di Enrico Tomaselli.
Con una mossa a sorpresa – almeno per me – l’Iran annuncia la riapertura della libera navigazione al traffico civile nello Stretto di Hormuz, anche se sempre previa autorizzazione e lungo la rotta stabilita in acque territoriali iraniane. Il passaggio rimane precluso al naviglio correlato ai paesi ostili (USA e Israele). Evidente che si tratta di una mossa volta a distendere i rapporti con i paesi arabi del Golfo, a tranquillizzare la Cina, oltre che, ovviamente, ad allentare la pressione sui mercati mondiali.
Un gesto comunque di buona volontà, in vista della ripresa dei colloqui di Islamabad. E che, peraltro, era parte degli accordi precedenti, ma non era stato applicato in mancanza del cessate il fuoco in Libano. Trump, a sua volta, ribadisce via social che il blocco da e per i porti iraniani rimane. Tutto comunque si muove entro margini – di tempo e non solo – estremamente ristretti. Tra cinque giorni, infatti, scadono le due settimane di cessate il fuoco nel conflitto USA-Israele vs Iran, e tra dieci quello ancor più fragile tra Israele e Libano.
Entrambe le parti – Washington e Teheran – ribadiscono al momento che non c’è alcuna intenzione di prorogarlo, il che presuppone che o si raggiunge un accordo, quanto meno di massima, entro pochissimi giorni, o riprenderanno i combattimenti. In tutto questo, a conferma non solo della irrilevanza dei paesi europei, ma anche della loro incomprensione assoluta del quadro strategico e tattico, Macron e Starmer organizzano inutili quanto fantasiosi vertici internazionali per la riapertura dello stretto… E del resto fanno il paio con la marionetta statunitense Aoun, costretto a recitare come comparsa in un altrettanto inutile vertice di pace con Israele, il cui esito non è poi nemmeno discusso in quella sede, ma comunicato direttamente dal burattinaio della Casa Bianca. Diktat a cui anche Netanyahu deve sottostare, ed al quale – per difendersi dall’ondata di critiche interne – è costretto ad opporre una narrazione favolistica, ovvero che l’offensiva, costata quasi un quarto dei carri armati in servizio dell’IDF, e che ha portato a conquistare solo qualche chilometro qua e là, sia servita ad impedire una fantomatica invasione di Israele da parte di Hezbollah.
Ancora una volta, sembrerebbe che tra le due parti la più interessata a chiudere un accordo siano proprio gli Stati Uniti. Il primo maggio, infatti, il Congresso sarà chiamato a votare sul proseguimento o meno di questa operazione militare, ed il segnale di ieri – dove un Senato a larga maggioranza repubblicana ha respinto per un solo voto la mozione democratica per fermarla immediatamente – lascia presagire che, in base al War Power Act, verrà posto lo stop.
L’amministrazione Trump, quindi, deve necessariamente portare a casa un risultato prima del voto del Congresso. E, dati i tempi davvero ristretti, appare sempre più difficile pensare che possa tentare invece una mossa militare più avanzata, che non avrebbe i tempi per svilupparsi con successo, ed irriterebbe non poco i congressisti. Ovviamente, i nodi da sciogliere sono ancora tanti, ma quelli fondamentali si riducono poi a due o tre: la destinazione dell’uranio arricchito, la durata della sospensione per la ripresa dell’arricchimento, la revoca delle sanzioni.
Quello che quasi sicuramente rimarrà fuori è la questione dell’arsenale missilistico iraniano, così come quella del sostegno all’Asse della Resistenza (del resto, implicitamente accettato nel momento in cui Trump ha imposto il cessate il fuoco in Libano); così come la questione della presenza statunitense nei paesi del Golfo, che peraltro è stata predeterminata sostanzialmente dai missili iraniani.
Nell’arco di pochi giorni, quindi, si andrà ad una chiusura di questo round di guerra. Nessuno si illude che non sia destinata però a ripartire in futuro, soprattutto considerando che Israele ne esce con le ossa rotte. Per il momento, comunque, è l’Iran ad avere più carte in mano.