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'Strage di Gaza: geopolitica dell''indifferenza'

'Sia chi bombarda sia chi è bombardato pare privo di una strategia, di alleanze, né si vedono più mediatori. Chi riempirà il vuoto? L''ISIS, o la diplomazia russa?'

'Strage di Gaza: geopolitica dell''indifferenza'
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12 Luglio 2014 - 15.22


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di Adolfo Marino.

A Gaza
continua il massacro dei palestinesi. Le vittime hanno abbondantemente superato il
centinaio: intere famiglie con donne e bambini (quasi che gli uomini
invece meritassero la morte) distrutte dai bombardamenti criminali
dell’esercito israeliano.

I razzi di Hamas, intercettati
dallo scudo antimissile di Israele, procurano – è comprensibile –
qualche grattacapo alla popolazione, con pochi trascurabili danni.

Nonostante il fiume di sangue versato sembra tuttavia che israeliani e
palestinesi siano al momento privi di una strategia precisa: più di un
analista internazionale ha notato che l’impressione di fondo è quella di
un test – condotto sulla pelle dei cittadini (palestinesi per lo più) –
delle rispettive potenze di fuoco e delle possibili intenzioni di una
parte e dell’altra.

Per la prima volta, del resto, il confronto
tra palestinesi e israeliani avviene in assenza di tentativi di
mediazione
e di paletti posti da parte di altri Paesi. E’ circondato
anzi dal silenzio, se non dal disinteresse, dei principali attori
internazionali
.

Un altro dato che emerge è la debolezza
politica di Hamas
, creatura dei Fratelli Musulmani adesso al loro minimo
storico nell’Egitto di Al Sisi. Il nuovo presidente egiziano è arrivato
a chiudere le frontiere ai palestinesi che fuggono dalla guerra, anche
alle numerose coppie miste con passaporto egiziano. Ha lasciato passare
solo i feriti più gravi, per garantire loro le cure in ospedale. E
inviato a Gaza mezza tonnellata di aiuti umanitari.

Un
ulteriore indebolimento di Hamas avrebbe senz’altro conseguenze
catastrofiche sugli equilibri nella striscia di Gaza e in Cisgiordania,
lasciando campo libero agli estremismi. In primis alle derive jihadiste
dell’ISIS, che si è impadronito di una parte dell’Iraq e della Siria,
rilanciando l”antico miraggio del califfato.

Difficile in una
situazione del genere immaginare un eventuale mediatore. Di certo non
Tony Blair
, benché sia dal 2007 inviato speciale delle Nazioni Unite per
il Medio Oriente, ormai privo dell’autorevolezza e della lucidità
necessarie come confermato, se ce ne fosse bisogno, dalle sue ultime
esternazioni.

Candidato papabile per la mediazione potrebbe
essere Vladimir Putin, che ha senz”altro udienza con Netanyahu così come
con il principale concorrente interno di Netanyahu, il ministro degli
esteri israeliano Avigdor Lieberman. Prorio il “sovietico” Lieberman, nato a
Chisinau nel 1958, quando la Moldova faceva ancora parte dell’URSS.

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