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Utopia concreta

Ricucire la stoffa dell’umano. Un’intervista a Roberto Mancini su dignità, democrazia e sostenibilità. [Paolo Bartolini]

Utopia concreta

Redazione

13 Dicembre 2015 - 22.00


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di Paolo Bartolini

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È da poco uscito, per le edizioni Franco Angeli, il nuovo libro del filosofo Roberto Mancini [url”Ripensare la sostenibilità. Le conseguenze economiche della democrazia”]http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=23055[/url] (2015; pp. 173; € 23). A nostro avviso questo testo rappresenta un raro esempio di utopia e concretezza, un ottimo strumento per inquadrare l’insostenibilità complessiva del capitalismo globale e per tracciare percorsi possibili di alternativa reale alla mercatizzazione integrale dell’esistenza. Il prof. Mancini ha gentilmente accettato di rispondere alle nostre domande, emerse da una prima lettura del volume. (p.b.)

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In questa nuova opera ha proposto, per superare il paradosso insito nel concetto di “sviluppo sostenibile”, di separare nettamente lo sviluppo umano dalla crescita economica e di estendere la sostenibilità, oltre al versante ambientale, a quello antropologico e sociale. Nel procedere al ripensamento di queste categorie ha inoltre ipotizzato la presenza di varie forme di entropia, che non riguardano solo la dimensione fisica della vita collettiva, ma anche quelle sociale, psichica e morale. Può descriverci brevemente natura ed effetti di queste entropie?

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Anzitutto preciso che il concetto di sviluppo ha esso stesso un valore relativo e va ricompreso nella prospettiva di un’economia degli equilibri (nella società, con la natura) e dei processi di armonizzazione. Neppure lo sviluppo è un fine in sé, il fine è l’armonia. Le entropie sono molte perché molte sono le dimensioni della vita che è soggetta alla dispersione dell’energia e all’aumento del disordine. L’entropia sociale spezza o corrode i legami tra persone e tra gruppi, genera squilibri che mettono a repentaglio la coesione delle comunità umana e innalzano il ruolo della violenza nella logica sistemica di organizzazione della società. L’entropia psichica riguarda i costi emotivi e cognitivi nonché le deformazioni nella configurazione della personalità. Si delinea un nuovo individualismo che gioca tutto sulla frammentazione dell’identità delle persone, che vivono molti ruoli funzionali cercando qualche sicurezza o gratificazione in tali spazi ma pagando il prezzo della perdita della continuità della loro identità profonda. L’entropia morale è evidente in due fenomeni: la teorizzazione diffusa e banale dell’impossibilità di distinguere tra bene e male, per cui non solo tutto è relativo, ma di fatto tutto diventa lecito, e la tendenza a fare eccezione per se stessi rispetto a regole che gli altri, secondo noi, dovrebbero rispettare. L’effetto complessivo è quello non solo della banalità del male (Hannah Arendt) ma anche della sua banalizzazione (Christophe Dejours), per cui ciò che in effetti è male (per esempio trattare le persone e il lavoro come merce) diventa nornale.

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Contrariamente a Serge Latouche lei sostiene da sempre la possibilità che l’economia torni a giocare un ruolo costruttivo tra le discipline umane, abbandonando qualsiasi pretesa di assolutezza e mettendosi al servizio di un ampio progetto di democratizzazione. Può spiegarci l’importanza dell’etica e del giudizio morale in questo cammino di conversione?

Uscire dall’economia, secondo lo slogan di Latouche, significa di fatto smettere di credere nella Crescita come mito fondatore delle nostre attività e preoccupazioni. Di fatto invece l’economia come sfera delle attività volte alla riproduzione delle condizioni materiali della vita della società evidentemente resta ed è necessaria. Il punto è che sia un’economia di servizio e un’economia degli equilibri (sociali, naturali, etici). Lo studio dell’economia, allora, deve aprirsi sia ai saperi delle scienze naturali, sia ai saperi delle scienze umane. E soprattutto deve lasciarsi orientare da una conversione etica, nel senso che il pensiero deve “svoltare” andando verso il criterio della dignità umana, del valore della natura e del bene comune che comprende entrambi. Così si scoprirà che l’ “etica” è anche una forza, un’energia che consente di capire ciò che è inaccettabile e di trovare strade per realizzare ciò che è giusto e benefico.

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Una delle chiavi più feconde di questo suo libro va rintracciata nel concetto aperto di laicità. Lei lo impiega denunciando gli estremi del fondamentalismo religioso e della neutralità ipocrita in materia di scelte che riguardano la dignità delle persone. Ci aiuti, per favore, a far luce sulle caratteristiche essenziali di questa laicità che tende verso una inedita “spiritualità del compimento”.

C’è una laicità puramente reattiva e in fondo ideologica tanto quanto il clericalismo, che vale come concezione antireligiosa, oppositiva. Poi c’è una laicità intesa come neutralità, che chiede a tutti di lasciare in un cassetto le loro convinzioni profonde sulla vita. E’ una sorta di privatizzazione delle coscienze. La laicità più promettente, a mio avviso, significa invece corresponsabilità di tutti per il bene comune, nella quale ognuno porta le proprie convinzioni profonde. L’importante è il modo in cui le porta: non aggressivo e fondamentalista, ma dialogico, pronto a riconoscere la pari validità delle convinzioni degli altri. Non basta però l’apertura reciproca. Il passo ulteriore è arrivare a condividere una fede nella comunione, che nulla toglie alle fedi o agli ateismi di chiunque. La fede nella comunione e l’idea che la vita tenda al suo compimento come vita riuscita, sensata, e non sia fatta per la morte, danno il senso dell’orientamento spirituale essenziale alternativo a quello, necrofilo e nichilista, tipico del capitalismo.

I suoi ultimi lavori (tra i quali ricordiamo, sempre per la Franco Angeli, [i]Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche[/i], 2014) insistono sull’opportunità di immaginare una trasformazione del mondo che, lungi dalle false soluzioni del riformismo e del rivoluzionarismo, ci traghetti oltre la società di mercato e la sua economia di morte. Può approfondire, a tal proposito, il concetto di “necronomia” e il senso odierno di un percorso di superamento del capitalismo?

La necronomia è una struttura di pensiero e poi di organizzazione dell’economia che assume la morte come verità e criterio della vita, per cui in tale orizzonte è del tutto normale sacrificare (cioè infliggere forme di morte, fino alla morte fisica) persone, popoli e natura per il funzionamento del sistema. Non per niente le conseguenze dell’economia globalizzata sono di natura distruttiva, a partire dalla “crescita”, che è appunto una crescita nella distruzione. Superare il capitalismo, perciò, richiede la convergenza di una svolta spirituale che orienti le persone e le isituzioni verso una vita buona condivisa e non verso la morte, di una svolta culturale e politica che sviluppi la nozione di democrazia quale forma di società, e di una svolta metodologica, che porti a una via alternativa costruita mediante l’integrazione dei molti modelli di economia diversi da quello capitalistico.

Le domando infine, senza troppi giri di parole, cosa pensa della situazione politica italiana e degli scenari europei, soprattutto dopo la resa forzata del governo greco alle politiche di austerità, l’acuirsi dell’emergenza migratoria e l’esplosione della minaccia terroristica.

Mi pare che la situazione stia peggiorando molto, prevedibilmente, a causa dell’assenza di soggetti di democrazia (popoli, istituzioni, governi, organismi mondiali) adeguati ad affrontare la radicalità delle sfide emergenti nello scenario della mondialità attuale. L’Italia e l’Unione Europea sono perse dentro la delirante narrazione liberista della realtà e intanto la politica diventa sempre più autoreferenziale, incapace di dare risposte e persino nociva. Non ci vuole molto a prevedere, tra l’altro, il probabile ritorno dei fascismi in Europa, in versione aggiornata (anti-islamica, anti-finanziaria, xenofoba, ecc.). L’Unione Europea, in particolare, è diventata una macchina impersonale che strangola i popoli e sradica la migliore tradizione della cultura europea, che aveva in sé le energie per imprimere una svolta di ulteriore democratizzazione dopo la stagione delle riforme civili e sociali tra il 1968 e il 1978. Si può dire che l’Unione Europea ha espulso l’Europa, oltre a tutti i migranti che respinge verso la morte. Perciò – oltre al lavoro culturale, educativo, sperimentale nelle iniziative di altreconomia dal basso – è quanto mai urgente il lavoro di una ricostruzione della politica come strumento della democrazia. E’ un lavoro molto complicato, per cui esistono margini di manovra ristrettissimi. Ma questi spazi si possono riaprire nella misura in cui rinasce l’esercizio dal basso di una cittadinanza informata, critica e organizzata. Con un criterio molto preciso: non basta la lotta anti-casta o la difesa ecologica del proprio territorio, occorre la chiara consapevolezza che bisogna sconfiggere la peste rappresentata dal liberismo che, tradotto in sistema globale, sta soffocando le nostre vite.

(13 dicembre 2015)

Roberto Mancini è ordinario di Filosofia teoretica all”Università di Macerata. Inoltre insegna Economia Umana e Sviluppo sostenibile nell”Accademia di Architettura dell”Università della Svizzera Italiana a Mendrisio. È autore di numerosi volumi ed è editorialista della rivista [url”Altreconomia”]http://www.altreconomia.it/site/[/url].

[url”Torna alla Home page”]http://megachip.globalist.it/[/url]

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