di Pino Cabras.
Ieri ho visto integralmente su Visione TV la lunga intervista di Francesco Toscano a Gianmarco Landi.
Confesso che l’esperienza è stata, più che irritante, istruttiva.
Anche perché Landi ha un seguito non irrilevante, che rischia di essere trascinato verso un vero dirupo cognitivo.
Il suo metodo narrativo è emerso con chiarezza: un impianto interpretativo autosigillante, in cui ogni fatto può essere piegato a conferma della teoria e ogni smentita diventa prova ulteriore della sua validità.
Ne nasce un modello interpretativo che non produce analisi delle relazioni internazionali, ma un romanzo strategico permanente, in cui la complessità diventa un alibi per sottrarsi alla verifica dei fatti.
Il punto di partenza è quasi sempre una constatazione apparentemente condivisibile: il mondo è complesso, le apparenze ingannano, i media semplificano.
Fin qui nulla da eccepire.
Il problema nasce quando la complessità diventa uno strumento retorico per sottrarsi alla verifica dei fatti.
Ascoltando attentamente la trasmissione ho estratto criticamente un impianto argomentativo profondamente incoerente, circolare e sostanzialmente non falsificabile.
Il problema non è soltanto che Landi dica cose improbabili: è che costruisce un sistema in cui qualunque fatto può essere riassorbito come conferma della tesi, e qualunque obiezione viene neutralizzata dicendo che “l’apparenza inganna”, che “i fatti veri sono dietro”, o che “ci sono più agende”.
È il classico dispositivo che consente di dire tutto e il contrario di tutto senza mai pagare dazio logico.
Lo si vede già all’inizio, quando Toscano gli ricorda il dato di fatto elementare – lui era convinto che Trump non avrebbe attaccato l’Iran, ma poi Trump l’ha attaccato – e Landi risponde spostando subito il terreno: “il punto non è ciò che Trump ha fatto”, bensì il presunto contesto occulto che lo avrebbe “costretto”. Quindi il fatto che smentisce la previsione non smentisce nulla: viene assorbito come prova ulteriore del piano.
La prima contraddizione enorme riguarda proprio Trump. Landi sostiene insieme che Trump non voleva la guerra, che è stato costretto alla guerra, che però ha usato la guerra per sventarne una più grande, e che in realtà ha anticipato una mossa altrui come Putin nel 2022. Quindi Trump è contemporaneamente riluttante, costretto, lucidamente preventivo e strategicamente dominante. Non c’è un criterio per distinguere quando Trump agisce davvero e quando invece recita. Il risultato è che Trump non può mai risultare responsabile: se bombarda, lo fa per evitare il peggio; se non bombarda, è perché sta aspettando; se aiuta Israele, lo fa solo “in apparenza”; se appare allineato a Netanyahu, è teatro, anzi “teatrino” (la sua parola preferita). È un esempio limpido di immunizzazione della tesi contro ogni smentita.
La seconda contraddizione investe il rapporto tra Trump, Israele e Mossad. Da un lato Landi ammette – incalzato da Toscano – che “l’apparenza politica” vede Trump e Netanyahu “a braccetto”, che il genero Kushner è vicino alla destra israeliana, e che gli Stati Uniti garantiscono a Israele sostegno militare e finanziario. Dall’altro però afferma che il Mossad vede male Kushner, che certi uomini del Mossad lo considerano quasi un doppio-giochista verso Putin, e che il vero nemico di Trump sarebbe proprio l’apparato sionista annidato nello Stato americano. Ma il passaggio decisivo manca: non porta una prova, introduce solo un livello occulto che ribalta quello manifesto. Ogni volta che i fatti mostrano vicinanza Trump-Israele, lui risponde che la vicinanza vera è un’altra, invisibile. È una fallacia da ad hoc permanente: il dato contrario non corregge la teoria, viene reinterpretato come copertura.
Il terzo snodo, forse il più sgangherato, è il presunto legame tra segmenti decisivi del potere iraniano e il Mossad. Landi dice che il ministro degli Esteri iraniano avrebbe interesse a tirare dentro la Russia perché “è collegato al Mossad”; dice che “il deep state è molto forte in Iran”; che esiste “una parte dominante dell’Iran alleata con Netanyahu”; che i militari e i politici sotto gli ayatollah sarebbero pronti a usare l’attacco israeliano per scatenare una guerra mondiale. Ma qui siamo davanti all’asserzione apodittica pura: il nesso è affermato, non dimostrato. Non c’è nessun percorso inferenziale serio, nessuna prova interna, nessun elemento che distingua un’ipotesi da un’invenzione. Quando Toscano gli oppone fatti o dichiarazioni ufficiali, Landi le rovescia dicendo che proprio quelle fonti hanno interesse a mentire perché collegate al Mossad. È un meccanismo perfetto di circolarità paranoica: una persona è legata al Mossad perché dice cose che confermano il disegno del Mossad; e sappiamo che il disegno del Mossad esiste perché quella persona dice quelle cose.
La quarta contraddizione riguarda l’Iran come soggetto storico. In un punto Landi lo tratta come un sistema penetrato, manipolato, quasi eterodiretto; in altri lo presenta come attore autonomo, mosso da una sua agenda contro il predominio sunnita e contro la presenza americana nel Golfo; in altri ancora l’Iran diventa insieme vittima di una manovra israeliana e co-produttore della manovra stessa. Addirittura, sostiene che “la rivoluzione di Khomeini nel 1979 fu fatta dagli MI6 e dal Mossad”. Qui c’è un doppio salto illegittimo: da un lato un evento storico gigantesco e complessissimo viene ridotto a regia esterna; dall’altro quel riduzionismo gli serve per legittimare ogni ulteriore analogia presente. È una forma di induzione arbitraria per analogia storica: siccome una volta un grande evento avrebbe avuto regia occulta, allora oggi qualunque conflitto medio-orientale può essere letto allo stesso modo.
Quinta falla: il ricorso costante alla formula “i fatti”, usata però in modo capovolto. Landi dice ripetutamente che “contano i fatti, non ciò che dice il mainstream”. Però quando i fatti sono sfavorevoli li scioglie immediatamente nell’interpretazione. Esempio chiarissimo: Putin non interviene, quindi per Landi questa non è una presa di distanza, ma la prova di un asse con Trump. Quando gli si obietta che Lavrov nega quell’asse, la risposta è: non conta ciò che dicono, contano i fatti; e i fatti sarebbero che Trump “non è così coglione da dare l’Europa a Putin se non è quello che vuole”. Ma qui il fatto non è un fatto: è una lettura intenzionalistica spacciata per fatto. In pratica l’intenzione presunta di Trump vale più delle dichiarazioni pubbliche, degli atti formali e dei comportamenti contrari.
Sesta contraddizione: la teoria delle sanzioni benefiche. Toscano gli fa notare che Trump ha rinnovato le sanzioni verso la Russia; Landi replica che avere sanzioni non è necessariamente negativo, perché ti costringe a uscire dal dollaro e quindi dal circuito della Fed, andando “contro Rothschild, Rockefeller, Warburg, BlackRock”. Qui siamo davanti a una classica razionalizzazione retrospettiva: una misura ostile viene reinterpretata come aiuto strategico. Toscano lo inchioda con una battuta perfetta – “per aiutare Gian Marco gli rubo il portafoglio” – che mostra il carattere elastico e non verificabile del ragionamento. Se anche l’atto ostile più palese può diventare un favore, allora non esiste più alcuna evidenza possibile contro la tesi.
Settimo punto: l’uso di analogie storiche assurde per nobilitare la costruzione. Landi paragona Trump a Giulio Cesare che lascia andare Crasso contro i Parti, così da indebolire un blocco di potere interno. Ma l’analogia non dimostra nulla. Serve a dare una patina classicheggiante e fatalistica a una tesi che resta senza prove. È una fallacia di analogia impropria: somiglianze vaghe e letterarie vengono usate come se avessero valore esplicativo.
Ottavo: la continua oscillazione tra macro-causa finanziaria e micro-causa cospirativa. In certi passaggi Landi sostiene che il vero motivo della guerra sia il tentativo di far fallire BlackRock o di cambiare i meccanismi di transazione del petrolio, perché il conflitto decisivo sarebbe finanziario. In altri però l’elemento decisivo è il Mossad che mette bombe alle basi americane, o segmenti iraniani manovrati, o un intreccio Obama-Soleimani-Hezbollah. Queste due scale esplicative non vengono mai davvero articolate: vengono semplicemente accatastate.
È una forma di sovra-determinazione arbitraria: tutto causa tutto.
Se la guerra è per BlackRock, per il petrolio, per il Mossad, per i sunniti, per la terza guerra mondiale e per il reset finanziario, in realtà non stai spiegando niente: stai sommando suggestioni. Tra l’altro, secondo Landi, Soleimani sarebbe stato eliminato perché coinvolto in giochi opachi, addirittura in una sorta di combutta indiretta con il Mossad. Questa tesi non solo non ha riscontri, ma contraddice apertamente il ruolo storico del comandante della Forza Quds: protagonista della proiezione regionale iraniana, architetto delle reti sciite in Iraq, Siria e Libano, figura centrale nel confronto con Israele e con la presenza americana nella regione, oltre che acerrimo nemico dell’ISIS. Attribuire la sua eliminazione a un doppio gioco segreto significa capovolgere il senso storico e strategico del conflitto mediorientale, trasformando un evento politico-militare drammatico e chiarissimo nelle sue motivazioni in un enigma romanzesco utile solo a sostenere una narrativa precostituita.
Nono: l’uso dei file Epstein come contenitore oracolare. Quando serve, i file Epstein provano che Trump è pulito perché le accuse sarebbero uscite solo dopo l’arresto di Epstein; quando serve, provano che uomini del Mossad vicini a Epstein detestavano Kushner; quando serve, dimostrano l’esistenza di reti occultissime. Ma il procedimento è sempre lo stesso: il riferimento ai file non è analitico, è evocativo. I file diventano una specie di deposito magico da cui far uscire ciò che serve in quel momento. Siamo davanti a una fallacia di appello a documenti non specificati come autorità assoluta.
Decimo: l’argomento per cui se la terza guerra mondiale non è scoppiata, allora Landi aveva ragione. Questo è forse il passaggio più scopertamente manipolatorio. Lui sostiene che il vero obiettivo dei suoi avversari fosse scatenare la terza guerra mondiale; poiché la terza guerra mondiale non è scoppiata, ne deduce che Trump ha vinto e che lui aveva capito tutto. Ma è un trucco logico: definisce ex post lo scenario catastrofico massimo come unico criterio di smentita. Qualunque esito inferiore diventa quindi prova del successo del piano. È un caso classico di falso dilemma unito a uno spostamento continuo dell’asticella: o c’è la guerra mondiale, o chi l’ha evitata è il vincitore nascosto.
Undicesimo: la sua tesi è costruita per rendere irrilevante ogni confutazione, perché può sempre invocare la distinzione tra apparenza e realtà, tra narrazione per il popolo e motivo vero. Lo ammette lui stesso in modo quasi didascalico quando dice che a 330 milioni di americani non si può spiegare quello che sta spiegando lui, dunque bisogna offrire una narrazione, per esempio quella che Trump vuole liberare l’Iran da un regime oppressivo, mentre il motivo vero sarebbe un altro. Questa frase è preziosa, perché svela il metodo: la menzogna pubblica viene incorporata come parte del dispositivo, e la verità resta sempre spostata un metro più in là, in una zona accessibile solo all’interprete iniziato.
Dodicesimo: l’autolegittimazione carismatica. Nel finale Landi si presenta come uno che “disturba” perché toglie false certezze, mentre gli altri avrebbero bisogno di narrazioni rassicuranti. È una tipica mossa immunitaria: se vieni criticato, non è perché dici sciocchezze, ma perché sei troppo avanti e turbi i conformisti. Quindi anche la critica diventa carburante della tua autorevolezza. Come potete vedere, non siamo nel campo dell’argomentazione, ma nel terreno irrazionale della costruzione del personaggio profetico.
In sintesi, il problema di Landi non è solo che formula ipotesi azzardate. È che adotta un modello interpretativo in cui:
- Trump non può sbagliare davvero;
- i fatti contrari vengono sempre riassorbiti;
- i legami invisibili valgono più di quelli visibili;
- le prove sono sostituite da nessi dichiarati;
- la complessità viene invocata per sottrarsi alla verifica;
- la confutazione viene trasformata in prova della propria superiorità interpretativa.
È un impianto ermetico, autosigillante e mitologico, non un’analisi geopolitica. E la cosa più grave è che riduce tragedie reali, Stati reali e milioni di vite a un teatrino metastorico di doppi giochi infiniti, dove ogni atrocità può essere assolta in nome di un presunto piano superiore. Un piano che, curiosamente, non conduce mai alla responsabilità politica concreta ma sempre a una vaga promessa di salvezza futura.
È un dispositivo psicologico ben noto, tipico delle dinamiche settarie millenariste: una costruzione narrativa che immunizza il credente dalla realtà, spostando continuamente la verifica in un futuro di redenzione che non arriva mai. I seguaci vanno imprigionati in uno stato permanente di dipendenza fondata sull’attesa adrenalinica della rivelazione finale.