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OGM - Chi ha paura di Vandana Shiva?

'E'' un caso che parta la pole­mica durante le con­sul­ta­zioni segrete per l’approvazione del Ttip, che si propone proprio di finirla con il ''prin­ci­pio di pre­cau­zione'' euro­peo?'

OGM - Chi ha paura di Vandana Shiva?
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15 Ottobre 2014 - 13.10


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di Manlio Masucci.

Anche in Italia si sta svolgendo un serrato e avvincente dibattito intorno al tema degli ogm
a cui stanno partecipando personalità di spicco del mondo
accademico, della politica e del settore principale di
riferimento che è quello agricolo. È importante riconoscere
l’utilità del dibattito e il valore delle posizioni di tutti gli
attori coinvolti. In molti casi, come ha sostenuto giustamente Carlo
Petrini, le posizioni dei cosiddetti stakeholders, i
portatori di interessi, rimangono nella penombra come è il caso
delle stesse multinazionali che molto volentieri si sottraggono
al dibattito pubblico, interessate come sono maggiormente ad
occuparsi di influenzare direttamente la politica attraverso le
loro lobby piuttosto che informare i cittadini. In molti
altri casi, come quello del New Yorker, il dibattito scade a livello
di attacchi personali, sospetti, illazioni, velate e non, nei
confronti di uno dei rappresentanti più significativi del
movimento ambientalista globale: Vandana Shiva. Un dibattito, in
cui ognuno mette a disposizione dell’opinione pubblica la propria
diretta esperienza e conoscenza, è invece utile alla vita
democratica dei paesi.

Navdanya significa nove semi e la fondazione, diretta da
Vandana Shiva, si occupa prevalentemente di riconoscere,
tutelare e valorizzare il patrimonio sementiero tanto importante
per l’umanità quanto la disponibilità di acqua. La questione degli ogm è dunque una questione che potremmo definire come “aggregata” alla mission principale dell’associazione ed è trattata proprio dal punto di vista della difesa della biodiversità.

Gli ogm non sono i soli nemici della nostra biodiversità, che
negli ultimi anni è stata erosa in maniera quasi irreparabile, ma, in
questa sede, è utile discutere proprio del loro impatto sulle nostre
vite e su quella del pianeta. La prima cosa da sottolineare è
questo interessante riferimento al paradigma scientifico. Chi è a
favore degli ogm è in linea con l’evoluzione scientifica, un
progressista; chi non lo è, diventa invece un retrogrado, un
conservatore. Questa visione manichea presenta aspetti
paradossali.

Gli ogm sono stati dapprima introdotti negli Usa secondo il
cosiddetto principio della “sostanziale equivalenza”. In altre
parole, se un’invenzione è sostanzialmente equivalente a qualcosa
di già esistente non ha bisogno di particolari sperimentazioni e
può essere lanciata sul mercato. A pensarci bene è la stessa tesi
espressa dal professor Veronesi. Il dna ha una struttura
estremamente semplice che può essere facilmente manipolata senza
necessità di preoccuparsi più di tanto. Ora, questo approccio
all’americana all’esistente, e soprattutto al commerciabile, non è
accettato dall’Unione Europea dove vige il principio di
precauzione. In altre parole, se un’azienda inventa un nuovo prodotto
deve essere dimostrato che non è nocivo prima di essere immesso sul
mercato. La posizione dell’Ue è chiara: non esistendo un consenso
scientifico, gli ogm non possono essere dichiarati sicuri.
Nel dubbio, vige il principio di precauzione che dovremmo
difendere perché protegge le nostre vite da invenzioni che sono
spesso più indirizzate a fare profitti sul mercato piuttosto che
perseguire il bene comune.

Ogni parte porta, d’altro canto, le sue argomentazioni a riguardo. Anche Navdanya
ha pubblicato un rapporto sull’argomento raccogliendo gli studi di
moltissimi ricercatori che dimostrano la nocività degli ogm.
Vi sono nel mondo studi similari che dimostrano l’esatto contrario.
L’Ue ha concluso che non esiste possibilità di dichiarare gli ogm
sicuri fuori da ogni ragionevole dubbio. Ed ha applicato il
principio di precauzione per salvaguardare i suoi cittadini. La
polemica sugli ogm comprende anche questo sacrosanto
principio. Allora viene da pensare: è forse un caso che questa
polemica viene innescata durante le consultazioni segrete per
l’approvazione del Ttip, il trattato commerciale fra Usa e Ue che,
guarda caso, ha fra i suoi obiettivi proprio quello di sbarazzarsi
del principio di precauzione europeo? È forse un caso che le
multinazionali dell’agribusiness siano i maggiori lobbisti
per l’approvazione dell’accordo? Come possiamo allora costruire
un’opinione razionale e condivisa su questo argomento? Soprattutto
quando i promotori degli ogm ci dicono che la nuova tecnologia potrebbe rappresentare la panacea di ogni male al mondo?

Uno degli aspetti che sembra mancare nell’analisi di Veronesi è
quello della contestualizzazione, quasi che il mondo finisse sulla
soglia dei laboratori. Gli ogm non vengono fuori dal nulla, o
per nessun motivo. Non sono liberamente a disposizione di tutti e
la loro applicazione, al di là della diatriba scientifica,
comporta contraccolpi ambientali, economici e sociali notevoli.
Possiamo allora dire con sicurezza che i semi e i prodotti ogm nel campo dell’agricoltura hanno un impatto devastante sul settore. Gli ogm
sono infatti proprietà delle multinazionali che, attraverso la
loro immissione sul mercato, rimodellano i sistemi agricoli di
tutto il mondo. A farne le spese sono i piccoli produttori che con le
loro colture tradizionali non possono tenere il passo delle
produzioni industriali sovvenzionate. Con i metodi di
coltivazione intensiva la necessità di manodopera viene inoltre
ridotta. Non i profitti però. Cosa succede agli agricoltori nel
frattempo?

Quello che è accaduto in Sud America e in India è, per esempio,
emblematico. Centinaia di migliaia di persone si muovono dalle
campagne alla città andando ad ingolfare fetide baraccopoli. In
altre parole, il rischio è quello di alimentare il sistema dei grandi
latifondi e inondare le città con una massa di disperati. Un danno
economico, sociale e anche culturale considerando la perdita
delle antiche conoscenze di cui le popolazioni rurali sono
depositarie. La favola che gli ogm possano rispondere al
problema della fame nel mondo e del sovrappopolamento è, per
l’appunto, una favola. Quello che importa sono i contraccolpi di un
sistema industriale basato sugli ogm sulle economie, sulle
popolazioni e sulle culture locali. E questo impatto risulta essere,
secondo gli studi effettuati da Navdanya e da molte altre
organizzazioni che lavorano fuori dai laboratori e direttamente
sul campo, non equo, non ecologico, non sostenibile. A guadagnarci
sono ancora una volta i pochi, a perderci i molti.

Questa schematica analisi vuole solo dimostrare quanto i fenomeni
siano interconnessi e come leggere un articolo sulla valenza della
ricerca scientifica transgenica può essere interessante in se
stesso ma non esaustivo. La ricerca scientifica deve essere al
servizio dell’umanità e non viceversa. Quando ciò accadrà anche nel
settore agricolo, a beneficio di contadini e consumatori e non
delle multinazionali, Vandana Shiva sarà, con tutta probabilità,
la prima persona ad esultarne.

Fonte: il manifesto, 14 ottobre 2014.

Tratto da: http://www.eddyburg.it/2014/10/chihapauradivandanashiva.html.

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