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Letta e la fine del Ventennio

«La cultura della sinistra è da tempo il luogo di riproduzione simbolica del capitale...». [Diego Fusaro]

Letta e la fine del Ventennio
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21 Ottobre 2013 - 13.44


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di Diego Fusaro

“Si è chiuso un ventennio”: è quanto sostenuto dal premier Enrico Letta non molti giorni addietro, durante l’intervista di Maria Latella su Skytg24.

Purtroppo Letta si sbaglia: e si sbaglia perché lui stesso e il suo partito sono pienamente organici – in senso gramsciano – alla stessa visione del mondo di Berlusconi e del suo schieramento. Più precisamente, portatrici della stessa visione ultracapitalistica del mondo, destra e sinistra accettano oggi in maniera ugualmente remissiva la sovranità irresponsabile di organismi economici sistemici (dal Fondo monetario Internazionale alla Banca Europea), che svuotano interamente la decisione politica, costretta a una funzione meramente ancillare. Nella forma della pura gestione dell’esistente, la politica e la democrazia non fanno altro che ratificare quanto viene autonomamente deciso dalla sapienza infallibile degli economisti, dalle multinazionali e dal mercato divinizzato.

Quale ventennio, dunque, sarebbe finito? Quello di Silvio Berlusconi come uomo politico? Può darsi. Non certo lo spirito del tempo neoliberale, giacché di esso si sostanziano in egual misura Berlusconi e il partito di Letta, ossia il tragicomico serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD, che dalla lotta per l’emancipazione di tutti è oggi passato armi e bagagli a difendere le ragioni del capitale finanziario globalizzato.

La cultura della sinistra è da tempo il luogo di riproduzione simbolica del capitale: nichilismo, relativistico, distruzione dei retaggi borghesi, difesa dei diritti civili per rimuovere la difesa di quelli civili, ecc. Da Carlo Marx alla signora Dandini, da Antonio Gramsci a Massimo D’Alema: la parabola sta tutta qui. Farebbe ridere se non facesse piangere: è, come già più volte ho ricordato su queste pagine, una tragedia politica e sociale di tipo epocale.

Nella sua vera essenza di protesi di manipolazione simbolica del consenso e di addomesticamento organizzato del dissenso, la dicotomia tra destra e sinistra occulta oggi – con buona pace di Letta – il totalitarismo del mercato, che le forze inerziali della simulazione tra le due fazioni non nominano nemmeno più, metabolizzandolo come dato naturale-eterno. La sopravvivenza virtuale della dicotomia nell’epoca dell’identità in atto di destra e sinistra ricopre, in sede politica, la stessa funzione che, nell’ambito dei mass media, è svolta dalla simulazione mediatica: quest’ultima – Debord docet – crea una realtà virtuale che non solo non intrattiene alcun rapporto con la “realtà reale”, ma che, di più, la occulta e la rende programmaticamente invisibile.

Si è liberi di scegliere tra gruppi, schieramenti, partiti e fazioni che hanno preventivamente aderito al dogma della “gabbia d’acciaio” (Max Weber), ossia alla supina adesione all’integralismo economico presentato come destino intrascendibile e alternativlos, “senza alternative” (la formula preferita da Angela Merkel): la scelta è libera e, insieme, fittizia, poiché, quale che sia, si risolve nella vittoria dello stesso, frammentato in molteplicità organizzata.

Oggi il monoteismo del mercato risulta letteralmente invisibile nel proliferare ipertrofico delle dicotomie ingannatorie; di più, può agevolmente contrabbandarsi come pur sempre preferibile rispetto agli estremismi che hanno popolato un secolo breve, ma più di ogni altro denso di tragedie. Essere antifascisti in assenza completa del fascismo o anticomunisti a vent’anni dall’estinzione del comunismo storico novecentesco costituisce un alibi per non essere anticapitalisti, facendo slittare la passione della critica dalla contraddizione reale a quella irreale perché non più sussistente.

Forse che l’adesione cadaverica al nomos dell’economia e all’ordine neoliberale non si ritrova, in forma uguale, a destra come a sinistra? Letta e Berlusconi si rivelano, in ciò, a egual titolo “maschere di carattere” – come avrebbe detto Marx – della produzione capitalistica.

Può darsi che sia finito il ventennio di Berlusconi, ma il suo spirito continua a vivere negli “eroi” del centro-sinistra, che di Berlusconi sono da anni i più preziosi alleati. La differenza tra i sinistri e i destri – nell’epoca dell’identità in atto di destra e sinistra – sta solo nel fatto che i primi fanno finta di non essere berlusconiani, disapprovando sempre e solo gli aspetti folkloristici del Cavaliere (Arcore, Olgettina, Ruby, ecc.), ma condividendo in toto l’idea perversa della politica come continuazione dell’economia con altri mezzi e il disinteresse totale e conclamato per la questione sociale e per i diritti degli esclusi dal sistema. Se la sinistra smette di interessarsi a questi temi, occorre allora smettere di interessarsi alla sinistra.

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