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Piazza della Loggia, ultimo atto

Intervista a Gianpaolo Zorzi. [Pino Casamassima]

Piazza della Loggia, ultimo atto
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20 Ottobre 2013 - 20.07


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di Pino Casamassima

Il 28 maggio 1974 il ventitreenne studente di Giurisprudenza Gianpaolo Zorzi si trovava in piazza della Loggia quando scoppiò la bomba. «Riconobbi il corpo straziato di Alberto Trebeschi. Non avrei mai immaginato che tanti anni dopo avrei indagato su quella strage e sulle altre morti ad essa connesse». A ridosso del quarantennale dell’eccidio e del prossimo pronunciamento della Cassazione, incontriamo il giudice che è stato forse il più ostinato nella ricerca della verità.

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Possiamo sperare che la Cassazione non metta la pietra tombale sulla strage di Brescia, come avvenuto per piazza Fontana?

«Come magistrato posso solo dire che pare innegabile l’efficacia delle argomentazioni presentate dall’Accusa».

Quello che lei ha definito uno «stucchevole ipergarantismo» ha condizionato l’identificazione delle responsabilità a vario titolo?

«Credo che nella vivisezione atomistica di ogni singolo elemento probatorio, abbia finito con lo smarrire la visione d’insieme e l’efficacia dimostrativa del “tutto”».

Per la verità storica, possiamo dare per certo il tragitto della bomba dal Veneto a Milano e da qui a Brescia?

«L’ipotizza la stessa sentenza d’appello dell’ultimo processo, soffermandosi in particolare sulla “intersecazione umana tra Brescia, Milano e Veneto”. “Intersecazione” emergente da più elementi: la latitanza dell’ordinovista Pietro Battiston a Venezia, proprio all’epoca della strage, determinata dalla scoperta nella sua disponibilità a Milano il 14.12.1973 di ben 5,8 Kg. di esplosivo, tritolo e miccia detonante; l’incontro e il pranzo il giorno precedente, sempre a Milano, tra Battiston, Annamaria Cavagnoli, moglie dell’allora latitante Giancarlo Rognoni, capo del gruppo ordinovista la Fenice e mente della mancata strage del treno Torino-Roma del 7.4.1973, e il gardesano Beppino Benedetti, esponente di spicco di Riscossa, filiale bresciana di quel gruppo, nonché autore di un’intervista a Marco Pozzan alla vigiglia della sua fuga all’estero organizzata dal SID; la frequentazione dello stesso ambiente milanese da parte del bresciano Silvio Ferrari, legatissimo in particolare ai “rognoniani” Marco De Amici e Pierluigi Pagliai; la successiva aggregazione del Ferrari al gruppo veneto Anno Zero; la partecipazione di alcuni veronesi, con tanto di omaggio floreale a forma di ascia bipenne, simbolo di Ordine Nuovo, al funerale dello stesso Ferrari; la presenza di tre neofascisti veneti ricercati dalla polizia – i triestini Gianfranco Sussich e Claudio Scarpa ed il veronese Pierangelo De Bastiani – il mattino degli arresti del 9.5.1974 nella cosiddetta “chiesa rossa” di via Airolo a Milano, uno dei covi del MAR di Carlo Fumagalli, in cui in quel momento si trovavano anche i milanesi Alessandro D’Intino, Alessandro Danieletti, Umberto Vivirito e Gianni Colombo.

La strage passa per piazza del Mercato. Un dato ormai acquisito?

«Direi proprio di sì. Del resto, l’aveva anticipato lo stesso Buzzi: ossia uno dei tre soggetti – gli altri sono Carlo Digilio e Marcello Soffiati – il cui coinvolgimento nella strage viene dato per acclarato dalla menzionata sentenza d’appello. Nel famigerato volantino del 27.5.1974, il sedicente conte di Blanchèry scrisse: “La sentenza è da oggi eseguibile. Questa è la risposta per la morte del camerata Ferrari …”».

Lei è convinto che su Brescia, Vincenzo Vinciguerra, autoaccusatosi della strage di Peteano, «la verità la conosce benissimo». Perché dal suo irrimediabile ergastolo non la dice?

«Bella domanda, che però andrebbe rivolta, con martellante cadenza quotidiana, a colui che, forse perché si tratta di una verità non rivelabile (a differenza di altre che, sia pure a fatica e non in toto, sono col tempo affiorate), non riesce ad essere coerente fino in fondo nella sua personale guerra con lo Stato».

Buzzi viene spostato dal carcere di Brescia a quello di Novara nell’aprile dell’81, a sei mesi dall’appello sulla strage. Tuti e Concutelli lo uccidono perché «era un infame, un informatore dei carabinieri». Marchio che però lo bollava già al tempo della sua detenzione nel carcere di San Gimignano, quando si trovava nella stessa cella di Concutelli. È chiaro che Buzzi fu ucciso per impedirgli di vuotare il sacco in appello, come aveva annunciato. Cancelliamo la definizione di “un cadavere da assolvere”?

«Una cancellazione cui, in una certa misura, aveva già provveduto nell’aprile dell’85 la Corte d’Assise d’Appello di Venezia. Con l’ultima sentenza si è andati oltre. Quanto al preoccupante (per taluni) agitarsi del Buzzi in vista del suo processo d’appello, ricordiamo che fu lui stesso l’autore delle due missive del novembre 1980 datate 7 e 11 a firma falsa Angelo Falsaci, indirizzate, l’una al magistrato di sorveglianza, l’altra a se stesso, nel carcere di Canton Mombello. Nella prima dichiarava che la bomba era “stata messa nella spazzatura da uno di Milano e da uno di Lanciano”, nella seconda rassicurava il destinatario (come detto, se stesso) circa il buon esito del processo d’appello, grazie a non meglio precisate, ma decisive rivelazioni».

Come e chi tramò contro la rogatoria in Argentina sua e del giudice Besson per interrogare Gianni Guido, cui il Buzzi avrebbe confidato la verità su Brescia?

«In merito a questa incredibile vicenda di sistematico “sabotaggio” dall’interno delle istituzioni sono solo riuscito a svelarne la realtà, ed è già qualcosa».

Perché i 51 faldoni della sua istruttoria non furono portati a Roma per il processo in Cassazione?

«Credo per prassi consolidata (dati i compiti della Suprema Corte), non propriamente in linea però con le disposizioni allora vigenti. Sta di fatto che in quel caso espresse, tra l’altro, un giudizio di perfetta aderenza della sentenza impugnata alle risultanze probatorie, che – in mancanza di quei 51 faldoni – continua a destare qualche perplessità».

Il comportamento da anguilla di Maurizio Tramonte – che lei andò a interrogare a Bari – è spiegabile con la sua appartenenza al SID? La cosiddetta “Fonte Tritone” diventerà poi un collaboratore di giustizia per depistare con la credibilità del pentito?

«Su questo personaggio non mi pronuncio per il già citato procedimento in corso. Posso solo dire che l’incontro non è stato gradevole per entrambi».

Le è capitato di sentire la verità a portata di mano?

«Più di una volta, ed è stata una sensazione emozionante ed irripetibile. Ma è giusto che ciascuno di quei momenti resti chiuso nella sua sede naturale: il cosiddetto “foro interno”.

(16 Ottobre 2013)

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