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I Certificati di Credito Fiscale e John Maynard Keynes

Analisi dei pro e contro di una quasi-moneta che il pubblico potrebbe persino utilizzare come una valuta parallela all’Euro.

I Certificati di Credito Fiscale e John Maynard Keynes
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23 Luglio 2015 - 07.29


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da Keynesblog.com.


Riceviamo da Biagio Bossone e Marco Cattaneo
e volentieri pubblichiamo questo articolo sui Certificati di Credito
Fiscale (CCF). In merito a tale proposta, Guido Iodice e Thomas Fazi
hanno espresso alcune critiche in un articolo pubblicato da MicroMega
Online che riportiamo di seguito all’articolo di Bossone e Carraneo



Keynes e l’Eurozona


In recenti contributi, risultati tra i
più letti su alcuni dei maggiori blog internazionali di economia e
finanza, chi scrive ha proposto l’introduzione dei Certificati di
Credito Fiscale (CCF) quale strumento di rilancio della domanda in
economie affette da stagnazione, scarso spazio fiscale e impossibilità
di utilizzo della leva monetaria e del tasso di cambio: tipicamente le
economie in crisi dell’eurozona.


Riteniamo che le caratteristiche di
fondo della manovra che proponiamo ne farebbero il più grande intervento
di politica economica di stampo keynesiano che sia stato immaginato dal
secondo dopoguerra ad oggi. Non soltanto esso innescherebbe uno stimolo
fiscale forte in contesti dominati da alta preferenza per la liquidità e
da carenza ormai cronica di ‘animal spirits’, ma sarebbe capace di
incidere su aspettative che, in assenza di segnali incisivi di svolta,
resterebbero fatalisticamente improntate a pessimismo e impoverimento.


Anche alla luce dei commenti critici
ricevuti da lettori di nostre precedenti uscite pubbliche, ci fa
particolare piacere poter illustrare i contenuti della nostra proposta
ai lettori di Keynes Blog, augurandoci che vorranno anche loro far
sentire la loro voce (di consenso o dissenso) sull’idea che stiamo
cercando di portare avanti e diffondere. Descriveremo, in primo luogo,
la struttura dei CCF e spiegheremo il modo in cui la loro emissione
agisce sulla domanda aggregata. Suggeriremo quindi alcune possibili
misure di salvaguardia da attivare nel caso in cui gli effetti attesi
delle emissioni non raggiungessero l’intensità prevista. Infine,
richiameremo le ragioni per le quali riteniamo che chi condivide
l’impostazione che il grande maestro di Cambridge ha dato alla
comprensione della macroeconomia debba essere a favore della nostra
proposta.


I Certificati di Credito Fiscale


In un’economia in cui lo Stato non può
aumentare la spesa, proponiamo che lo Stato emetta titoli – i CCF – che
conferiscono al portatore il diritto a una riduzione di tasse, tributi e
ogni altra obbligazione a favore dello Stato, a partire da due anni
dall’emissione dei titoli e pari al valore nominale dei titoli stessi.
Discuteremo più oltre il perché dei due anni di differimento. I CCF sono
titoli trasferibili, possono essere scambiati in euro e possono quindi
dar luogo a spesa immediata. Verosimilmente saranno negoziati a uno
sconto sul valore nominale di entità analoga a quello applicato su un
comune titolo zero-coupon a due anni. Coloro che vendono i CCF vogliono
euro per potere spenderli. Coloro che li comprano acquisiscono il
diritto a una riduzione fiscale a scadenza (e dunque a risparmi futuri).
Gli intermediari finanziari possono acquistarli a sconto da coloro che
vogliono venderli e utilizzarli o per riduzioni fiscali a scadenza o per
rivenderli a sconto inferiore e ricavarci un profitto.


Lo Stato assegna CCF di nuova emissione a
famiglie e imprese. Molte famiglie vorranno convertirli in euro e
spenderli in consumi. Le imprese faranno altrettanto e avranno anche la
possibilità di utilizzare il minor carico fiscale per ridurre i prezzi e
recuperare competitività, evitando in questo modo che l’effetto
espansivo sulla domanda interna crei squilibri nei saldi commerciali
esteri.


In un’economia depressa, la spesa
stimolata dalle emissioni di CCF avrà un effetto moltiplicativo su
reddito e occupazione. Le prospettive di rischio creditizio
miglioreranno e accresceranno l’incentivo per le banche a riprendere
l’attività di prestito per nuove attività di produzione e investimenti.
Il nuovo output genererà nuovo gettito fiscale. Le nostre proiezioni
indicano che un’iniezione di CCF pari al 10% del PIL su base annua
contribuirebbe a chiudere l’output gap in circa tre anni e che un
moltiplicatore del reddito di appena 0,8 (assai più basso delle stime
prevalenti) basterebbe per far sì che nei due anni di differimento
previsti per la scadenza dei CCF lo Stato incassi introiti sufficienti
ad evitare incrementi nel rapporto deficit pubblico / PIL.


I CCF possono operare come una
quasi-moneta e nulla vieta che il pubblico possa persino utilizzarli
come una valuta parallela all’euro. Questa considerazione è stata fonte
di varie incomprensioni e ha indotto alcuni a ritenere che l’emissione
di CCF comporti un violazione delle regole dell’euro. Nulla di tutto
ciò. I CCF sono titoli fiscali: non sono uno strumento di debito, non
costituiscono un trasferimento di reddito e non sono una valuta che lo
Stato emette per sostituire l’euro. Il pubblico e il mercato, da parte
loro, possono farne l’uso che ritengono – anche come moneta – come è
vero per qualsiasi strumento finanziario. L’unica cosa che rileva è che i
CCF rendono possibile per lo Stato operare un ampio rilancio immediato
della domanda finanziato da una riduzione delle tasse a due anni, in una
situazione nella quale nessun altra leva è disponibile. I CCF
permetteranno al settore privato di monetizzare e spendere oggi i tagli
fiscali previsti a due anni e consentiranno un margine di tempo
sufficiente affinché il prodotto nazionale stimolato dalla domanda
generi introiti fiscali sufficienti a evitare deficit.


Qual è il rischio che il programma non funzioni?


Nessuno, se l’interpretazione keynesiana
della crisi in corso è corretta, come si è dimostrata sin dal 2008, e
se l’austerità espansiva si dimostra fallimentare, così come ha
ampiamente mostrato di essere.


Inoltre, le emissioni di CCF possono
essere accompagnate da misure di salvaguardia, da attivare nel caso in
cui la crescita dell’output generasse meno introiti fiscali del
previsto:


  • lo Stato può annunciare un impegno a finanziare in CCF una quota (presumibilmente piccola) delle sue spese;
  • ai contribuenti possono essere
    assegnati nuovi CCF a fronte di nuove tasse (ciò sarebbe equivalente a
    sostituire aumenti delle tasse con dei swap forzosi CFF-euro);
  • i possessori di CCF possono essere
    incentivati a ritardare l’utilizzo per sconto fiscale dei CCF giunti a
    scadenza attraverso il riconoscimento di un aumento del valore facciale
    dei titoli in loro possesso (il che è equivalente a riconoscere un
    interesse sotto forma di nuovi CCF);
  • lo Stato può raccogliere capitali in
    euro dal mercato collocando CCF con scadenze più lunghe al posto dei
    tradizionali titoli di debito.


Queste misure di salvaguardia avrebbero
effetti assai meno pro-ciclici di quelli che impone la UE per assicurare
gli obiettivi di bilancio e potrebbero accomodare scarti anche
significativi fra i surplus di budget primario ottenuti e gli obiettivi
prefissati.


Perché Keynes?


Con i CCF, uno Stato che oggi non può permettersi di fare ulteriore spesa in deficit, sostanzialmente:


1. promette a cittadini e imprese un ampio taglio delle tasse a due anni;


2. riflette questa promesse su titoli che cittadini e imprese potranno scontare e monetizzare oggi stesso per spenderle;


3. conta che nei due anni previsti la
nuova spesa genererà output e gettito fiscale sufficiente per coprire il
costo della riduzione fiscale.


In altri termini, con i CCF uno Stato
che oggi non ha spazio fiscale può effettuare una forma di ‘deficit
spending’ che prevede uno spending (da parte del settore privato)
immediato e un deficit (del settore pubblico) ritardato che peraltro si
auto-riassorbirà per effetto del moltiplicatore della spesa. Lo Stato fa
ciò emettendo promesse sulle quali non può essere obbligato a fare
default e che non sono cambiali di pagamento da ripagare in euro (al
contrario degli IOU).


Una grande manovra di stimolo della
domanda indotto dallo Stato con effetti moltiplicativi sul reddito e
sull’occupazione: riteniamo che a John Maynard Keynes sarebbe piaciuta. E
anche parecchio.

________________

Moneta vuol dire fiducia: perché i CCF rischiano di non funzionare


di Guido Iodice e Thomas Fazi, da MicroMega online


Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi hanno
avanzato, in un loro libro edito da Hoepli, la proposta di istituire una
forma di “moneta fiscale”, poi rilanciata in un appello promosso da
Stefano Sylos Labini e firmato anche da Luciano Gallino e infine meglio
esplicitata nell’e-book di MicroMega. I certificati di credito fiscale
(CCF) verrebbero emessi dal governo e sarebbero in sostanza dei crediti
sulle tasse future (a due anni). Con i CCF, lo Stato potrebbe aumentare
la spesa pubblica, ridurre il cuneo fiscale e immettere liquidità nel
sistema economico. I CCF sarebbero (quasi-)moneta in più, in modo tale
che lo Stato non dovrebbe sostituire parte della sua spesa pubblica in
euro con spesa in CCF, ma attivare più spesa grazie a questi ultimi.
L’auspicio è che essi vengano percepiti come moneta e utilizzati negli
scambi, per lo meno tra imprese e tra imprese e Stato. Secondo i
promotori, i CCF si ripagherebbero da soli perché, una volta rimessa in
moto l’economia, il PIL tornerebbe a crescere e gli introiti fiscali ad
aumentare, coprendo quindi l’ammanco dovuto all’utilizzo finale dei
certificati, cioè lo sconto sulle imposte.


Un merito della proposta è che essa
esplicitamente riconosce l’impraticabilità e i rischi di un’uscita
unilaterale dall’eurozona e pertanto si preoccupa di trovare una
soluzione “morbida”. I problemi però sono molteplici. In primo luogo i
promotori danno per scontato che l’emissione di questa quasi-moneta non
violi i Trattati. Ammesso che sia così, tuttavia è facilmente
immaginabile che la Commissione europea chiami lo Stato a rispondere
davanti alla Corte di giustizia. L’incertezza sull’esito farebbe
precipitare il valore del CCF nei confronti dell’euro, rendendo via via
meno efficace il programma. Ammettendo però di superare questo scoglio,
un ulteriore problema è costituito dal fatto che i CCF andrebbero
sommati allo stock del debito pubblico. Anche qui, i promotori insistono
sostenendo che non sia un problema, ma la Commissione potrebbe porre
comunque ostacoli che minerebbero la fiducia del pubblico.


In sostanza, i promotori sopravvalutano
una affermazione della Modern Money Theory, secondo la quale la moneta
legale ha valore perché con essa si pagano le tasse. Se fosse così
semplice, allora nessun paese soffrirebbe mai di crisi monetarie e di
iperinflazione, né vedremmo economie che ruotano di fatto intorno a
valute estere (basti pensare all’Islanda prima della crisi del 2008).
Nella realtà la moneta legale, come qualsiasi moneta priva di valore
intrinseco, è fiduciaria e quindi ha valore in base alla credibilità di
chi la emette. Chi ha una banconota da 100 euro in tasca sa che c’è un
impegno, da parte dell’emittente, a fare in modo che essa sia
scambiabile tra un mese o un anno con un paniere di prodotti il cui
valore reale sarà, nel peggiore dei casi, solo di poco inferiore a
quello odierno (è questo il senso del target inflazionistico). O che, se
non bassa, l’inflazione sia almeno stabile e perciò prevedibile.
Viceversa i cittadini di paesi che sperimentano tassi di inflazione
elevati e crescenti per lungo tempo, alla fine, perdono fiducia nella
moneta legale esattamente come la perderebbero in un assegno firmato da
un noto protestato, e si rivolgono alle monete emesse da soggetti più
affidabili (tipicamente gli Stati Uniti). Sia chiaro, non si sta dicendo
qui che l’Italia farebbe la fine dello Zimbabwe, ma semplicemente che
un dubbio sul valore futuro dei CCF li renderebbe pressoché inservibili
come stimolo alla domanda.


Supponendo tuttavia di superare a pieni
voti il test dell’incertezza, si pone paradossalmente il problema della
possibile tesaurizzazione dei CCF. Per quanto riguarda la parte
utilizzata per i trasferimenti, il pubblico potrebbe semplicemente
decidere di non spenderli, ma detenerli fino a quando potranno essere
usati per pagare le imposte, peraltro l’unico momento in cui il valore
dei CCF potrebbe essere considerato sicuro ed uguale a quello facciale.
In tal caso, l’effetto moltiplicativo sarebbe nullo e lo Stato si
troverebbe con un buco di bilancio imprevisto.


Non vogliamo tuttavia apparire troppo
demolitori nei riguardi di questa proposta. Al contrario, essa contiene
in nuce qualche buona idea che potrebbe essere effettivamente applicata.
L’importante è non cadere nell’illusione di un keynesismo “meccanico” o
“idraulico”, nel quale l’immissione di nuova acqua fa girare il mulino
dell’economia, checché ne pensino gli agenti economici (per inciso,
Keynes non era affatto un keynesiano “idraulico”).


Se la proposta dei CCF è prona alle
critiche testé illustrate, a maggior ragione lo è quella immaginata da
alcuni in caso i default di uno Stato all’interno dell’eurozona, seguito
dall’emissione di “euro-cambiali” che verrebbero utilizzate come
liquidità sostitutiva. Il modello spesso richiamato è quello dello Stato
della California che nel luglio 2009, di fronte ad una grave crisi
delle proprie finanze, emise delle “promesse di pagamento” (Registered
Warrants
) per pagare i dipendenti pubblici, i fornitori e coloro che
vantavano diritti a rimborsi fiscali per 2,37 miliardi di dollari. 

L’esperimento non fu propriamente un successo: appena pochi giorni dopo
l’emissione iniziale, le principali banche si rifiutarono di accettare
questi “pagherò” (o come li chiamano gli americani, IOU, che sta per I
Owe You, “io ti devo”). Solo dopo ingenti tagli di spesa e aumenti delle
imposte decisi dallo Stato, alcune di esse tornarono sui loro passi e
ricominciarono ad accettare i Warrants. Se l’operazione ha mostrato i
suoi limiti in California, lo Stato con il reddito più alto nel paese
più ricco del mondo, la speranza che funzioni in luoghi come i PIIGS è
pressoché nulla, sebbene possa rivelarsi l’unica, disperata, opzione se
non si vuole uscire dall’euro. In tal caso, si può immaginare che il
pubblico possa dare fiducia agli IOU a seguito di un accordo europeo che
dia una qualche certezza sul fatto che gli “euro-pagherò” si potranno
trasformare in euro “veri” entro un tempo ragionevole. In caso contrario
non si capisce come la gente possa dare valore a pezzi di carta che
riportano una promessa di pagamento in euro firmati da un governo che ha
appena dichiarato la propria insolvenza su debiti in euro.

Tratto da:  http://keynesblog.com/2015/07/20/i-certificati-di-credito-fiscale-e-john-maynard-keynes/#more-6254.

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