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A Pechino la firma per il secolo eurasiatico

'Uno spettro su Washington: il miraggio di un’alleanza russo-cinese fatta di scambi e commerci in simbiosi per tutta l''Eurasia – a spese degli USA [Pepe Escobar]'

A Pechino la firma per il secolo eurasiatico
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21 Maggio 2014 - 16.21


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di Pepe Escobar.

Uno spettro sta perseguitando Washington, un insopportabile miraggio di un’alleanza russo-cinese combinata ad un’ampia simbiosi di scambi e commerci per tutta la regione eurasiatica – a spese degli Stati Uniti.

Non c’è da stupirsi che l’ansia stia montando. L’alleanza è già un dato di fatto: attraverso la crescita del gruppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), presso l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, il contrappeso asiatico alla NATO, all’interno del G20 e delle 120 nazioni del Movimento dei Non Allineati.

Gli scambi commerciali sono solo una parte dell’affare futuro. Sinergie nello sviluppo di nuove tecnologie militari si profilano all’orizzonte. Dopo che l’ultrasofisticato e sistema di difesa antimissilistico russo S-500, in stile Guerre Stellari, sarà disponibile nel 2018, sicuramente Pechino ne vorrà una versione e nel frattempo Pechino e Mosca stanno per siglare un accordo di partnership avio-industriale per la vendita di dozzine di jet da combattimento Sukhoi Su-35 all’esercito cinese.

Questa settimana potrebbe fornire i primi veri fuochi d’artificio per la celebrazione di un nuovo Secolo Eurasiatico quando il presidente Putin visiterà il presidente Xi Jinping a Pechino.

Ricordatevi del Pipelinestan, tutti quegli oleodotti e gasdotti fondamentali che zigzagano per l’Eurasia e creano la vera spina dorsale per la vita della regione. Ora pare che l’accordo definitivo del Pipelinestan, del valore di un trilione e in via di definizione da una decina d’anni, sarà firmato allo stesso modo e prevederà che la Gazprom, gigante russo dell’energia controllato statalmente, fornirà all’altro gigante controllato statalmente China National Petroleum Corporation 106 milioni di metri cubi di gas naturale al giorno per non meno di 30 anni, a cominciare dal 2018: l’equivalente di un quarto delle esportazioni russe di gas naturale verso l’Europa. La domanda di gas naturale della Cina attualmente è di circa 450 milioni di metri cubi al giorno, il 31,6% dei quali viene importato.

La Gazprom continuerebbe a ottenere la maggior parte dei suoi profitti dall’Europa, ma l’Asia potrebbe diventare il suo Everest. L’azienda sfrutterebbe questo mega-accordo per spingere gli investimenti nella Siberia dell’Est e tutta la regione verrebbe strutturata come un distributore di gas privilegiato anche per Corea del Sud e Giappone. Se vi chiedete il perché nessuna nazione in Asia abbia dimostrato interesse nell’”isolare” la Russia nel mezzo della crisi Ucraina – a sprezzo dell’amministrazione Obama – guardate non oltre il Pipelinestan.


ESCE IL PETROLDOLLARO, ENTRA IL GAS-O-YUAN

Parlando di preoccupazione a Washington, c’è da considerare il destino del petroldollaro, ovvero la possibilità “termonucleare” che Mosca e Pechino decidano che il pagamento dell’accordo Gazprom-CNPC avvenga in Yuan e non in petroldollari.

È difficile immaginare una più forte scossa di terremoto, con il Pipelinestan che si interseca con una crescente partnership energetica russo-cinese; di pari passo con essa c’è la possibilità futura di una spinta, sempre per mano di Russia e Cina, verso una nuova valuta di riserva internazionale – attualmente un paniere di valute – che spodesti il dollaro (almeno nei sogni ottimistici dei BRICS).

Appena dopo il summit russo-cinese che potrebbe sovvertire i giochi avverrà un meeting dei BRICS in Brasile in Luglio, quando una banca dello sviluppo dei BRICS da 100 miliardi di dollari, annunciata nel 2012, verrà inaugurata ufficialmente come potenziale alternativa al FMI e alla Banca Mondiale come fonte di finanziamento per i progetti nei paesi in via di sviluppo.

Una maggior cooperazione BRICS nell’ottica di bypassare il dollaro si riflette nel “gas-o-yuan”, ovvero nel gas naturale comprato e pagato in valuta cinese. La Gazprom sta persino considerando di mettere sul mercato bond in yuan come parte del finanziamento per il suo piano di espansione. Bond supportati dallo yuan vengono già scambiati ad Hong Kong, Singapore, Londra e più recentemente a Francoforte.

Nulla sarebbe più d’impatto per questo novo accordo nel Pipelinestan dell’essere stabilito in yuan: Pechino pagherebbe la Gazprom con quella valuta (convertibile in rubli), di cui l’impresa farebbe incetta e a quel punto la Russia comprerebbe beni e servizi made in Cina in yuan convertibili in rubli.

È risaputo che le banche ad Hong Kong, dalla Standard Chartered alla HSBC – come altre connesse alla Cina da accordi commerciali – stanno diversificando verso lo yuan, ciò implica che esso potrebbe diventare de facto una valuta di riserva internazionale ancor prima di essere pienamente convertibile (Pechino sta lavorando non ufficialmente ad una convertibilità piena dello yuan entro il 2018).

L’accordo sul gas Russia-Cina è inestricabilmente connesso alle relazioni energetiche tra UE e Russia. Dopotutto, la maggior parte del PIL Russo viene dalla vendita di petrolio e gas, così come la maggior parte del suo vantaggio nella crisi ucraina. La Germania dipende dalla Russia nel 30% delle sue forniture di gas naturale. Gli imperativi geopolitici di Washington – fomentati dall’isteria polacca – hanno fatto pressioni su Bruxelles per trovare “punizioni” per Mosca nella futura sfera energetica (mettendo a repentaglio le relazioni energetiche odierne).

C’è un fermento notevole a Bruxelles in questi giorni circa la possibile cancellazione del condotto South Stream da 16 miliardi di Euro (22 miliardi di dollari), la cui costruzione dovrebbe iniziare in Giugno. A pieno regime dovrebbe pompare molto più gas naturale russo verso l’Europa- in questo caso, passando sotto il Mar Nero (evitando l’Ucraina) verso Bulgaria, Ungheria, Slovenia, Serbia, Croazia, Grecia, Italia ed Austria.

Bulgaria, Ungheria e Repubblica Ceca hanno già reso noto che si oppongono fermamente alla cancellazione ed essa pare un’ipotesi da scartare, dopotutto, l’unica alternativa ovvia sarebbe il gas del mar Caspio dall’Azerbaigian e ciò pare difficile avvenga a meno che l’UE non sviluppi progetti propri.

In ogni caso, l’Azerbaigian non ha abbastanza capacità per fornire i livelli di gas naturale necessari e altri attori come il Kazakistan, devastato da problemi infrastrutturali, o inaffidabili come il Turkmenistan, che preferisce vendere il proprio gas ai cinesi, sono già fuori dai giochi. Non bisogna dimenticare che South Stream, insieme ad alcuni progetti energetici secondari, creerà molti posti di lavoro ed attirerà investimenti in molti dei paesi europei più in difficoltà.

Nondimeno, queste minacce europee, per quanto non realistiche, accelerano soltanto la simbiosi della Russia con il mercato asiatico. Per Pechino in particolare è una situazione di win-win. Tra le forniture di energia costanti e controllate dalla marina degli Stati Uniti e sicure condotte sotterranee sotto la Siberia non c’è partita.


SCEGLI LA TUA VIA DELLA SETA

Ovviamente il dollaro resterà la valuta di riserva maggiore, coinvolgendo il 33% degli scambi internazionali alla fine del 2013, secondo l’FMI, benché fosse al 55% nel 2000. Nessuno è a conoscenza della percentuale in yuan (e Pechino non ne parla), ma il FMI fa notare che le riserve in “altre valute” dei mercati emergenti sono cresciute del 400% dal 2003.

La Federal Reserve sta opinabilmente monetizzando il 70% del debito del governo USA nel tentativo di contenere il tasso di interesse dall’andare alle stelle. Il consigliere del Pentagono Jim Rickards, come ogni banchiere di stanza ad Hong Kong, tende a credere che la FED sia al collasso (anche se non lo diranno nei loro dati). Nessuno può lontanamente immaginare l’entità del possibile futuro tracollo che il dollaro potrebbe subire travolto da 1,4 quadrilioni di dollari di derivati finanziari.

Non pensate che questa sia la campana a morto del capitalismo occidentale, è solo la caduta di quella fede economica imperante, il neoliberalismo, che è ancora l’ideologia ufficiale degli USA, della maggior parte dell’UE e di parte dell’Asia e del Sud America.

Per quanto riguarda quel che potrebbe essere definito il “neoliberismo autoritario” del Paese di Mezzo, cosa non ci piace di esso al momento? La Cina ha dimostrato che c’è un’alternativa provata result-oriented al modello capitalistico “democratico” occidentale per le nazioni che vogliono avere successo. Sta costruendo non una, ma innumerevoli Vie della Seta, che raggiungono reti di ferrovie ultraveloci, autostrade, condotti, porti e reti di fibre ottiche sparse per tutta l’Eurasia. Queste includono una via del Sud-est asiatico, una dell’Asia centrale, un’”autostrada marittima” nell’Oceano Indiano e persino una ferrovia ad alta velocità attraverso Iran e Turchia fino a raggiungere la Germania.

In Aprile, quando il presidente Xi Jinping ha visitato la città tedesca di Duisburg, con il porto interno più grande del mondo proprio nel cuore della regione industriale della Ruhr, ha fatto un’ardita proposta economica: una nuova “via della Seta economica” da costruire tra la Cina e l’Europa, sulla base della ferrovia Chongqing-Xinjiang-Europa, che già si stende dalla Cina al Kazakistan, per continuare attraverso Russia, Bielorussia, Polonia ed infine Germania. Sarebbero 15 giorni di treno, 20 meno di quelli impiegati dalle navi cargo che partono dai porti della Cina orientale. Questa rappresenterebbe il terremoto geopolitico definitivo per quanto riguarda la crescita economica integrata nell’Eurasia.

Tenete a mente che, a meno che non scoppi una bolla, la Cina sta per diventare – e restare – la prima potenza economica globale, una posizione di cui ha goduto per 18 dei passati 20 secoli. Ma non ditelo agli agiografi di Londra, quelli credo ancora che l’egemonia degli Stati Uniti durerà, più o meno, per sempre.


MI STO FACENDO PIVOTING DA SOLO

Nessun “pivoting” dell’amministrazione Obama verso l’Asia per contenere la Cina (e minacciarla con il controllo della marina statunitense alle vie marittime su cui si trasporta energia ) la farà desistere  dalla sua strategia ispirata a Deng Xiaoping, autodefinita “sviluppo pacifico”, verso l’essere una centrale globale di commercio. Neppure l’avanzamento delle truppe statunitensi e della NATO nell’Europa dell’Est o altre dimostrazioni di guerra fredda distoglieranno Mosca dal cercare equilibrio: assicurarsi che la propria sfera di influenza in Ucraina si mantenga forte senza compromettere i legami commerciali e politici con l’UE – soprattutto con un partner strategico come la Germania. Questo è il santo graal della Russia: una zona commerciale franca da Lisbona a Vladivostock, che (non a caso) è lo specchio del sogno cinese di una nuova via della seta verso la Germania.

Sempre più diffidente nei confronti di Washington, la Germania aborre l’idea di un’Europa coinvolta in questa guerra fredda 2.0. I leader teutonici hanno affari ben più importanti, tra cui tentare di stabilizzare una debole UE e al contempo scongiurare il collasso economico degli stati del Centro-Sud Europa e l’avanzare dei partiti di estrema destra.

Dall’altra parte del’’Atlantico il presidente Obama e i suoi alti ufficiali mostrano tutti i segni dell’essere invischiati nel loro stesso “pivoting” – in Iran, in Cina, ai confini russi e (fuori dai radar) in Africa. L’ironia di tutte queste manovre principalmente militari è che in effetti esse avvantaggiano Mosca, Teheran e Pechino nel rafforzare le proprie posizioni in Eurasia e non solo, come dimostrato in Siria, o a stringere ancora più importanti rapporti energetici. Stanno inoltre aiutando a cementare la crescente partnership strategica tra Cina e Iran: l’inarrestabile propaganda del ministero della verità fuori da Washington circa quesi sviluppi sta accuratamente ignorando il fatto che, senza Mosca, l’”occidente” non si sarebbe mai seduto a negoziare un accordo nucleare con l’Iran e non avrebbe mai ottenuto un accordo sul disarmo chimico con Damasco.

Quando le dispute tra Cina e i suoi confinanti nel mar Cinese del Sud e tra Cina e Giappone per le isoleSenkaku/Diaoyou incontrano la crisi in Ucraina, la conclusione inevitabile è che sia la Russia sia la Cina considerano le terre e acque attorno a loro proprietà privata e non prenderanno con calma alcuna provocazione – che sia rappresentata dall’espansione della NATO, dall’accerchiamento dell’esercito statunitense, o dallo scudo missilistico. Né Pechino né Mosca sono vincolate al solito schema di espansione imperialista, nonostante la versione degli eventi propinata al pubblico occidentale. Le loro “linee rosse” restano essenzialmente di natura difensiva, non importa che esse a volte vadano messe in sicurezza alzando la voce.

Qualsiasi cosa Washington voglia o tema o cerchi di evitare, le carte in tavola fanno intuire che, negli anni a seguire, Pechino, Mosca e Teheran stringeranno sempre più i rapporti, creando sicuramente e con calma un nuovo asse geopolitico in Eurasia, mentre gli scombussolati Stati Uniti sembrano essere complici della dissoluzione del loro stesso ordine mondiale unipolare, offrendo ai BRICS una genuina finestra di opportunità per provare a cambiare le regole del gioco.


RUSSIA E CINA IN MODALITA’ PIVOT

Nella terra dei think tank di Washington si tengono stretta  la convinzione che l’amministrazione Obama dovrebbe essere concentrata a rimettere in piedi una guerra fredda attraverso nuove politiche di contenimento per “limitare lo sviluppo della Russia come potenza egemonica”. La ricetta: armare tutti i vicini dalle repubbliche Baltiche all’Azerbaigian per “contenerla”. La guerra fredda 2.0 è cominciata perchè, dal punto di vista delle elite i Washington, la prima non è mai veramente finita.

Benchè la maggioranza negli Stati Uniti possa opporsi all’emergere di un mondo multipolare, gli eventi economici puntano regolarmente in quella direzione. La domanda resta: il declino dell’egemone sarà lentoe dignitoso, o tutto il mondo sarà trascinato a fondo con esso in quella che viene chiamata “la scelta di Sansone”?

Mentre assistiamo allo spettacolo, senza vederne la fine, teniamo a mente che una nuova forza sta sorgendo in Eurasia, con l’alleanza strategica russo-cinese che minaccia di dominare il suo Heartland insieme a grandi diramazioni di esso. Questo è un terribile incubo di proporzioni Mackinderiche (dal geopolitico Halford Mackinder, NdT) dal punto di vista di Washington. Pensiamo, ad esempio, a come la penserebbe Zbigniew Brzezinski, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, ora mentore di politica mondiale del presidente Obama.

Nel suo libro del 1997 La grande scacchiera, Brzezinski sostiene che “la lotta per il primato globale continua ad essere giocata” sulla “scacchiera” eurasiatica, di cui “l’Ucraina è un perno geopolitico”. “Se Mosca riacquistasse il controllo sull’Ucraina, automaticamente recupererebbe i mezzi per diventare un potente stato imperialista, dividendosi tra Asia ed Europa”.

Tutto ciò è quanto rimane di razionale dietro la politica di contenimento statunitense – dai confini russo-europei al mar Cinese del Sud. Ora, senza che ci sia un finale di partita alla nostra vista, teniamo d’occhio la Russia che fa pivoting in Asia, la Cina che fa pivoting in tutto il mondo nonché i BRICS che lavorano sodo per supportare il nuovo secolo eurasiatico.


Tratto da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=13395.

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FA RANCO.

Svariate correzioni della traduzione sono presenti lungo la presente versione ripresa da Megachip.




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