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'Tra l''Europa impossibile e la Nazione impotente'

'Ridefinire il progetto, quando una ''megafauna'' dominerà un pianeta di probabili 10 miliardi di individui, di cui l’Europa tutta sarà solo un risibile 5% [Pier Luigi Fagan]'

'Tra l''Europa impossibile e la Nazione impotente'
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24 Luglio 2015 - 20.47


ATF

di Pier Luigi Fagan.


Dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa
ed i suoi principali stati componenti, si svegliarono in un nuovo,
inedito, mondo. Per la prima volta nella storia, il mondo andava
connettendosi in modo tale da presentarsi come un sistema unico. Per la
prima volta nella storia degli ultimi quattro secoli, l’Europa non era
più il centro del mondo, le proprie diatribe interne non diventavano la
trama che si proiettava sul resto del pianeta e soprattutto, nessun
attore europeo poteva ritenersi vincitore di alcunché avendo tutti
perso, sia la guerra, sia la legittimità culturale a porsi come modello
di riferimento. Il dopoguerra si presentò come una tenaglia che
stringeva una Europa devastata e smarrita, tra la pressione americana e
quella sovietica. 

Successivamente, la globalizzazione rese chiara la
vastità del mondo e fece emergere nuove potenze. Lo stato nazione
europeo, cioè di piccola-media dimensione in un ambiente eccessivamente
frazionato e competitivo, nasce dentro uno scenario eurocentrico ma oggi
lo scenario non solo non ha più centro in Europa ma forse non ha
neanche centro in sé per sé. Da qui, la crisi del concetto stesso di
stato-nazione europeo.


logostatiunitieuropa1Questa crisi oggettiva alimentò le prime
idee sul superamento dello stato-nazione europeo che si posero la
domanda del “come”?  

Le possibili risposte furono di due tipi: una fu
quella spinelliana
ovvero trasformare l’ambiente europeo da anarchico ovvero generatore di
continue guerre, a gerarchico (o auto organizzato), cioè ordinato da un
principio politico federale; l’altra fu quella geo-politica-economica
ovvero prendere atto che nel mondo attuale e futuro, la singola unità
stato nazionale di tipo europeo non aveva alcuna chance di sviluppare la
propria economia e mantenere la propria autonomia poiché troppo piccola
e fragile in rapporto ai problemi del nuovo mondo ed ai principali
player di questo nuovo ambiente. 

Queste due considerazioni furono le
stesse di coloro che, detti “padri nobili” del progetto europeo, si
mossero nel dopoguerra, per costruire il nuovo progetto. Tali “padri
nobili” erano dichiaratamente “elististi” ovvero consapevoli di vedere
cose, nutrire preoccupazioni, coltivare visioni, non condivise a livello
di massa [1]

Di contro però, quelle stesse élite si trovarono in contraddizione con
se stesse dal momento che risultava davvero difficile, anche per loro,
immaginare una reale superamento dello stato nazione. 

Nessuno di loro,
in concretezza, ha mai nutrito reali intenzioni fusionali ovvero
immaginare lo scioglimento concordato e progressivo di quelle stesse
strutture nazionali che determinavano il loro status di élite. Si
convenne così di mettere assieme prima uno o più mercati, poi la moneta [2]

9788804557920gMettere
assieme la moneta significava più che altro togliere la moneta dalla
disponibilità delle varie e conflittuali politiche economiche ancora
separate tra stati [3].


Com’è noto, la Germania , per aderire
al nuovo sistema della moneta unica, pose le sue condizioni: 

a) non si
fanno politiche monetarie espansive (principio di recente derogato da
BCE ma ancor oggi mal digerito dai tedeschi) per paura dell’inflazione
(detta anche “stabilità dei prezzi”) e non si manipolano i cambi; 

b) non
si prestano soldi a gli stati.  

Questa posizione tedesca, non è cosa
recente. Quanto a  politica monetaria è lo standard tedesco dal
dopoguerra, con governi democristiani e con governi socialdemocratici,
ancora prima che esistesse quel qualcosa che noi chiamiamo
“neo-liberismo”. Tecnicamente, è una posizione forgiata negli anni ’30,
intorno ad un gruppo di economisti tedeschi che poi diedero vita ad una
rivista che si chiamava “Ordo” (da Ordnung = ordine) e che non sarebbe
neanche poi così conservatrice in sé, avendo una certa sensibilità
sociale sebbene articolata molto diversamente da come la s’intende nel
liberalismo anglosassone o nelle socialdemocrazie keynesiane.  

9788807103896_quarta.jpg.600x800_q100_upscaleQuesto
significa che i tedeschi, a differenza di tutti gli altri che hanno nel
tempo usato la moneta diversamente, hanno costruito una società ed una
economia in grado di operare al netto di questo uso più tradizionale
della moneta, il che li rende “unici”. Né infatti i britannici, né i
giapponesi, né i cinesi, né gli americani, né alcun europeo
prima dell’euro, ha mai (e mai nessun’altro nella storia) trattato la
moneta in questo modo rigido, tra l’altro perché, la moneta è. in
teoria, esattamente l’opposto essendo un elastico che si tende o
s’accorcia in controtendenza all’andamento dei corsi economici [4].


Se per ipotesi, dovesse formarsi una
maggioranza politica interna all’eurozona, in grado di derogare a quei
due punti (il che porterebbe alla necessità di riscrivere e ri-approvare
daccapo i trattati), la Germania uscirebbe dall’euro

Ma non sarebbe sola. 

Altri paesi infatti la seguirebbero. Costoro,
quelli che nelle cartine degli schieramenti dei falchi e le colombe nei
giorni delle drammatiche trattative con i greci, erano appunto i
“falchi”, sono una periferia tedesca quanto ed economie ovvero hanno
nelle Germania il loro grande centro dispensatore di export ed
acquirente di import. 

Nessuno di questi ha motivi precisi per essere
monetariamente ordo-liberale, né lo è stato prima dell’euro.
Semplicemente, sono con la Germania perché appartengono ad un
sub-sistema di interdipendenze che oltre che economico è anche
banco-finanziario, culturale e forse anche geo-politico. Non c’è nessun popolo da liberare
dentro questo sub-sistema, sia il popolo, sia le sue élite, pensano
così come pensano i tedeschi ed i tedeschi pensano così, sia che li si
prenda nella versione Merkel, sia che li si prenda nella versione
Schulz, sia che li si prenda come popolo, sia che li si prenda come
élite. In un certo senso, questo è il loro “contratto sociale” che
regola la loro convivenza e si fonda su uno strato profondo da cui il
sistema e i modi economici emergono da quelli storici, culturali e
financo religiosi. 

Di-Nolfo-cover-258Stante questo impianto di euro, cioè questa
definizione di ruolo della banca centrale, anche altri popoli,
praticamente tutti, vedono di malocchio il fatto che nel proprio già
ingessato bilancio debbano far posto a presunti trasferimenti di
solidarietà verso chi è più malmesso fuori dei propri confini (anche
dentro i propri confini come si verifica in Italia tra Nord e Sud e non
solo)  e quindi nessuna oggi mancante unione fiscale o
bancaria, sopperirà all’indisponibilità alla comunitarizzazione dei
debiti. 

L’unica comunitarizzazione dei debiti sarebbe possibile se
portata in capo alla banca centrale ma, come detto, la Germania
uscirebbe dal sistema un secondo dopo e con lei la sua galassia.


Si noti che tale questione, a pensarci
freddamente, è anche “comprensibile”. 

Un comprensibile non condivisibile
per opposto interesse e predisposizione. Dacché il trarne
realisticamente le conseguenze: non si possono fare unioni, né monetarie, né fiscali, né economiche in senso più stretto e quindi, politiche, tra i tedeschi (e la loro galassia) e gli altri, cioè noi

Anche volendolo. 

Può darsi che un giorno, i tedeschi recedano da questa
loro atipica posizione o che gli altri si conformeranno con un grado di
minor differenza relativa rispetto ai tedeschi ma quel giorno non è
oggi, né l’immediato domani. 

9788842090106Uniformare la eterogeneità e complessità
dei vari paesi europei all’ordine teutonico, solo perché si aveva la
stessa moneta, farlo senza copiosi investimenti e molto ma molto tempo a
disposizione tenendo realisticamente conto dell’alta complessità data
dalle reciproche differenze strutturali e dando la Germania come
parametro fisso e tutti gli altri come “aspiranti piccole germanie”  Ã¨
stato il problema, il dramma, dell’euro. 

L’Europa dei popoli
è una petizione di principio che sogna una love story con una fidanzata
innamorata di un altro ed a cui tu, oltretutto, forse un po’ servi (se
fai il servo) ma non piaci proprio.


Il processo della presunta e tutta da
dimostrare volontà di unificare gli europei, in più di cinque decenni,
ha quindi prodotto prima un sistema di mercato un po’ più omogeneo
internamente di quanto non lo fosse al suo esterno, poi una valuta
comune, inchiodata ad un trattato (di 23 anni fa), tecnicizzata e resa
amorfa dall’impossibilità di usarla per come normalmente viene usata da
tutte le stato-economie. I paesi non dell’ordine teutonico, hanno avuto
governi liberisti (sia nella versione “popolari”, sia nella versione
“(pseudo)socialisti”) che hanno sfruttato il vincolo posto dai tedeschi,
per escludere in via di principio ogni politica anche debolmente
keynesiana e torcere la propria società verso l’adeguamento strutturale.
Adeguamento strutturale, compiuto in modo forzato e frettoloso, a gli
standard dell’economia globale secondo la visione neo-liberista,
scaricando tutto e solo sulle classi medie e basse, il costo di
adeguamento.  Si arriva così allo stallo odierno.


morgenthauNon si procederà oltre verso le
ipotetiche unioni fiscali e bancarie, sino a che non si porterà ad un
più alto grado di omogeneità, la struttura economica delle singole
nazioni parti del progetto. 

Omogeneità auspicata che però è in
drammatica contraddizione ed attrito con le condizioni di partenza:
forme molto eterogenee, situazioni debitorie ereditate dal passato,
mentalità del tutto diverse, opinioni pubbliche del tutto distanti sia
dal processo che dalle sue ragioni di fondo, sostanziale non
funzionamento di molte economie quindi di molte società nazionali
impedite al ricorso ad una propria politica monetaria tradizionale così
come fa qualsiasi altra economia-stato in un mondo sempre più complesso e
difficile. 

Il progetto euro, forgiato in piena “fine della Storia” con
indici di crescita generalizzata non ha fitness con un oggi di piena
ripresa dei corsi storici e generalizzata decrescita (o crescita
apparente). 

Da ultimo, il vero e proprio “scandalo” della trattativa
eurocrazia-Grecia e del come è stata condotta davanti a gli occhi
esterefatti delle opinioni pubbliche, risvegliate dal coma retorico che
circondava il concetto di euro e di Europa. 

Di
tutti questi problemi che si pongono di traverso alla continuazione del
processo di adeguamento strutturale, il più decisivo e quello di cui le
élite, prese da una sorta di furore ideologico ottenebrante , non hanno
tenuto debitamente conto, è il “non funzionamento”. 

Le società-paese,
dilaniate da bassi salari e bassa occupazione, da precarizzazione e
riduzione delle politiche sociali, hanno prodotto anticorpi politici che
mediamente pesano un quarto del corpo elettorale ma che come nel caso
greco (Syriza), come minaccia di esser anche la Spagna (Podemos) e forse
anche l’Irlanda (Sinn Fein), hanno davanti a loro quella crescita che è
alimentata dalla non crescita economica e dagli attriti
dell’adeguamento strutturale a tappe forzate. Tanto più crescerà e si
diffonderà la resistenza all’adeguamento strutturale, tanto prima la
Germania e la sua galassia se ne andranno per conto loro.


Gli “anticorpi politici” al processo di
adeguamento strutturale portato avanti dalle élite europee, si dividono
in due sottogeneri: 

a) una diversa interpretazione di Europa

b) il rifiuto di ogni difficoltà di composizione di un qualsivoglia processo di unificazione europea, il ritorno alla piena sovranità nei confini nazionali, quindi alla propria moneta.


La prima posizione, la posizione diciamo
di “Europa democratica e di sinistra” (solidale, comunitaria,
keynesiana, democratica) prende il setting delle due formazioni europee
(l’eurozona a 19 e l’Unione a 28) e le immagina ordinate in modo
alternativo ed opposto a quello espresso dalle élite
neo-liberiste/ordo-liberiste. 

kantInvero, sul punto si fa una certa
confusione poiché si nota solo il disegno neo-liberista e non si nota
invece il blocco concettuale monetario imposto dalla Germania per
aderire al processo. Si pensa quindi possibile, in base ai rapporti di
forza politici oggi decisamente perdenti per chi coltiva questa
idea di “altra Europa” ma sempre passibili di teorica inversione,
mantenere il sistema ma interpretarlo diversamente. 

Durante le
drammatiche trattative greche di Bruxelles, Juncker ha avuto gioco
facile a dire che i pronunciamenti della democrazia greca (il No al
referendum) andavano certo rispettati ma mediati con quelli delle altre
18 democrazie. 

C’era certo della falsa argomentazione relativamente a
deduzioni di pronunciamento delle altre “democrazie” che in realtà non
si sono espresse direttamente sul problema ma c’era anche qualcosa di
più solido e concreto perché  molto verosimilmente, il blocco del nord
esprimeva una stessa posizione, stessa delle élite e della maggioranza
del popolo. 

Al di là poi della contingenza, questa posizione dovrebbe
interrogarsi sul fatto che, per invertire i rapporti tra élite e popolo è
quantomeno necessario un profondo cambio di paradigma da
monetario-economico a politico. Il primo problema è che i criteri di
composizione di una unione monetaria non sono i criteri di composizione
di una unione politica ed in fondo, neanche i criteri di una unione
economica. Ciò che è teoricamente compatibile nella ipotesi moneta
unica, non lo è necessariamente per l’unione economica (e ne vediamo la
conclamata dimostrazione nei malfunzionamento economico dell’euro), né
tanto meno per l’unione politica a partire dall’insolubile problema di
deficit di una opinione pubblica stante la reciproca incomprensione
linguistica. Niente popolo, niente opinione pubblica, niente democrazia.


Inoltre, credo si sia talmente immersi in un sonno dogmatico facilitato dal fatto che realmente l’unione politica
non la vuole davvero nessuno, da non accorgersi che essa non ha un
piano teorico a cui riferirsi e non ha nessuna immediata possibilità di
esser approntata, non ha alcun “popolo” che la sostiene davvero. La
stessa idea di unire da zero, 19 stati nazione di origine europea, stati
del nord e del sud, occidentali ed orientali, grandi e piccoli,
prospicienti l’Eurasia e prospicienti il Mediterraneo, se ci ferma un
attimo a pensarla seriamente, risulta del tutto infondata. Anche gli
studi di fattibilità per il TAV hanno un volume di parole e cifre
scritte su carta ben maggiore di quelle che dovrebbero dettagliare chi,
come, quando, in che modo e perché dovrebbe unire 19 o peggio 28
differenti stati-nazione. La stessa produzione teorica sull’argomento è
impressionantemente scarsa. 

Ci si renda conto che il Manifesto di
Ventotene
è un documentino di poche decine di pagine, che molti forse
non hanno neanche letto, che dice assai poco, lo dice male, lo dice come
reazione all’anarchia conflittuale della politica internazionale sub
continentale e proviene da un punto di vista di settanta anni fa

41H-owgD-oL._SY344_BO1,204,203,200_Infine, ogni ipotetica reale comunitarizzazione nel sub-continente,
dovrebbe risolvere il problema delle reciproche partite debitorie e
l’unico modo di farlo davvero è portare tutti i debiti dentro una
clearing union gestita dalla banca centrale, solo che a questo punto,
come detto, la Germania e con lei la galassia del nord, lascerebbe la
compagnia.  

Dettagliando
meglio il significato di “altra Europa” di modo da farlo uscire dal
limbo delle petizioni di principio, si scoprirebbe, che semplicemente,
Europa al singolare, è solo e solo può esser il nome geografico di una
sub-continente. Le europe reali sono plurali e così quelle possibili di
evolvere a possibili unioni. 

Già oggi ci sono più di 40 stati in
geografia politica, 28 in una forma debole di coordinamento, 19 in una
forma stretta di coordinamento monetario. Occorre filtrare le europe possibili
dentro una griglia di chiare e dettagliate intenzioni politiche,
geopolitiche, economiche e culturali prima di stabilire il setting di
una possibile, vera unione politica tra le più parti di questo
eterogeneo universo.


Bisogna farlo perché più che il rischio
della guerra (mentre quello del grande ritorno delle nazioni e dei
conseguenti nazionalismi è assai meno improbabile), c’è la certezza di
trovarsi in un nuovo ambiente in cui,  con la prossima decuplicazione
della popolazione mondiale [5],
si sarà creata una paurosamente ampia inflazione di complessità. Il
mondo non è più quello del dopoguerra e men che meno quello dell’inizio
secolo se non del XIX secolo, secolo da cui provengono tanto
l’ideologia liberal-capitalista, quanto la sua negazione-critica
marxista. 

La reazione semplificata del secondo punto di vista, quello
“sovranista”, per la quale all’esproprio monetario condotto da perfide élite neo–liberali
bisogna rispondere col più classico dei simmetrici contrari ovvero con
il ripristino della sovranità monetaria sotto il controllo politico
degli interessi vagliati democraticamente, agisce dentro una schema
riduzionista, tutto interno al “noi”. 

Ma i problemi, oggi, non sono solo
a quale “noi” riferirsi in senso astratto ma a quale ambiente questo
“noi” dovrebbe opporre la propria sovranità. Questo riflesso che ha
molta logica intestinale e non a caso è soggetto all’attributo di
populismo (per quanto vaga ed ambigua sia questa categoria) ragiona come
se il tempo non fosse trascorso ed il mondo che è e sempre più sarà,
fosse reversibile ai “Gloriosi Trenta” del dopoguerra.


cops3E’
un fatto che la pattuglia di quei paesi europei, una volta al top della
classifica del G8, sia regredita al punto da modificare la categoria
che è passata al G10 o al G20 per dissimulare questo crollo di peso
relativo. Questo crollo di peso relativo ha significati economici,
demografici, politici, militari, culturali, ambientali oltreché
finanziari e valutari. 

Nell’ambito della politica internazionale,
esistono teorie riduzioniste (che vedono problemi solo a partire dall’interno degli stati o delle economie di certi stati) e teorie sistemiche
(che vedono problemi nelle relazioni tra gli stati o tra le economie
degli stati ma anche che vedono effetti sistemici sulle parti che non
sono prerogative delle parti stesse) [6]

Il crollo dello stato nazione europeo è di natura prevalentemente
sistemica. La semplice contabilità della popolazione degli stati più
importanti oggi (Cina, India, USA, Russia, Brasile Giappone, sono tutti
più grandi del nostro più grande che è la Germania), la loro
spumeggiante demografia di contro a quella depressa del sub-continente, 
l’analisi del loro contesto (quanto spazio di relazione hanno intorno a
loro), la potenza di avere grandi mercati interni e prospicienti,
quindi grandi aziende, quindi molto income fiscale da devolvere ad
esempio alla ricerca (ed anche ricercatori stante che i piani di
sviluppo cinese puntano a sfornare quasi 200 milioni di studenti usciti
da college ed università, nell’immediato futuro, due terzi di tutta la
popolazione dell’eurozona), la loro eventuale potenza militare, la
dotazione di materie prime, l’essere in molti casi nella fase di prima
crescita quando quelle europee sono tutte economie più che mature, la
sopravanzante possibile espansione culturale, la varietà dei vari regimi
politici che esprimono,  dicono del venirsi a formare di una plurale
megafauna che dominerà un pianeta di probabili 10 miliardi di individui,
di cui l’Europa tutta, sarà solo un risibile 5%. 

Anche solo sedersi ad
un tavolo per discutere i regolamenti bancari, piuttosto che le
politiche ambientali, il dirimere le questioni geopolitiche, migratorie,
nucleari, sarà precluso a chi conta meno di niente. In questo contesto,
avere una banca stato nazionale che stampa valuta sarà come il poter
decidere che vestito mettersi per uscire a dar battaglia con la fionda
contro le bombe atomiche.


Nessuno-controlla-il-mondo1Se
quindi dobbiamo muoverci in avanti, così come furono costretti i
francesi poi gli inglesi, poi gli spagnoli nel XV secolo quando si capì
che il frazionamento feudale doveva esser ricomposto ad un più alto
livello di sintesi che è quello che determinò la nascita dello
stato-nazione (che alcuni, erroneamente, considerano  una invenzione del
capitalismo del XIX secolo), dobbiamo porci il problema di quale nuovo
veicolo istituzionale inventare. 

Tale veicolo, è evidente ormai a
tutti,  non può essere un marcottage sclerotico di “diversi” uniti da un
vincolo monetario, né una blanda unione economica e non potrà essere
tantomeno l’isoletta nazionale. Dovrà per forza di cose essere una unità stretta di tipo politico, quindi fiscale e legislativo, quindi militare che, per la storia dell’Europa, non potrà che essere federale

Ma se è anche evidente che non si può unire partendo da zero, venti o
peggio trenta paesi, l’uno profondamente diverso dall’altro [7]
occorrerà procedere per gradi progressivi di possibilità. 

Se si
analizzano questi gradi, una certa qual similarità culturale,
linguistica, economica e di comune interesse geopolitico sarà altresì
necessaria. Si arriverà quindi a scuoterci dal bivio dogmatico “Europa
dei popoli” vs “Sovranità nazionali”, bivio imposto da chi ha promosso
l’unione monetaria ed oggi dai più accettato come fulcro del problema di
tutti i problemi e si scoprirà che il ragionamento approda altrove: ad una unione federale democratica dei paesi latino-mediterranei, ad una federazione democratica dei paesi del Nord Europa, ad una federazione (se vorranno farla) dei paesi balcano-danubiani [8]

Queste federazioni potranno poi, a loro volta, stringere patti di
coordinamento, di scambio, di cambio ma ciò che è importante, è l’idea
di iniziare la costruzione di  nuovi soggetti geo-storici basati su
solidi pre-requisiti di possibilità. Uno di questi non ha nulla a che
fare con la moneta o con l’economia ma con quella cosa che condizionò la
precedente formazione dello stato europeo, la nazione, ovvero un “germe
di popolo” che tale è primariamente se s’intende nel comune discorrere,
ovvero, se parla una lingua simile. 

Nel nostro caso specifico,
l’insieme delle lingue neo-latine o romanze, lingua senza la quale non
c’è discorso politico di massa, senza il quale non c’è democrazia, senza
la quale non c’è alcuna unione possibile nell’Europa del secondo
millennio.


R240052936Solo
dopo, popolari, socialdemocratici, conservatori, progressisti, destre e
sinistre di varia foggia, potranno disputarsene l’egemonia politica. 

Prima ancora, è il puro e semplice realistico interesse di spagnoli,
francesi, italiani, portoghesi, maltesi, ed anche ciprioti e greci [9], il puntare alla creazione di un nuovo stare assieme per mantenere una
qualche condizioni di possibilità di autonomia in un mondo in cui
dominerà la megafauna.  

La federazione mediterranea
conterebbe poco più di 200 milioni di cittadini, la seconda o forse
terza economia per Pil, una posizione di leadership produttiva in molti
settori (alimentare, turismo, beni di lusso, etc.), una più che discreta
autosufficienza, una cultura alta e bassa ampiamente comune, interessi e
prospettive geo-politiche comuni (il Sud America, l’Africa), una
potenza atomica con seggio permanente al Consiglio di sicurezza
dell’ONU, problemi comuni urgenti come le migrazioni mediterranee e la
stabilizzazione del mondo islamico, la stessa necessità di una banca
centrale soggetta al potere politico democratico, attenta al cambio e
prestatore di ultima istanza [10]

Tale soggetto geopolitico potrebbe anche prendersi carico della
necessità di dare un futuro meno anglosassone al concetto di Occidente e
nello specifico, emanciparsi dalla tutorship americana che sempre più
sarà impregnata nella impossibile partita di difesa della sua leadership
planetaria. 

Partita che non si vede che interesse debba avere per noi
che viviamo qui col problema arabo o africano, che non abbiamo motivi di
attrito con russi e cinesi, che avremmo vantaggio a porci come popoli
antichi e saggi che ripudiano le guerre ed amano la vita tranquilla,
amici di tutti, servi di nessuno.  

Il mondo già è, e sempre più sarà,
multipolare, ma per non subire le altrui determinazioni bisognerà esserne uno dei poli.
L’autonomia che è l’essenza della democrazia, si ri-ottiene a partire
dal pensiero. 

Non si può e non si deve subire il modo di porre il
problema da parte di chi ha pensato la soluzione dal suo punto di vista.
Il nodo del cambio di paradigma da monetario-economico a politico,
nell’Europa a 19, con la Germania e suoi satelliti, è impossibile
da sciogliere. 

Data questa impossibilità, rimbalzare meccanicamente
secondo la partizione della logica dialettica al suo contrario, il
ritorno allo stato-nazione in cerca di orgogliosa autonomia, è
condannarsi all’impotenza ed alla certa, totale,  futura eteronomia.


La soluzione alla crisi dello stato-nazione europeo è nella logica realistica dell’interesse geo-storico. L’unico pennino con cui la Storia scrive se stessa.

NOTE

[1]
Questo dimostra la debolezza sostanziale delle nostre democrazie. Che
il “popolo” non vedesse e non veda questi problemi non è sintomo del
fatto che le élite tramano nel buio del loro egoismo interessato ma
sintomo del fatto che i “popoli” vivono in un microcosmo protetto in cui
rimangono ignari dello stato oggettivo delle cose che contano davvero.

[2]
Sulle origini dell’euro, sulle preoccupazioni di Mitterand per la nuova
Germania riunificata molto si è detto. Qui consideriamo la vicenda in
un senso più generale.

[3]
Esistono anche interpretazioni più elitiste ovvero quelle che
immaginano una sorta di accordo di alcuni cospiratori tutori degli
interessi capitalistici europei ed internazionali che disegnarono a
bella posta, una sorta di struttura che rovesciasse il primato politico
democratico in favore delle dinamiche economiche e banco-finanziarie.
Tra il probabilmente ed il sicuramente vi furono anche di questi
interessi organizzati ma tale visione tende ad occultare il problema
della crisi del concetto di stato-nazione europeo che noi riteniamo
“oggettiva”. Occultandolo ne conseguono la possibile reversibilità e ne
concludono in favore di ipotetiche teorie dell’autonomia monetaria in
una lettura tutta monetarista della complessità del mondo.

[4]
Si noti il fatto che la politica monetaria nel concetto ordo-liberista è
profondamente diversa da quella del concetto neo-liberista. In comune,
le due impostazioni hanno (in economia) il primato del libero mercato
come unico ordinatore del fatto economico ma mentre la prima
impostazione, in economia monetaria ha generato l’euro, la seconda ha
generato Greenspan.

[5] Decuplicazione dal 1850 (1 miliardo) al 2050  (10 miliardi).

[6] Kenneth N. Waltz, Teoria della politica internazionale, Il Mulino, Bologna, 1987

[7] Il presunto concetto “Stati Uniti d’Europa”
è la più classica delle false analogie. A parte il fatto che gli Stati
Uniti si forgiarono nella fucina bellica prima di una guerra
d’indipendenza e poi di una guerra civile, la popolazione interessata
all’avvenimento era di poche decine di milioni di individui e non di
centinaia, non avevano una lunga tradizione storica divergente,
parlavano la stessa lingua ed avevano la stessa religione, vivevano in
un sterminato ambiente ricco di possibilità e condussero i
loro rivolgimenti storici urtando solo quelli dei britannici, senza cioè
l’influenza interessata di molte altre potenze che vedrebbero la
nascita di una nuova euro-superpotenza planetaria, con occhio certo meno
indulgente.

[8]
Una delle stranezze poco notate dell’attuale dibattito euro-Europa, è
che esso è per lo più condotto da economisti. Gli economisti vanno
benissimo in sede analitico-critica (ed anzi, come ha sottolineato E.
Brancaccio, se si parla di questo oggetto che almeno ci sia la
sufficiente, minima, conoscenza di ciò di cui si sta parlando)  poiché
l’oggetto di discussione è una moneta ed i suoi riflessi economici ma
non si vede cosa possano dire di particolarmente sensato, gli
economisti, quando si debbano aggiungere le necessarie considerazioni
politiche, geo-politiche, storiche e culturali. L’idea di tre aree
valutarie-economiche-politico/federali è stata comunque espressa anche
da economisti, Bruno Amoroso tra tutti (qualcosa di simile si trova
anche in L. Vasapollo ed altri ancora).

[9]
I greci non sono neolatini ma possono colmare il gap in tempi
ragionevoli come già l’hanno colmato con una diffusa conoscenza della
lingua inglese. E’ più facile incontrare un greco medio che parla una
qualche primitiva forma di inglese che un italiano o un francese medio.

[10]
La crisi dello stato nazione europeo ha anche un altro sintomo, quello
delle ipotetiche secessioni ed autonomizzazioni (scozzese, catalana,
corsa o alto-atesina, fiammingo-vallona etc.). L’idea delle federazioni
potrebbe andare incontro a questa reazione localista, poiché le
federazioni sono ben in grado di concedere un certo concreto grado di
autonomia alle parti pur rappresentando un ordine comune di livello
superiore al singolo stato. Del resto, le considerazioni fatte per
l’insostenibilità dello stato-nazione europeo valgono a maggior ragione
per la Scozia o la Catalogna sovrana a meno di non farle diventare tutte
paradisi fiscali come il Liechtenstein ed il Lussemburgo. Del resto,
l’idea di una federazione di ex stati si coniuga alla perfezione col
concetto di regione, così come il concetto di democrazia partecipata e
diffusa.

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