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«Entrate, vi stavo aspettando...»

'Dell''Utri: una fuga molto particolare. [Aldo Giannuli]'

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14 Aprile 2014 - 23.50


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di Aldo Giannuli

Ricapitoliamo l’accaduto: all’antivigilia della decisione definitiva della Cassazione sul processo a Dell’Utri, per concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso, la Procura di Palermo spicca mandato di cattura. L’interessato, di fronte alla prospettiva di passare sette anni in un hotel a cinque stelle a spese dello Stato, decide che è meglio andare in un hotel a cinque stelle a spese proprie, ma lontano dall’Italia.

Ci sta: non si capisce perché, avendone i mezzi, Dell’Utri non avrebbe dovuto valersene per sottrarsi al soggiorno nelle patrie galere (anche perché nel suo caso non c’è la prospettiva degli arresti domiciliari o del servizio sociale, c’è proprio la cella, quella con le inferriate ed il chiavistello). E questa è l’unica cosa che si capisce nella vicenda: classico caso di “evasione preventiva”. Il guazzabuglio inizia subito dopo.

Dell’Utri fa sapere che non intende sottrarsi alla cattura, ma vuole solo curarsi per tornare non appena finite le cure: ma perché, in Italia o anche nella vicina Svizzera, non ci sono cliniche all’altezza di quelle libanesi? Mai sentito dire che in Libano ci siano particolari eccellenze sanitarie.

E così, i familiari spiegano che no, non era andato per curarsi in Libano, ma per un commercio di cedri, solo che poi si è sentito male: e uno che ha il divieto di espatrio se ne va in Libano per qualche partita di cedri?

Anche perché sembra un po’ eccessivo che, per mediare una partita di cedri, uno debba mobilitare un apparato con personaggi del calibro di Mokbel (che non manca mai nelle storie più strane, soprattutto se si tratta di armi: vedi Finmeccanica).

A questo punto, il suo antico sodale, l’ex Cavaliere, dichiara che no, in Libano ce lo ha mandato lui, perché Putin gli avrebbe chiesto di aiutare la campagna elettorale di Gemayel e il padrone del ristorante Assunta Madre (che è il posto dove sarebbe maturata la fuga) dice di aver visto a cena Dell’Utri con un noto politico libanese che si capisce perfettamente essere Gemayel. Non è chiaro perché a Putin prema tanto la candidatura di Gemayel, ma ci può stare.

Quello che si capisce poco è in che modo Dell’Utri possa aiutarlo e per farlo debba andare di persona in Libano. Soldi? Ma non si capisce perché non glieli abbia dati direttamente Putin e poi non sarebbe affatto necessario andare sino in Libano per darli. Conquistare appoggi elettorali di potentati locali? E come mai Dell’Utri, che è un italiano, riuscirebbe dove non riesce il personaggio locale? Di che poteri si tratta?

Ora saltano fuori intercettazioni per cui sin da novembre il fratello Alberto parlava correntemente di un piano di fuga di Marcello: siccome le intercettazioni saranno state autorizzate dalla magistratura, come mai si è lasciato che il piano andasse avanti per oltre 4 mesi ed il mandato di cattura non è arrivato subito? E, poi, come mai la polizia non ha predisposto adeguata sorveglianza di un personaggio di quel calibro?

Comunque, l’uomo viene arrestato nel giro di due giorni dalla polizia libanese che lo trova in un albergo di lusso di Beirut (ma non doveva essere in clinica? Adesso gli interventi li fanno in albergo?). A mettere la polizia sulle tracce del fuggitivo sarebbe stata una telefonata che il catturando avrebbe fatto con il suo telefonino. Crederci è decisamente difficile: uno organizza una fuga da Eduard Dantes, mobilitando una rete specializzata di personaggi come Mokbel e poi cade su una fesseria del genere? Come crederci? Peraltro, a quanto pare, l’interessato, all’arrivo della polizia avrebbe detto “Entrate, vi stavo aspettando”, che non è esattamente il comportamento di un latitante che si è tradito. Insomma, almeno un po’ di stupore ci vuole in questi casi.

Parte la domanda di estradizione e gli avvocati preannunciano subito battaglia, facendo notare che il reato per cui il loro cliente è perseguito non è previsto dalla leggi libanesi, quindi l’estradizione non può essere concessa: ma non avevamo detto che non intendeva sottrarsi al mandato di cattura e stava per tornare? Lo so: la faccia non è quel che manca, ma qui facciamo gli straordinari!

Allora, facciamoci qualche domanda. Fuori discussione che Dell’Utri se ne è andato perché non vuole finire in galera (e possiamo capirlo), ma si tratta solo di questo? Perché proprio in Libano? Va bene, in Libano se ne andò anche Felice Riva, il bancarottiere degli anni sessanta, ma è solo perché c’è un bel clima e Beirut è tornata ad essere una città vivace e piacevole? Poi, perché questa serie di sceneggiate sul motivo del viaggio e sull’intenzione di tornare subito rimangiata? Ovviamente nessuno ha creduto per una frazione di secondo che veramente sarebbe tornato, ma allora a che serviva quella patetica bugia sul fatto che si stava curando? E poi, l’errore del telefonino….

Insomma, non mi pare che le cose stiano affatto come ce le stanno raccontando e ci sia un bel polverone intorno alla faccenda, che però deve essere meno semplice dell’ovvia fuga dal carcere di un ricercato eccellente.

Mentre leggevo i giornali sulla questione, mi è tornata alla mente una nota confidenziale del 1975 che trovai al Ministero dell’Interno una quindicina di anni fa, quando lavoravo per la procura bresciana. Se la memoria non mi inganna, la nota partiva da Parigi e diceva di una fornitura di armi per le Br procurata da un signore che, però, il confidente non era in grado di dire con sicurezza se fosse un certo Marcello Dell’Utri, che usava il passaporto di tal Filippo Rapisarda o, vice versa, se fosse il Rapisarda con il passaporto del Dell’Utri. Si precisava, se non erro, che il traffico di armi sarebbe stato operato dal Libano.

Capiamoci: i confidenti di bufale ne raccontano tante per tirare sulla paga, poi la notizia è imprecisa e non si capisce perché uno dovesse usare il passaporto dell’altro. Peraltro, nel quadro dell’inchiesta bresciana la nota c’entrava poco (ci eravamo arrivati solo seguendo il coinvolgimento del brigatista Lintrami con fascisti bresciani proprio nel maggio 1974) e la cosa restò senza sviluppi, per cui non ci sono elementi per valutare la credibilità del pezzo. Però, curiosamente, la nota è più o meno coeva al famoso viaggio di Mario Moretti a Catania, a seguito del quale le Br ebbero la svolta che porterà al caso Moro ecc.

Poi c’è un’altra cosa che non mi convince: diciamoci la verità, questa di Dell’Utri ha tutte le apparenze delle fughe eccellenti della storia nazionale (Roatta, Sindona, Riva, Borghese, Maletti, Gelli ecc.ecc.) quelle in cui lo Stato ed i suoi apparati stendono il tappetino di velluto rosso davanti al fuggiasco.

E l’uscita di Berlusconi sull’improbabile richiesta di Putin? Ci sono due chiavi di lettura possibili: la prima è che l’ex Cavaliere voglia fare credere di contare ancora qualcosa nella politica internazionale e di avere ancora amici importanti, la seconda è che abbia voluto mandare un messaggio in codice a qualcuno. In fondo, se Fi sta crollando e lui deve fare i conti con la marea di sentenze che stanno arrivando, deve pure preoccuparsi di salvare altre cose. Come per esempio le sue aziende sulle quali potrebbero avventarsi molte belve fameliche.

Insomma, si può sapere per bene che sta succedendo?

(14 aprile 2014) [url”Torna alla Home page”]http://megachip.globalist.it[/url]
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