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Istanbul: un parco, un popolo, una rivolta

A Taksim si sono uniti in una stessa lotta curdi ed aleviti, comunisti e studenti, ultras e sindacati e lo stesso si è ripetuto ad Ankara, Izmir, Adana ed in tante altre città.

Istanbul: un parco, un popolo, una rivolta
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4 Giugno 2013 - 13.48


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di Francesca La Bella

Centinaia di manifestazioni in
tutta la Turchia, migliaia di arresti e feriti, alcuni morti accertati,
ma mai confermati da fonti governative. Numeri che ci parlano di un
Paese in rivolta contro il suo Governo, dati incoerenti con il racconto
di una protesta nata per salvare gli alberi di Gezi Park, polmone verde
al centro di Istanbul. Gli eventi di questi giorni diventano, invece,
maggiormente comprensibili se si guarda al contesto generale dal quale
questi fatti sono scaturiti.

Il gigante turco è, infatti, in una fase molto delicata della sua esistenza a
causa della necessità di accreditarsi come alleato affidabile per
Europa e Stati Uniti (soprattutto rispetto alla crisi siriana) e come
modello per la transizione dei Paesi limitrofi investiti dai venti della
Primavera Araba. Parallelamente, a livello interno, l”avvicinarsi delle
elezioni presidenziali di agosto 2014 ha indotto il Governo dell”Akp
(Partito per la giustizia e lo sviluppo) ad intraprendere progetti di
ampio respiro in campo economico, politico e sociale.

In questa direzione vanno il piano di pace concordato con il PKK,
le nuove leggi sulle effusioni in pubblico e sugli alcolici e i piani
di riqualificazione urbana come quello che riguarda Gezi Park. La
commistione tra il piano internazionale e il piano interno, in questo
senso, risulta chiara: modernizzare e liberalizzare l”economia per
favorire gli investimenti esteri; modellare la società sulla base di un
islamismo soft per riconquistare consensi a livello interno rassicurando
gli alleati sulla legittimità del proprio potere; risolvere
problematiche destabilizzanti senza perdere troppi consensi per poter
ridirezionare le proprie forze di sicurezza verso l”esterno anziché
verso l”interno.

Ciò che non poteva essere previsto era la reazione popolare a tutto questo. Sarebbe
stato molto più semplice per il Governo di Recep Tayyip Erdogan se le
proteste fossero state organizzate da curdi o da piccoli gruppi
comunisti rivoluzionari. La repressione nei loro confronti sarebbe,
probabilmente, passata sotto silenzio o sarebbe stata catalogata come
“difesa dello Stato” da forze “insorgenti e terroriste”, come da molti
anni avviene. Così non è stato.

Dalle manifestazioni per il
primo maggio a quelle a seguito dell”attentato a Reyhanli, dai cortei
contro il nuovo decreto sugli alcolici a quelli per Gezi Park e contro
la violenza della polizia, la composizione delle manifestazioni è stata
estremamente eterogenea tanto che nessun partito politico, fino ad ora,
ha potuto arrogarsene la paternità. Sicuramente una delle componenti
della protesta è quella destra di tradizione kemalista che non ha mai
accettato il Governo Erdogan e le sue politiche di de-laicizzazione
dello Stato turco, una forza conservatrice ancora sostenuta da buona
parte dell”esercito (alcuni militari hanno espresso la loro solidarietà
alla rivolta) e da quelle élite che hanno perso, con l”avvento dell”Akp,
buona parte dei loro privilegi. C”è, però, molto altro in quelle piazze.

A Taksim si sono uniti in una stessa lotta curdi ed aleviti, comunisti e
studenti, ultras e sindacati e lo stesso si è ripetuto ad Ankara,
Izmir, Adana ed in tante altre città sparse per il Paese.

Per quanto Erdogan continui a parlare di collegamenti esteri dei
rivoltosi e di frange estremiste, le prese di posizione della società
civile locale incrinano minuto dopo minuto la tesi proposta dal Primo
Ministro. Le maggiori università di Istanbul hanno posticipato gli esami
di fine anno accademico a causa della particolare gravità della
situazione attuale, una moschea nel quartiere di Besiktas (Istanbul) è
stata trasformata in infermeria da campo e il sindacato turco dei
lavoratori del settore pubblico (KESK) ha chiamato allo sciopero
generale contro il Governo per il 4 e il 5 giugno.

La linea di separazione tra Governo e opposizioni, pur avendo anche una
componente di conflitto tra laicità e religione (dello Stato e non del
singolo), è diventata, in questi giorni, una frattura vera e propria tra
Potere e Popolo, una contrapposizione di classe. In un Paese in cui il
PIL cresce ai livelli delle economie BRICS (Brasile, Russia, India,
Cina, Sud Africa) tanto da far pensare ad un ingresso di Ankara nel
novero di quest”ultimi nel breve periodo, le disuguaglianze aumentano
proporzionalmente.

La forbice tra molto ricchi e molto poveri
è in continuo aumento e il coefficiente di Gini (indicatore della
disuguaglianza della distribuzione del reddito) è cresciuto ogni anno a
partire dal 2009, dimostrando che “lo sviluppo” è andato a favore di
pochi e a discapito di molti.

L”opposizione alla costruzione
a Gezi Park di un centro commerciale e di una Moschea non nasce,
dunque, solo da una semplice (anche se degna) lotta ambientalista. Nasce
dalla volontà di sovvertire il sistema dei valori di una nazione turca
ormai incapace di leggere e di soddisfare i bisogni e le necessità dei
propri cittadini. Nasce dalla volontà di impedire la svendita della
storia e della cultura del proprio Paese al grande capitale, nazionale
ed internazionale. Nasce dalla voglia di far sentire la propria voce,
una voce troppo spesso repressa con lacrimogeni, violenza ed arresti di
massa.

Fonte: http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=76849&typeb=0&Un-parco-un-popolo-una-rivolta.

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