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Guerra e precariato, le verità comuni di Luttwak e Poletti

Due reazionari, la cui visione del mondo è da brividi e indietro di secoli. Ma non hanno inventato nulla. Dicono quel che si fa realmente nelle nostre società. [G. Cremaschi]

Guerra e precariato, le verità comuni di Luttwak e Poletti

Redazione

4 Dicembre 2015 - 06.12


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di Giorgio Cremaschi.

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Chissà perché in questi giorni ho finito per associare Edward Luttwak
a Giuliano Poletti. Sono due persone diversissime per storia cultura ed
esperienze, l”uno intellettuale militante dell”imperialismo Usa,
l”altro burocrate un poco rozzo del pentitismo comunista. Sono persone
normalmente lontanissime eppure le loro uscite di questi giorni sui
media italiani me li hanno fatti sembrare assai vicini. 

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Il primo a La7
ha rivendicato con orgoglio il sostegno degli Stati Uniti ai talebani e a
ciò che ne è seguito. È stato un buon affare comunque, ha detto, perché
in Afghanistan è crollata l”Unione sovietica e così l”Occidente ha
visto sconfitto il suo principale nemico.

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Il secondo ha dichiarato “inutili” le lauree
con alti voti, magari conseguite in ritardo, e poi ha rivendicato la
necessità di superare il concetto stesso di orario di lavoro,
sostituendolo con la retribuzione a prestazione. 

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Io trovo che entrambi
abbiano brutalmente descritto la verità

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Per Luttwak la guerra si fa per
conquistare potere e chi la vince, qualsiasi mezzo usi, ha sempre
ragione. Non troveremo in lui le ributtanti ipocrisie sulle guerre
umanitarie e democratiche. Le guerre servono a tutelare precisi
interessi e per questo devono essere astute e spietate. Le guerre di Luttwak
sono quelle del capitalismo liberista e globalizzato di oggi, quello
santificato da George Bush padre, allorché dichiarò: il nostro sistema
di vita non è negoziabile e verrà difeso in tutti i modi.

Giuliano
Poletti deve esercitare qualche ipocrisia in più, vista la professione,
ma alla fine non scarseggia in brutalità. Il suo attacco al 110 e lode
corrisponde ad un mercato del lavoro nel quale i giovani laureati vanno a
fare le polpette ai McDonald, naturalmente nascondendo il titolo di
studio altrimenti non verrebbero assunti. A che serve studiare tanto se i
lavori che vengono offerti non corrispondono minimamente alla cultura
acquisita? Poco tempo fa ho conosciuto un ricercatore universitario che,
stufo di fare la fame, aveva rilevato la bancarella del padre ai
mercatini. Poletti sta semplicemente cercando di adeguare le aspettative
scolastiche alla realtà del mercato del lavoro. Nel quale serve
soprattutto una piccola istruzione di base adatta alla nostra società
mediatica e consumista. Solo ad una élite rigidamente selezionata, quasi
sempre su basi censitarie, sarà consentito di lavorare esercitando le
competenze apprese in lunghi studi. Per la maggioranza dei giovani
studiare troppo è tempo buttato
.

Come aveva lamentato Berlusconi,
non può essere che anche l”operaio voglia il figlio dottore. Le
controriforme della scuola di Gelmini e Renzi hanno cominciato ad
adeguare, con i tagli, il sistema formativo al mercato del lavoro
fondato su precariato e disoccupazione di massa. Meglio studiare meno e
prepararsi ai lavoretti precari che verranno offerti, piuttosto che
accumulare rabbia per una laurea non riconosciuta da nessuno. Anche sull”orario di lavoro Poletti
ha in fondo detto la verità. La globalizzazione finanziaria, l”euro, le
politiche di austerità hanno progressivamente distrutto le secolari
conquiste del mondo del lavoro. Che per avere un orario definito per la
propria prestazione e ridotto a dimensioni umane e legato ad una
retribuzione dignitosa, ha speso 150 anni di lotte e miriadi di vittime.
Oggi tutto è in discussione e non perché il lavoro non abbia più
bisogno delle tutele conquistate, ma perché il capitale ha trovato la
forza di distruggerle
. Consiglierei a Poletti la lettura di Furore
di John Steinbeck. È la storia di una famiglia che, durante la crisi
degli anni ”30 negli Usa, è costretta a migrare e a trovare lavoro a
cottimo. E arrivano in una azienda ove si raccolgono le cassette di
arance a cinque centesimi l”una, senza orario di lavoro e se non va bene
via.

Il “New deal” keynesiano di Roosevelt si rivolse anche
contro quel sistema di sfruttamento, che oggi non a caso viene invece
riproposto nell”Europa in cui, con l”austerità, trionfa il liberismo e
si distruggono lo stato sociale e i diritti del lavoro. 

Luttwak e
Poletti sono dei reazionari
, la loro visione del mondo fa venire i
brividi e fa tornare indietro di secoli, ma non hanno inventato nulla.
Ciò che dicono corrisponde a ciò che si fa realmente nelle nostre
società malate. Quindi più che per le loro parole conviene mostrare
scandalo per la realtà che cinicamente descrivono e difendono
. E
soprattutto conviene, quella realtà, provare a cambiarla.

 
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