Non ci sarà una guerra totale

L'omicidio del comandante Soleimani, un atto spregiudicato che ha segnato una svolta tanto repentina quanto traumatica nello scenario mediorientale. Gli sviluppi [Gabriele Pedrini]

La rabbia per l'assassinio di Soleimani

La rabbia per l'assassinio di Soleimani

di Gabriele Pedrini.


La giornata di ieri ha segnato alcuni primi importanti sviluppi nella infuocata crisi mediorientale. Mentre il governo di Baghdad convocava l’ambasciatore statunitense e depositava presso le Nazioni unite formale denuncia dell’attacco del 2 gennaio, il parlamento iracheno ha approvato una risoluzione per impegnare il governo a porre fine alla presenza delle forze militari straniere in Iraq, in particolare quelle statunitensi. Impegno che lo stesso governo iracheno aveva già auspicato. 


Un quadro decisamente impensabile fino a pochi giorni fa, prima che Donald Trump desse il via libera all’omicidio del comandante delle Forze al-Quds, atto spregiudicato che ha segnato una svolta tanto repentina quanto traumatica nello scenario mediorientale. 


La posizione di Hezbollah


Il segretario generale di HezbollahHassan Nasrallah – che di Soleimani era fraterno amico e sodale – ha sottolineato la drammatica importanza dell’evento. “È l’inizio di una nuova fase, una storia nuova, non solo per l’Iran e l’Iraq ma per tutta la regione”. Così Nasrallah ha esordito ieri nel suo discorso di un’ora e venti minuti in onore delle vittime del drone statunitense, una questione “che coinvolge tutto l’Asse della resistenza e la umma [l’intera comunità islamica, ndr]”. 


Nasrallah ha così ribadito un concetto ben più complesso e articolato della narrativa che inserisce l’episodio in un mero scontro tra Stati uniti e Iran. L’uccisione di Soleimani, per via del ruolo e delle relazioni intessute dal generale iraniano, costituisce infatti un terremoto che tocca nel profondo Paesi come LibanoSiriaIraqYemen e Palestina, rinforzando e cementando un fronte (il cd. “Asse della resistenza”) che negli ultimi tempi aveva visto sbiadire l’afflato anti-imperialista in luogo di preoccupazioni orientate più su un piano di politica interna. 


Dal discorso di Nasrallah emergono alcuni punti interessanti riguardo gli obiettivi delle ritorsioni che saranno messe in atto dall’Asse della resistenza. Innanzitutto la ritorsione non sarà indirizzata nei confronti di specifiche personalità del calibro di Soleimani perché, secondo Nasrallah, semplicemente non esistono: “C’è chi parla di una vendetta contro una personalità simile a quella del martire Soleimani, ma non esiste una persona come lui”. E aggiunge: “Un suo stivale equivale alla testa di Trump e alla sua amministrazione”. Al contrario, “il giusto castigo” sarà indirizzato verso la presenza militare statunitense: “basi, navi e ogni soldato presente nella nostra regione”. “Scapperanno umiliati dalla nostra regione e i martiri che oggi sono pronti a cacciarli sono più di prima”. Ad ogni modo, Nasrallah garantisce che la vendetta non riguarderà i civili poiché “colpire qualsiasi civile statunitense farebbe il gioco di Trump”. 


Lo stesso Israele, il “piccolo Satana” di Hezbollah, pare restare fuori dalle azioni di ritorsione. Nel suo discorso, infatti, Nasrallah fa un unico significativo riferimento al nemico confinante, predicendo che una volta che gli Stati uniti avranno abbandonato la regione “la liberazione di Gerusalemme sarà più vicina e potremmo non aver bisogno di combattere”. Lasciando così intendere che, secondo l’Asse della resistenza, non sia ancora il momento di attaccare Israele. 


 


Quale risposta dall’Asse della Resistenza?


Dal discorso di Nasrallah emergono dunque alcuni elementi importanti per definire i contorni delle ritorsioni. Elementi che trovano riscontro anche nelle parole di Hossein Dehghan, consigliere per gli affari militari della Guida suprema Khamenei, in un’intervista rilasciata ieri alla tv satellitare al-Mayadeen in cui afferma che l’assenza di Soleimani, secondo Dehghan, “non sarà la fine dell’Asse della resistenza ma l’inizio di un nuovo risveglio nel fronte della resistenza”. 


Dalle parole di Dehghan emerge esplicitamente che Teheran “non è intenzionata a entrare in una guerra totale” con Washington. La risposta, al contrario, sarà “saggia e ragionata” e, al tempo stesso, “dissuasiva e degna di nota”, pertanto “la regione non è più sicura per le forze armate statunitensi”. 


Tradotto: la risposta sarà [...]

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Fonte: https://www.huffingtonpost.it/entry/non-ci-sara-una-guerra-totale_it_5e133da7e4b0843d361618ab.