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'L''esercito di Kiev verso la sconfitta?'

Uno Stato in bancarotta, sempre più dipendente dagli aiuti internazionali, un crescente rifiuto della campagna di coscrizione, la sfiducia prima della disfatta.

'L''esercito di Kiev verso la sconfitta?'
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3 Febbraio 2015 - 06.00


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di Daniele Trovato.


La tregua tra l’esercito di Kiev e i separatisti del Donbass,
iniziata formalmente nel settembre 2014 a seguito della controffensiva
di agosto da parte dei ribelli, è ufficialmente terminata in questo mese
di gennaio 2015. Nell’est dell’Ucraina si combatte ormai da oltre 250
giorni; i 90 giorni di tregua avevano cristallizzato le posizioni, ma
non gli scambi di colpi di artiglieria. Da due settimane le truppe si
muovono di nuovo con evoluzioni decisive dello scenario militare.


L’aeroporto internazionale Prokofiev di Donetsk
, uno scalo moderno costruito per gli Europei del 2012 e ormai ridotto a
un mucchio di macerie (nella foto in calce prima e dopo la guerra),
diventato il luogo simbolico della guerra e il centro di una battaglia
quasi di trincea andata avanti per mesi, è stato alla fine riconquistato
dai ribelli filorussi.


I ribelli hanno inoltre lanciato un’offensiva su Mariupol; il
porto sul Mar Nero rappresenta un obbiettivo di rilevanza strategica
visto che la striscia di costa di cui Mariupol è il centro maggiore
potrebbe in futuro ristabilire la continuità territoriale tra la Crimea e
la madre Russia attraverso le Repubbliche amiche e filorusse del
Donbass. Mariupol ha anche un valore simbolico in quanto la città era
già insorta contro Kiev il 9 maggio 2014, quando le immagini dei civili giustiziati in strada
dalle truppe inviate dal governo golpista di Yatseniuk, mai mostrate
dai media occidentali, avevano agghiacciato il mondo russofono.


La città di Debalstevo, considerata una roccaforte
dell’esercito ucraino lungo il fronte di guerra, è oggi accerchiata dai
ribelli filorussi e non più sotto il pieno controllo dell’esercito di
Kiev. Colpi di artiglieria hanno colpito la scorsa settimana il centro
abitato causando diverse vittime civili, l’esercito e i ribelli si sono
reciprocamente accusati della responsabilità della nuova strage. Oggi i
civili sono stati in parte evacuati mentre informazioni non confermate,
ma rilanciate anche da alcuni osservatori occidentali, parlano di
migliaia di soldati ucraini intrappolati, molti dei quali sarebbero già
stati costretti alla resa.


Le difficoltà dell’esercito ucraino, secondo la propaganda ufficiale
di Kiev, sono dovute al coinvolgimento diretto (e mai provato) di truppe
meccanizzate regolari russe nel Donbass. Questa versione ufficiale del
Governo è stata però smentita la scorsa settimana dal Capo di Stato
Maggiore delle forze armate ucraine Victor Muzenko, il
quale ha confermato la presenza di volontari russi irregolari, ma non
quella delle truppe di Mosca. Muzenko di fatto ha avvalorato la versione
di Putin, si direbbe non per un improvviso slancio di sincerità ma più
probabilmente per lanciare un messaggio polemico al proprio governo
sull’insensatezza di questa guerra e le scarse probabilità per gli
ucraini di uscirne vincitori. Messaggi altrettanto disfattisti sembrano
arrivare anche dai vertici dei neonazisti del battaglione Azov i quali,
in aperta polemica con Poroshenko, hanno dichiarato che
le forze ucraine sono sul punto di capitolare. Gli ultranazionalisti,
di cui il suo governo si è ampiamente servito, lo giudicano ora un
leader debole, principale responsabile della possibile disfatta,
inscenano manifestazioni sotto i ministeri e lo spettro di un secondo
golpe, più oltranzista del primo, rappresenta un’ipotesi reale in caso
di sconfitta. Infine Poroshenko è costretto a fare i conti anche con le
crescenti proteste dei cittadini contro la campagna di coscrizione e la
sfiducia degli ucraini verso uno Stato in bancarotta e sempre più
dipendente dagli aiuti internazionali.

 

Sul fronte separatista la propaganda parla di una nuova campagna di
reclutamento per portare gli effettivi fino a 100000 uomini (dagli
attuali 45000), cifra probabilmente esagerata considerando la demografia
del Donbass e che difficilmente  potrebbe essere raggiunta senza
l’arrivo di ingenti guarnigioni, regolari o meno, dalla Russia.
Anche per i ribelli i problemi non mancano: primo fra tutti la
devastazione e la crisi umanitaria, l’assenza di viveri, elettricità e
medicinali nelle principali città dell’est, ridotte allo stremo e
sostenute principalmente dagli aiuti provenienti da Mosca.


Obama sta valutando l’invio di altre armi a Kiev, l’inasprimento
dell’embargo (il provvedimento è già stato avallato il mese scorso dal
Congresso) e ha già spostato 200 paracadutisti da Aviano e Vicenza in
Ucraina in missione di addestramento. I paracadutisti americani
troveranno lì i loro connazionali dell’Academi, ex-Blackwater: mercenari
statunitensi già attivi in Iraq e impegnati operativamente in Ucraina
dall’inizio del conflitto (e immortalati per errore in questo video la scorsa settimana, in cui alla richiesta dell’intervistatrice il militare ucraino risponde in inglese madrelingua).



In Ucraina, dalla ripresa delle ostilità, il numero di morti si
aggira sui 25 al giorno, uno ogni ora, e la nuova tappa dei negoziati di
Minsk per ristabilire la tregua mettendo al tavolo ucraini, separatisti
e l’OSCE, è saltata la scorsa settimana. I ribelli si
rifiutano di interrompere per primi i combattimenti finché Kiev non avrà
fermato gli incessanti bombardamenti verso i centri abitati delle
Repubbliche Popolari. I filorussi vogliono evitare quanto successo già
in settembre, quando la tregua aveva concesso respiro a Kiev durante una
fase militarmente avversa.


L’inverno russo ha condotto alla disfatta ben altri eserciti nel
corso della storia: l’impressione è che prima a Kiev se ne renderanno
finalmente conto, meglio sarà per tutti.


Twitter: @aramcheck76

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