quartieri, all’interno delle nostre organizzazioni rinnovate.

Da lì, nel tessuto resistente di uomini e donne reali che si riconoscono tra loro, che possono vedere quello che sono uno negli occhi dell’altro, o dell’altra, negli spazi in cui vivere il ‘noi’ è uno stato di cose e un modo di essere, possiamo seriamente dire la verità, dircela tra di noi. Lì possiamo denunciare il carattere irrimediabilmente canceroso e inguaribile delle formule e delle istituzioni dominanti e nutrire, di fronte ai disperati di ogni genere che spuntano intorno, le speranze che si traggono da un’autentica costruzione autonoma.

Queste speranze non rappresentano il trionfo dell’ottimismo sulla realtà. Non sono mere illusioni. Sorgono dalla percezione che l’impegno autonomo organizzato – quello che viene dal basso, che si afferma nella dignità di fronte a tutti i disastri e sa che la vita è lotta-, si allarga sempre più e comincia ad apparire, in mezzo alla tormenta, come una rete di rifugi interconnessi e autosufficienti che annunciano già un’altra possibilità.

(2 maggio 2016)

[url”Link articolo”]http://comune-info.net/2016/05/ricostruire/[/url] © Comune-info.

Infografica: © L”immagine potrebbe essere soggetta a copyright.

Fonte originale: la Jornada. Titolo originale: [url”Al derecho y al revés”]http://www.jornada.unam.mx/2016/04/25/opinion/017a2pol[/url]

Traduzione a cura di [url”Camminar Domandando”]http://camminardomandando.wordpress.com/[/url].

Camminar Domandando è una rete di relazioni impegnata nella traduzione e diffusione delle voci provenienti dal mondo latino americano radicato in basso e a sinistra, con una particolare attenzione al variegato mondo indigeno. Sul nostro sito sono gratuitamente consultabili e scaricabili articoli, libri e quaderni di cui abbiamo curato la traduzione. Tra i tanti autori: Gustavo Esteva, Jean Robert, Raul Zibechi, Pablo Davalos.

L’adesione di Gustavo Esteva alla campagna [url”Ribellarsi facendo”]http://comune-info.net/2014/11/esercitare-liberta-gustavo-esteva/[/url] di Comune-info

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