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Trump è la fine del ‘900 non dell'Impero americano

Le élite USA han scelto di porre Trump alla guida pro-tempore dell’Impero non perché il sistema sia impazzito, ma perché è sembrato il candidato più adatto [S. Santini]

Trump è la fine del ‘900 non dell'Impero americano
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11 Novembre 2016 - 17.43


ATF

di Simone
Santini
.

La
fine del ‘900

Tra la sequela di sciocchezze proferite nella
notte elettorale americana dai commentatori italiani, specchio provinciale ma
non deformato del cretinismo dell’intellighenzia globalizzata, una sola frase
mi ha colpito: con il 9 novembre 2016 è definitivamente finito il ‘900. In
realtà il ‘900 finiva il 9 novembre del 1989, ma ne abbiamo preso atto solo
ventisette anni dopo.

Lo
spirito dell’Impero

Gli Stati Uniti sono una nazione-impero.
Nascono con la missione spirituale di
realizzare tale obiettivo messianico e le élite che li governano
ininterrottamente da secoli sono votate al compimento di questo “destino
manifesto”.

I
tre passi dell’Impero

Il primo passo fu la creazione della Nazione
che i Padri fondatori fecondarono sull’ideale della Nuova Gerusalemme: per
questo con una rivoluzione si staccarono dalla Madrepatria e poi combatterono una
sanguinosa guerra civile tra i confederati che pensavano che l’Impero dovesse
essere solo il Nuovo Mondo (con una economia terriera basata sul latifondo) e i
federalisti che l’Impero dovesse essere Tutto il Mondo (con una economia
capitalistica produttivista ed espansiva).

Il secondo passo fu una conseguenza naturale.
Gli Stati Uniti combatterono due guerre mondiali e così conquistarono
l’Occidente. Il necessario consolidamento dell’Impero occidentale avvenne
durante la successiva guerra fredda. Già negli anni ’70 la presidenza Nixon
inaugurò quella che oggi conosciamo come “globalizzazione” (decretando che la
moneta americana, il dollaro, dovesse essere la valuta di tutti i popoli) e
negli anni ’90 avevamo creduto che la globalizzazione fosse la “fine della
storia”. In realtà era una fase di transizione e di cerniera propedeutica alla conquista
finale.

Nel terzo passo, a partire dalla caduta del
Muro, siamo immersi fino al collo. Esso mira, ora sì, alla fine della Storia.
La creazione di un Impero globale che porti l’Isola nordamericana al controllo
del blocco eurasiatico, il Cuore della Terra. Detto in termini più prosaici, al
controllo della Cina e della Russia.

L’Impero
non è in crisi

Se si osserva una cartina politica del 1989 e
la si confronta con una odierna, prendendo atto della progressione imperiale
che in questi venticinque anni è dilagata nel mondo, ci si potrà rendere conto,
con freddezza, della strategia concatenata di conquista politica, economica,
militare compiuta dagli Stati Uniti.

Nel ‘90-’91, con la Guerra del Golfo,
occupano militarmente la penisola arabica. Nel frattempo, e fino a nostri
giorni, allargano la sfera d’influenza nell’Europa orientale, arrivando ad
insediarsi stabilmente con la Nato, o strutture da essa dipendenti, ai confini
della Russia, un arco che va dai Paesi Baltici all’Ucraina occidentale (con
esclusione, per ora, della sola Crimea e della Novorussia) fino alla Georgia.
Nei Balcani, nel corso degli anni ’90, occupano militarmente gli snodi
fondamentali dei corridoi commerciali ed energetici, in Bosnia e Kosovo. Dopo
l’11 settembre 2001 occupano militarmente Afganistan e Iraq e, benché non
consolidino in assoluto tale posizione, impediscono alla Cina di inserirsi
nelle rotte strategiche tra India e Pakistan e Asia Centrale e creano de facto un fondamentale avamposto “usraeliano” nel Kurdistan
iracheno, allargabile alla Siria e in futuro all’Iran. Con le primavere arabe
fanno saltare in aria la Libia e sprofondano nel caos la Siria.

Molti ricorderanno la ormai celebre lista
degli stati nel mirino rivelata dal generale Wesley Clark nel post 11
settembre. La tabella di marcia è in ritardo rispetto alle previsioni di allora
ma gli obiettivi sono stati ormai quasi tutti raggiunti. Manca solo il più
importante. L’Iran.

Se si osserva la realtà con gli occhi della
storia, e non con quelli della cronaca, non si può che ammettere che l’Impero
non è in crisi, bensì in piena offensiva.

Si potrà obiettare che in questa brevissima
disamina non si è tenuto conto di altre importanti aree geografiche, come
America Latina o Africa, su cui l’Impero, mentre procedeva verso Oriente,
sembra aver perso almeno in parte il controllo. Anche qui, però, l’invito è a
guardare la realtà con gli occhi della storia e non della cronaca. Cosa sarà
rimasto in America Latina del bolivarismo chavista tra dieci o venti anni? E il
futuro dell’Africa, di nazioni come Nigeria, Kenya, Sudafrica, sarà in seno
alla Cina o piuttosto del Commonwealth britannico che risorge dalle ceneri
della Brexit?  

Cos’è
allora questa crisi?

L’Occidente è in crisi. L’Occidente ha la
peste e infetta il resto del mondo. È crisi politica, dei valori e dei principi
delle cosiddette democrazie liberali. È crisi economica, del modello
capitalistico-finanziario che ha raggiunto i suoi limiti ed ha cominciato a
mangiare se stesso per non collassare. È crisi demografico-ambientale, che minaccia
l’esistenza stessa dell’umanità.

Storicamente, l’Impero si è finora
identificato con il modello di nazioni liberal-democratiche e capitaliste.
Tendiamo quindi a sovrapporre queste crisi a quella dell’Impero. Ma non è
necessariamente così. I valori liberal-democratici, il capitalismo finanziario,
le crisi ambientali sono strumenti di conquista usati dall’Impero, determinano
cicli di caos distruttivo su cui rigenerare nuove forme di dominio. Ma gli
strumenti del dominio non sono il dominio stesso, sono sue modalità funzionali.

Stiamo già osservando che quando il dominio
sarà stato definitivamente stabilito, non necessariamente il modello politico e
socio-economico ideale sarà liberal-democratico, quanto, piuttosto,
oligarchico, gerarchizzato, piramidale.

Il dominio imperiale globale non ha
necessariamente bisogno di nazioni liberal-democratiche, non ha bisogno del
capitalismo finanziario, non ha bisogno di un ambiente sano a misura d’uomo. L’Impero
potrà esistere, ed esisterà, anche senza di essi.

Trump

Le élite americane hanno scelto di porre
Donald Trump alla guida pro-tempore dell’Impero non perché il sistema sia
impazzito, ma perché è sembrato essere il candidato più adatto per questo tempo.
Come lo sono stati Reagan, Clinton o lo stesso Obama. Tutti presidenti
formidabili per il loro tempo, dal punto di vista dell’Impero.

A Trump, o meglio alla sua Amministrazione, saranno
affidati questi compiti.

Ripristinare e proteggere l’economia interna ricostruendo
le sue basi fondamentali. Stati Uniti di nuovo come motore produttivo,
manifatturiero, con piena occupazione. Fine delle delocalizzazioni selvagge.

Distensione con la Russia ma senza cedere
nulla di quanto conquistato finora. Congelamento dello status quo, fine delle
aggressioni, reciproco rispetto formale e collaborazione laddove gli interessi
fossero convergenti.

Massima competizione commerciale ed economica
con la Cina ma senza spingere al momento sull’acceleratore del confronto
militare. Massimo sostegno alla cintura di contenimento anti-cinese sul
Pacifico, dalla Corea del Sud al Giappone, dalle Filippine al Vietnam, dalla
Thailandia al Myanmar. La Cina, per ora, non va affrontata ma accerchiata e
colpita ai fianchi. Sul medio periodo si dovrà alzare sempre più l’asticella
della competizione globale e porre Pechino davanti ad una scelta strategica:
accettare la supremazia americana in cambio di una parziale condivisione dei
dividendi dell’Impero oppure il confronto militare, sempre più aggressivo.

Concentrarsi nell’immediato sullo scacchiere
mediorientale, lo scenario più urgente. Fine della sponsorizzazione del
jihadismo sunnita, che ha esaurito in quell’area la sua funzione, e spinta
verso la democratizzazione delle petromonarchie del Golfo, a partire
dall’Arabia Saudita. Il nemico principale, tuttavia, torna ad essere lo sciismo
politico e i suoi alleati, il cosiddetto asse della resistenza, e il suo centro
nevralgico, l’Iran.

Sostanziale freddezza per tutto l’apparato
delle organizzazioni e dei trattati sovranazionali. Si favorirà il ritorno agli
stati nazionali a sovranità controllata. Organizzazioni come l’Unione europea
hanno fatto il loro tempo. Non saranno difese ad oltranza se lo spirito del
tempo spingerà verso la loro dissoluzione.

Conclusioni

I fautori di un mondo multipolare e della sovranità
popolare non possono essere rassicurati da una presidenza Trump né consolati
dalla prospettiva che Hillary Clinton sarebbe stata peggio. Come popoli europei,
due sono le direttive, per quanto sarà possibile fare: contrastare ogni
tentativo di aggressione all’Iran; sostenere trasversalmente tutti quei partiti
e movimenti di massa che ambiscono a recuperare il massimo di sovranità
popolare-nazionale.

È possibile che nei duri anni a venire, come
nel caso di ulteriori crisi sistemiche e/o di dissoluzione della Ue, si possano
riaprire spazi di manovra in cui il politico prevarrà sull’economico.
Ricordandoci che il ‘900 è finito, l’Impero americano no.

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