𝗱𝗶 𝗣𝗶𝗻𝗼 𝗖𝗮𝗯𝗿𝗮𝘀.
Ci sono polemiche che valgono più del loro oggetto dichiarato. Quella scoppiata negli ultimi giorni tra l’economista Emiliano Brancaccio e il filosofo Andrea Zhok – nata da un commento di una riga, esplosa in una catena di invettive, approdata a mezzo milione di visualizzazioni e a una sfida pubblica rimasta senza seguito – è di questo tipo. Formalmente, il contenzioso riguarda una parola: “sovranismo”. Sostanzialmente, riguarda qualcosa di più grande: chi ha il diritto di definire il campo della critica al capitalismo, con quale metodo, e secondo quale idea di legittimità intellettuale.
Vale la pena sostare su entrambe le questioni, separatamente.
𝗜. 𝗟𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗮
Zhok aveva commentato un articolo di Brancaccio con un’osservazione brusca: usare la parola “sovranista” in modo impreciso “avrebbe alquanto rotto le palle”. Il turpiloquio è discutibile, ma l’obiezione di fondo non lo è. Il termine “sovranismo” ha una storia filologica precisa: nasce nel dibattito politico canadese e nordirlandese come sinonimo di rivendicazione d’indipendenza nazionale, e nel contesto italiano ha indicato, prima della sua colonizzazione mediatica, un insieme eterogeneo di istanze critiche verso la subordinazione della sovranità popolare a poteri sovranazionali: NATO, UE, mercati finanziari internazionali.
Brancaccio risponde che il termine è ormai “palesemente fascistizzato”, che usarlo equivale a fare il gioco della destra, e che chi ancora vi si riconosce è nella migliore delle ipotesi un ingenuo e nella peggiore un “nemico di classe travestito da interclassista”. È una posizione coerente con una certa tradizione di critica al populismo, quella che rimanda a Laclau e Mouffe, e che Brancaccio stesso cita. Ma presenta un problema strutturale che merita di essere nominato con precisione.
Il senso comune politico non si governa per decreto accademico. Una parola che ha circolato per anni in contesti eterogenei – movimenti per la sovranità alimentare, critici della finanziarizzazione, europeisti critici, sindacalisti ostili al dumping salariale – non viene neutralizzata perché un professore stabilisce che è “fascistizzata”. Quella parola continua a funzionare come punto di raccolta per sensibilità reali, frustrazioni legittime, intuizioni politiche ancora da elaborare. Abbandonarla ai suoi usi peggiori senza combattere per il suo significato non appare come una scelta di rigore, ma come una resa del campo.
C’è del resto una tradizione costituzionale che conosce bene questa tensione: l’articolo 1 della Costituzione italiana afferma che la sovranità appartiene al popolo. Non a Bruxelles, non ai mercati, non alla BCE. Chi rivendica quella sovranità contro i poteri che la erodono non sta facendo propaganda fascistizzata: sta leggendo la Carta.
La storia dei grandi termini politici – “democrazia”, “libertà”, “nazione”, persino “socialismo” – è la storia di battaglie continue per il loro significato. Ogni termine è un terreno conteso. Dichiararne la “fascistizzazione” irreversibile e passare oltre significa concedere quel terreno a chi lo occupa peggio. È una strategia politicamente autolesionista, per quanto possa sembrare igienicamente drastica.
Zhok ha ragione su questo punto, anche se la sua argomentazione si allontana poi verso direzioni meno ferme. L’intuizione di fondo – che rinunciare al termine “sovranismo” significhi consegnare un campo semantico importante alla destra – è esatta. E coincide, paradossalmente, con una delle lezioni più elementari sull’egemonia culturale: chi si afferma nel presidio del linguaggio controlla le possibilità del pensiero politico.
𝗜𝗜. 𝗜𝗹 𝗺𝗲𝘁𝗼𝗱𝗼
La questione terminologica, però, è quasi un pretesto. Il vero oggetto del contendere è metodologico, e riguarda il rapporto tra competenza tecnica e critica politica.
Brancaccio sostiene – ed è questa la sua tesi più seria – che senza padronanza dei meccanismi tecnici dell’economia internazionale (controllo dei movimenti di capitali, posizione patrimoniale netta sull’estero, standard sociali nelle relazioni commerciali, strutture di controllo del capitalismo finanziario globalizzato) qualsiasi critica al capitalismo è destinata all’impotenza pratica. Chi governa senza questi strumenti viene catturato dalle logiche che voleva combattere. È la lezione greca, è il castigo di ogni governo progressista che si è trovato nelle “stanze delle decisioni” senza sapere come funzionano i meccanismi reali del potere economico. Io ebbi modo di vedere da vicino ad esempio il Movimento 5 Stelle, che pure aveva conquistato enormi praterie elettorali solo con l’alludere a una “rivoluzione antiliberista”, annaspare in quanto incapace di affrontare uno per uno i fili del vincolo esterno alla politica economica italiana. Combattevo ogni giorno con gente che pensava di governare i milioni di euro, ma lasciava ad altri il governo dei miliardi e non comprendeva nemmeno basicamente il potere soverchiante di quelli che maneggiavano le migliaia di miliardi.
Questa tesi è sostanzialmente corretta, e sarebbe un errore liquidarla come arroganza accademica. La storia recente la conferma con una crudeltà che non lascia margini di dubbio. Tsipras non è stato sconfitto solo dalla cattiveria della Troika, quando cedeva al “waterboarding” di Merkel & C.: è stato sconfitto anche dall’impreparazione tecnica del suo governo, dall’assenza di strumenti alternativi credibili, dall’incapacità di gestire la minaccia della fuga di capitali. Brancaccio era fra quelli che come noi lo aveva detto prima, non dopo.
Tuttavia la competenza tecnica, per quanto necessaria, è una condizione necessaria ma non sufficiente. E qui si apre il limite più serio della sua posizione.
La riproduzione del capitalismo non avviene solo attraverso i meccanismi che Brancaccio descrive con tanta precisione. Avviene anche – e forse prima di tutto – nel campo della formazione delle soggettività, del desiderio, dell’immaginario collettivo. Le persone non subiscono il capitalismo finanziario perché ignorano la “net international investment position” del loro paese: lo subiscono perché il capitalismo ha colonizzato il modo in cui desiderano, si identificano, costruiscono senso. Smontare questo lavoro richiede un’elaborazione culturale che non si riduce alla competenza economica, per quanto raffinata.
C’è di più. La stessa insistenza di Brancaccio sulla competenza tecnica come criterio di legittimità produce un effetto paradossale: stabilisce una gerarchia di accesso al discorso critico che replica, su un altro piano, la logica degli esperti contro cui la critica al capitalismo dovrebbe andare. Chi non conosce il TFUE e i meccanismi del controllo dei capitali non ha diritto di parlare di sovranità. È una forma di esclusione che, per quanto motivata da ragioni serie, rischia di restringere il perimetro della critica a un ceto di specialisti, producendo esattamente il tipo di “intellettuale senza radici di massa” che non riesce a costruire egemonia, ma solo a certificarne l’assenza altrui.
𝗜𝗜𝗜. 𝗖𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗹 ‘𝗱𝗶𝘀𝘀𝗶𝗻𝗴’ 𝗿𝗶𝘃𝗲𝗹𝗮
C’è infine una terza questione, che riguarda non i contenuti ma il formato dello scontro.
Brancaccio ha scelto deliberatamente il registro del “dissing” – parola che usa lui stesso – rivendicando che quella rissa abbia prodotto “mezzo milione di visualizzazioni” e portato gente distante dalla politica di classe a porsi domande più serie. Non è un argomento da scartare: i formati della comunicazione contano, e il conflitto personalizzato funziona come vettore di attenzione in un ecosistema mediatico saturo. Il problema è che Brancaccio non si limita a usare il conflitto strumentalmente: lo celebra, lo estetizza, lo trasforma in performance. Marx che fa il “dab” con la tazza “Red-Brown Alliance: Two Colors, One Disease”. Il paragone con “Bad Blood contro Swish Swish”. L’annuncio di aver «scalzato Zhok dal suo ipocrita equilibrismo» come se fosse una vittoria al ring.
Tutto questo rivela che anche Brancaccio sa – contro la sua teoria esplicita – che il campo culturale e simbolico non è una sovrastruttura secondaria. Sa che l’immaginario conta, che la narrazione ha un’influenza strutturale, che il registro emotivo pesa tantissimo. Lo sa così bene da usarlo con abilità non trascurabile. Ma lo usa senza teorizzarlo, quasi per non dover ammettere che il terreno su cui combatte Zhok – quello della cultura, dell’identità, del senso comune – è altrettanto materiale del terreno su cui combatte lui.
Per capire davvero il punto di Zhok bisogna evitare una caricatura ormai automatica del suo pensiero come semplice reazione “anti-woke”. Il nucleo della sua riflessione è molto più profondo e riguarda il tipo umano prodotto dal capitalismo contemporaneo: un individuo sradicato, privatizzato, sciolto da appartenenze stabili, continuamente riconfigurabile secondo le esigenze del mercato e della tecnica. La sua critica della dissoluzione antropologica moderna non nasce da nostalgia conservatrice, ma dall’idea che nessuna emancipazione collettiva sia possibile se ogni legame sociale, simbolico e perfino biologico viene trattato come materiale infinitamente manipolabile: inclusi quei dati della natura umana che il mercato vorrebbe “plastici” per definizione, ma che pongono limiti reali a qualsiasi progetto di riconfigurabilità totale. In questo senso la sua attenzione per i temi della sovranità, dell’identità culturale o dei limiti della mercificazione non è separabile dalla critica del capitalismo: ne rappresenta piuttosto un’estensione verso territori che una parte della sinistra economicista continua a considerare secondari o sospetti.
Zhok, dal canto suo, aveva mostrato in un primo momento compostezza: il suo “comunicato di servizio” era un esercizio di distacco calibrato. Ma poi ha letto il libro di Brancaccio e ha risposto con sarcasmo prolungato, battute su Netflix e una diagnosi preelettorale affermata come certezza. La polemica, insomma, divampa da entrambe le parti. D’altronde – pochi lo sanno – Brancaccio ha fatto pugilato e Zhok karate. Forse era inevitabile.
La risposta sostanziale di Zhok merita comunque attenzione.
I quattro “punti ciechi” che Zhok attribuisce al marxismo postmoderno di Brancaccio (sovranità nazionale, natura umana, scienza e società, rapporto con altre culture) non sono l’inventario di un conservatorismo travestito da critica: sono, almeno in parte, il tentativo di nominare le forme attraverso cui il capitalismo contemporaneo estende il proprio dominio ben oltre i meccanismi finanziari che Brancaccio analizza con inflessibile precisione tassonomica.
Prendere sul serio la critica alle derive “woke” non significa necessariamente schierarsi a destra: significa riconoscere che il capitalismo delle piattaforme e delle grandi corporation ha incorporato e monetizzato il linguaggio della liberazione individuale, svuotandolo di qualsiasi conflitto di classe e trasformandolo in un formidabile strumento di distrazione e frammentazione. Brancaccio chiama tutto questo “esocapitale”: forze che operano al di fuori della contabilità ordinaria dei prezzi ma che la determinano dall’interno, colonizzando sfere della vita precedentemente estranee alla logica di mercato.
La gestazione per altri – che molti, me incluso, chiamano senza eufemismi utero in affitto – è il caso più lampante. Si tratta dell’ingresso del mercato nel corpo femminile, nella riproduzione biologica, in una sfera che nessuna tradizione critica – marxista, femminista, o semplicemente umanista – aveva mai considerato mercificabile senza residuo. Eppure in certi ambienti progressisti chi solleva obiezioni si vede appioppare con disinvoltura l’etichetta di fascista, come se la difesa del corpo dalla logica di mercato fosse diventata, per qualche alchimia ideologica, una posizione reazionaria. Lo stesso accade con tutto ciò che viene raccolto sotto il termine inglese “queer”, categoria imposta dalla lingua egemone del capitalismo globale, che in quanto tale meriterebbe già qualche sospetto critico prima di essere abbracciata come orizzonte emancipativo universale. Non si tratta di negare le istanze di libertà che quei movimenti portano, che sono reali e legittime. Si tratta di chiedersi – con gli strumenti che Brancaccio stesso fornisce – chi guadagna dalla loro forma attuale, chi li finanzia, quale funzione svolgono nella riproduzione del consenso al capitalismo centralizzato.
Brancaccio nel suo “Manifesto” elenca “transfemministi, lgbtqiapk+, per i rifugiati e gli immigrati” come componenti naturali del fronte libercomunista, senza porsi questa domanda. È una lista, non certo un’analisi. Per giunta, una lista che assomiglia pericolosamente al catalogo delle cause patrocinate dalle grandi fondazioni filantropiche americane, strettamente avvitate ai processi di centralizzazione del capitale: quelle stesse che finanziano le università, le piattaforme, i media progressisti. Il fatto che George Soros e BlackRock abbiano posizioni favorevoli su molte di queste istanze non le invalida automaticamente, ma dovrebbe almeno indurre a chiedersi dove finisce l’emancipazione e dove inizia l’ideologia funzionale al capitale centralizzato. È esattamente la domanda che Brancaccio fa su tutto il resto, e che stranamente non fa qui.
Ancora più significativa è la questione della gestione della pandemia. Brancaccio cita con orgoglio l’imminente dibattito con Jean-Luc Mélenchon come prova della sua collocazione nel campo della sinistra critica internazionale; quasi a dire: ho ben altri interlocutori, a ben altro livello, con cui ragionare di sovranità. Ma Mélenchon è stato uno dei più netti oppositori, in Francia, alle misure liberticide connesse alla gestione covid: il pass vaccinale obbligatorio, le restrizioni draconiane, l’uso emergenziale del potere esecutivo, già spinto in Francia, ma diventato nel Draghistan italiota un unicum mondiale presentato come l’unica via possibile, in realtà un tragico esperimento autoritario provinciale. La critica di Zhok all’acquiescenza del marxismo italiano verso ogni prevaricazione condotta “nel nome della Scienza” non è una boutade reazionaria: è una questione che divide la sinistra europea in modo tutt’altro che banale, e le misure adottate in Italia – tra le più pesanti e prolungate del mondo occidentale – sono criticabilissime nel merito, indipendentemente da qualsiasi posizione “no vax”. Prima di distribuire patenti di provincialismo, bisogna fare attenzione a non guadagnarsele.
𝗜𝗩. 𝗜𝗹 𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮
Torniamo alla parola, perché è lì che si decide qualcosa di pratico.
“Sovranismo” è un termine logorato, ambiguo, parzialmente colonizzato dalla destra, soprattutto quella dei “sovranisti di cartone” alla Meloni? Tutto questo è vero. Ma è anche un termine che continua a nominare qualcosa di reale: la tensione tra sovranità popolare e poteri che sfuggono al controllo democratico. Quella tensione non scompare perché la parola che la nomina viene dichiarata inagibile.
Proprio la lettura diretta di Libercomunismo rivela qui una contraddizione che la polemica social aveva lasciato nell’ombra. A pagina 112 Brancaccio scrive: «Respingere le idiozie populiste della ‘moneta sovrana’ come panacea di ogni male. In regime di libera circolazione dei capitali non sussiste ‘sovranità’, tantomeno democratica.» Appena due righe dopo, propone di «promuovere il controllo politico dei movimenti di capitale e delle relazioni economiche internazionali». La distinzione che Brancaccio fa è reale: la sovranità monetaria unilaterale è una truffa perché senza bloccare i movimenti di capitali qualsiasi valuta resta ostaggio dei mercati; il controllo dei capitali è invece la leva concreta per ricostruire margini di autonomia democratica. È un argomento tecnicamente fondato, ed è esattamente la lezione che il premier greco Tsipras pagò cara non applicandola.
Ma questa distinzione – per quanto importante – non autorizza a liquidare come “idiozia” chiunque parta dalla medesima diagnosi di fondo: che senza controllo sui capitali non esiste sovranità democratica reale. È precisamente questa diagnosi che accomuna Brancaccio ai “sovranisti” che critica. La differenza riguarda la terapia – coordinata e internazionale per lui, nazionale e unilaterale per molti di loro – non la diagnosi. Senonché Brancaccio stesso rivendica una misura unilaterale nazionale, seppure agganciata a una clausola del TFUE (il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea): il blocco dei movimenti di capitali che la Grecia di Tsipras avrebbe dovuto imporre. Una decisione sovrana nel senso più classico del termine, presa da uno stato in solitudine contro i mercati e contro i partner europei. Chiamarla “sovranismo” sarebbe scorretto? O è sovranismo solo quando lo fa la destra? E il termine “sovranismo”, nel suo uso critico più serio, nomina quella diagnosi condivisa, non la terapia sbagliata. Trattare i due livelli come se fossero la stessa cosa serve a chiudere il dibattito, non certo ad aprirlo. E consegna il campo semantico esattamente a chi lo merita meno, magari alla Meloni e a Giorgetti che fanno anche loro da scendiletto all’Europeismo Reale.
La risposta corretta non è abbandonare il termine né difenderlo in modo acritico: è lavorare per ri-articolarlo, distinguendo con precisione tra le sue versioni regressive – quelle che fanno della sovranità nazionale un feticcio identitario – e le sue versioni emancipatorie, quelle che usano la leva della sovranità per ricostruire margini di controllo democratico su processi economici che oggi non ne hanno nessuno.
Un esempio concreto è la proposta di legge che elaborai e proposi nel 2019 d’intesa con il Gruppo della Moneta Fiscale: i Certificati di Credito Fiscale (CCF), titoli di credito fiscale differito circolabili come mezzo di pagamento complementare all’euro, compatibili con i criteri Eurostat e non classificabili come debito pubblico. Non “moneta sovrana” nel senso grossolano della lira-di-ritorno, ma ingegnerizzazione pratica della stessa esigenza che Brancaccio teorizza: ricostruire margini di autonomia democratica dentro spazi da allargare pragmaticamente. Chi lavora su quel piano non merita la stessa etichetta di chi agita la sovranità come bandiera identitaria per poi tradirla, come i sovranisti di cartone del governo.
Questa distinzione non è nuova, né è semplice. Ma è il lavoro intellettuale che serve. Ed è un lavoro che richiede sia la competenza tecnica che Brancaccio rivendica – perché senza sapere come funzionano i “capital controls” non si può nemmeno capire in che senso la sovranità sia stata erosa – sia la sensibilità culturale che Zhok richiama: perché senza capire come si forma il consenso, come si costruisce identificazione collettiva, come si combatte sul terreno del senso comune, nessuna proposta tecnica troverà mai i soggetti disposti a portarla avanti.
Vale la pena notare che il medesimo schema si ripete con interlocutori apparentemente molto più vicini a Brancaccio. Il fisico Francesco Sylos Labini, che dichiara esplicitamente di essere “in genere d’accordo” con lui, a suo tempo gli ha contestato proprio il punto metodologico centrale sulla guerra in Ucraina: “segui i soldi” non basta, o meglio, quali soldi? La crisi debitoria americana spiega la forma attuale della crisi, ma non la struttura degli interessi in campo: quella logica di potenza di lungo periodo, documentata da analisti come George Friedman – di cui ho curato la traduzione italiana oltre dieci anni fa – che precede di decenni i movimenti finanziari di questo decennio e che ha una logica propria rispetto ad essi. Quando anche chi condivide il tuo impianto teorico dissente, il problema non è la loro presunta ignoranza dei meccanismi economici. È il riduzionismo di chi pretende che un solo livello di analisi esaurisca la realtà.
So bene che l’accusa di riduzionismo è tra quelle che fanno più irritare i professori, i quali – oltre alle proprie specializzazioni – costruiscono spesso la loro autorevolezza e la carriera sull’idea di muoversi con disinvoltura nella complessità. Ma non di rado la complessità esibita serve anche a coprire l’incapacità di riconoscere i propri punti ciechi.
Una polemica da mezzo milione di visualizzazioni che finisce senza confronto dal vivo e senza che nessuno dei due abbia cambiato idea su nulla di sostanziale. Nel frattempo, il “sovranismo” nominale – quello della destra al governo – continua indisturbato a occupare il campo che altri si rifiutano di contendere.