Italia-NATO: F-35 e fronte Sud

Ministro Trenta: «Nessun taglio agli F-35 e impegno a incrementare spesa NATO». [La Riscossa]

John Bolton e Elisabetta Trenta

John Bolton e Elisabetta Trenta

Redazione 4 luglio 2018lariscossa.com

da La Riscossa


 


In una intervista rilasciata al portale americano Defense News, tra le riviste più accreditate a livello internazionale in materia di difesa, il Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha rassicurato che il nuovo governo M5S-Lega non intende tagliare l’ordine dei discussi caccia F-35, ulteriormente rimpinguato recentemente dal ministro uscente Pinotti (30 in totale per un costo di circa 150mln l’uno). «È un programma che abbiamo ereditato e su cui abbiamo molte domande; per questo valuteremo il programma considerando i vantaggi industriali e tecnologici per l’interesse nazionale, visto che siamo il nuovo governo», ha affermato precisando però che «cercheremo di allungare le consegne ma non di tagliare l’ordine».



Inoltre ha annunciato che nel corso dell’incontro con il Consigliere per la sicurezza nazionale degli USA, John Bolton, avvenuto lo scorso 26 giugno in visita a Roma, ha garantito l’impegno dell’Italia a raggiungere l’obiettivo di spesa della NATO del 2% del Prodotto Interno Lordo (come già assicurato anche dal ministro degli Esteri, Moavero), che significa quasi un raddoppio dell’attuale spesa corrispondente all’1.1% del PIL sottraendo ulteriori risorse alla spesa sociale. «Ma vorremmo anche che la nostra forte presenza nelle missioni militari fosse riconosciuta come valore aggiunto», ha precisato, ribadendo inoltre che «gli Stati Uniti sono il nostro storico alleato, non ne abbiamo mai dubitato».


Tra queste missioni viene confermato anche l’impegno in Afghanistan (come in Libano e Iraq), particolarmente richiesto dagli USA. «Non vogliamo ridurre la stabilità o ridurre il sostegno per gli afghani» ha affermato il Ministro Trenta. «Vogliamo iniziare un cambio di passo, come già stabilito dal precedente governo, mantenendo allo stesso tempo operativa la missione». Si parla di un piano di riduzione del personale italiano da 900 a 700 unità ma solo se altre nazioni sono disponibili a rimpiazzarli, rassicura il Ministro affermando che «non vogliamo indebolire la missione, quindi cercheremo altri partner per assumere compiti come la logistica».


In cambio del mantenimento dell’impegno in Afghanistan, il Ministro Trenta ha dichiarato di aver richiesto sostegno agli USA per lanciare una missione militare italiana pianificata in Africa, e precisamente in Niger, con il pretesto della lotta al traffico di migranti che attraverso il Sahara giungono in Libia da dove si imbarcano verso l’Europa. Una missione che lo scorso anno era stata pianificata dal governo Gentiloni ma bloccata dal governo del Niger e che aveva ricevuto l’opposizione da parte del M5S in parlamento (mentre la Lega si era astenuta) cambiando radicalmente posizione adesso che è al governo. Secondo l’Istituto di Studi di Politica Internazionale (Ispi), la missione italiana in Niger come pianificata dal precedente governo si concretizzerebbe nello schieramento di un contingente di 470 militari, 130 mezzi terrestri, due aerei ed equipaggiamenti logistici affiancando la missione già in atto in Libia composta da circa 300 militari di stanza a Misurata e a quella NATO in Tunisia a cui prenderanno parte 60 soldati italiani.


Proseguendo con l’intervista, la Trenta dichiara di aver chiesto a Bolton di “aiutare” l’Italia anche ad assumere un ruolo di “leadership” in Libia per accrescere la sua influenza nella competizione con la Francia (che ha circa 4.000 militari dislocati nel Sahel con basi sparse dalla Mauritania al Ciad) in particolare sulla “torta petrolifera”, come avrebbe ribadito anche nella telefonata all’omologa francese Florence Parly riportata dall’Huffington Post.


L’Italia vuol rafforzare il governo di Tripoli guidato da Fayez al-Serraj, di contro la Francia supporta l’uomo forte di Bengasi, il generale Khalifa Haftar che lunedì scorso, dopo aver riconquistato i terminal petroliferi, delle navi cisterna e dei grandi serbatoi di Ras Lanuf e Sindra in Cirenaica, con una battaglia vinta sul campo a caro prezzo (184 soldati morti, 300 vittime in meno di due settimane di combattimenti e 800 milioni di dollari di danni) contro i mercenari del Ciad al comando dell’ex capo delle guardie petrolifere Ibrahim al Jadhran, ha annunciato che il suo governo (non riconosciuto dalla comunità internazionale) avrebbe iniziato a vendere il petrolio autonomamente da Tripoli, cosa che comporterebbe la riduzione di circa il 40% delle entrate del bilancio statale del governo di al-Serraj. Progetto bloccato immediatamente dal messaggio inviato dal segretario generale della Nazioni Unite Antonio Guterres per cui «tutte le risorse naturali, la loro produzione e i loro introiti devono rimanere sotto il controllo delle autorità libiche riconosciute», ossia la Noc con sede a Tripoli capitanata da Mustafa Sanallah.


Nel recente viaggio in Libia, il Ministro degli Interni Salvini, pur senza citare la Francia, ha ipocritamente criticato «l’occupazione economica» della Libia enfatizzando come il vicepremier libico abbia insistito nel dire che «la Libia vuole rafforzare il rapporto con l’Italia e non con qualche altro paese». L’Italia attualmente è il paese che mantiene la posizione migliore nel saccheggio del settore energetico libico, la cui produzione di greggio è tornata quasi ai livelli dell’ultimo periodo di Gheddafi (1.5 milioni) a un milione di barili al giorno, con l’ENI che possiede importanti investimenti e attività nella regione del Fezzan, a sud di Tripoli, con contratti fino al 2046-2047. Un ruolo che verrebbe minacciato dall’indebolimento del governo di Tripoli nei confronti di quello della Cirenaica, dove fra l’altro si trovano i giacimenti petroliferi più ricchi sotto il controllo di Haftar, mentre soffiano sempre più forti i venti di una guerra civile.


Il governo di al-Serraj ha chiesto al governo italiano di completare l’opera di costruzione dell’autostrada di 1700 km dal confine tunisino a quello egiziano sul tracciato della vecchia Via Balbia per il costo di 5miliardi di euro da finanziaria lotto per lotta nel periodo di vent’anni con fondi dell’ENI, e della cui costruzione si dovrebbe occupare la Impregilo, come promesso da Berlusconi nel 2008 a Gheddafi. Altri progetti nel cassetto pronto ad esser aperto per gli affari dei monopoli italiani sono i lavori della Piacentini al porto di Zawara e quelli della ristrutturazione dell’aeroporto internazionale di Tripoli da parte del consorzio italiano Aeneas.


Nell’intervista, il Ministro Trenta, ha evidenziato la contrarietà italiana alle azioni della diplomazia francese sul sostegno ad Haftar e al progetto per un processo elettorale entro la fine dell’anno. «Non è la cosa migliore da fare», – ha dichiarato Trenta in rifermento al piano elettorale – «gli Stati Uniti hanno visto in Iraq cosa succede quando si affrettano le cose».


Sulla pelle dei migranti si gioca la grande partita del conflitto d’interessi economici, e non solo, sia in Europa che in Africa con alla base il profitto dei monopoli e il coinvolgimento, più o meno diretto, dei grandi centri imperialisti interessati alla spartizione delle risorse energetiche, vie di comunicazione e zone d’influenza geostrategiche. «Come richiesto dal governo di quel paese, la NATO è pronta ad “aiutare” la Libia a costruire le sue istituzioni di sicurezza, sotto il controllo civile del governo, in coordinamento con l’Unione europea e in accordo con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu e gli sforzi bilaterali», ha dichiarato il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, in un’intervista del 24 giugno a Repubblica. «Gli esperti Nato– aggiunge Stoltenberg- restano in contatto con le autorità libiche per vedere come assisterle al meglio. Darei il benvenuto a ogni offerta di supporto da parte dell’Italia, ma la decisione spetta al governo italiano».


Il nuovo governo italiano, con il forte mantello ideologico della retorica anti-immigrati del ministro Salvini ma parecchio debole e eclettico al suo interno, tenta la contrattazione all’interno dei conglomerati imperialistici di UE e NATO (non opponendosi come aveva minacciato nemmeno alle sanzioni alla Russia relativi agli accordi di Minsk così come già fu per quelli relativi alla Crimea) per assumere maggior peso nel cosiddetto fronte Sud con il supporto degli Stati Uniti e spingendo al rafforzamento dell’alleanza atlantica nell’ampia regione del Mediterraneo e Nord Africa. In questo ambito va letta la disputa sui criminali hot spot da installare in nord africa, precisamente in Niger, Ciad, Mali e Sudan con una rimodulazione dell’intervento militare anche in Libia, che vede contrario in primis la Francia come evidenziato nel vertice di ieri sull’immigrazione del Consiglio Europeo dove, al di là dei toni trionfalistici, quasi nulla è stato “conquistato” dall’Italia in termini di redistribuzione dei rifugiati, con un ulteriore stretta criminale e reazionaria nella gestione dei flussi migratori.


Principalmente dal prossimo vertice NATO dell’11-12 luglio, ma anche dall’incontro a Washington tra il premier italiano Conte e quello statunitense Trump del 30 luglio, si delineiranno meglio gli scenari nel contesto della sempre più esacerbata competizione interimperialista. Quello che è certo è che il governo M5S-Lega, in continuità con il precedente, proseguirà nel coinvolgere il nostro paese nei pericolosi piani imperialisti, guerre, interventi e militarizzazione del nostro territorio che trovano l’ambiente ideale infiammando la questione immigrazione e con la retorica dell’"interesse nazionale" che sempre in bocca al governo come all’opposizione non vuol dir altro che la salvaguardia dei profitti delle grandi imprese e dei suoi azionisti legati al capitalismo transnazionale, in altre parole dell’oligarchia finanziaria, sul sangue e sudore dei lavoratori e dei popoli.


(30 giugno 2018)


 


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