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M5S-Lega: questo matrimonio non s'ha da fare?

Voti moderati e instabili? Sì, ma chiedono un cambiamento forte: non sono voti 'continuisti'. Non si sono spostati per vedere la stessa politica con facce nuove. Vogliono un'altra politica.

M5S-Lega: questo matrimonio non s'ha da fare?
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28 Marzo 2018 - 23.27


ATF

 

di Simone Santini.

 

Secondo diversi analisti dalle urne del 4 marzo sarebbe uscito un «nuovo bipolarismo».

Il M5S sarebbe la «nuova sinistra» (cit. Eugenio Scalfari) a cui il Pd dovrebbe disperatamente aggrapparsi per non sprofondare ancora. A destra la Lega di Salvini avrebbe ormai egemonizzato quell’area relegando il vecchio Berlusconi ad un ruolo di comprimario.

I propugnatori del neobipolarismo, coerentemente, auspicano che la partita per il governo della XVIII legislatura finisca con un accordo tra M5S e Pd. Il Fatto Quotidiano, con Travaglio e Padellaro, è il più schierato su tale ipotesi. Ad avviso di chi scrive compiono un errore fondamentale poiché confondono i desideri con le analisi.

Ragionando ancora in termini di dicotomia destra/sinistra, costoro ritengono tale sbocco come il più naturale. Si andrebbe a riformulare un bipolarismo analogo a quello conosciuto nella seconda Repubblica, con attori più o meno diversi ma giocato nello stesso teatro. Sarebbe quanto di più innaturale, invece. Una sola considerazione sarebbe sufficiente ad abbattere tale prospettiva.

Una alleanza tra 5Stelle e Partito Democratico, ancor prima di cominciare a lavorare, dovrebbe smantellare l’eredità lasciata dai governi nella legislatura precedente.

Dunque fare a pezzi la legge Fornero, il Jobs Act, la cosiddetta BuonaScuola, il decreto Lorenzin sulle vaccinazioni obbligatorie… La lista potrebbe continuare.

Di converso, oltre a quelli citati, si potrebbero enumerare decine di punti su cui costruire una convergenza construens tra M5S e Lega. Certo, ci sono anche differenze, talune profonde, culturali (“genetiche” come ebbe a dire il neo presidente della Camera Roberto Fico – che pure dai leghisti è stato votato – ) e specialmente alcune ricette economiche.

Forse reddito di cittadinanza e flat tax non sono compatibili, ma, in una prospettiva di governo non è detto che esse debbano essere implementate immediatamente e insieme. Come ha sostenuto il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, se Salvini gli desse l’ordine, in una settimana lui l’accordo coi 5stelle lo troverebbe. Del resto, fuori dai titoli e guardando alla sostanza, sia il sostegno alla povertà accompagnato dalla creazione di nuova occupazione che una importante riduzione della tassazione sono principi cardine nei programmi di entrambi.

Ma non solo di programmi si tratta. È qualcosa di molto più strutturale e profondo.

Se si abbandonano vecchi schemi interpretativi, la realtà può apparire del tutto diversa. Non più destra/sinistra ma sopra/sotto. I blocchi sociali che hanno determinato la vittoria elettorale di M5S e Lega possono essere anche diversi (almeno in parte) ma anche del tutto complementari. Sono i blocchi sociali di chi sta “sotto”, usando tale termine non in maniera enfatica ma politica. Non sono necessariamente poveri (e ci sono anche quelli, eccome) ma sono sotto in quanto esclusi. Sono i perdenti e impoveriti di quella globalizzazione che non ha condotto le masse popolari verso magnifiche sorti e progressive. E allora si possono trovare dalla stessa parte della barricata imprenditori (specie se piccoli) e operai; disoccupati giovani, magari molto qualificati, e disoccupati adulti con poca qualificazione; lavoratori autonomi a cui non basta nemmeno più l’evasione di sopravvivenza e dipendenti statali che faticano ad arrivare a fine mese; giovanissimi senza alcuna prospettiva ed anziani con pensioni da fame. È l’Italia che ha bisogno di un nuovo patto sociale: sul lavoro, sul fisco, sul risparmio, sull’istruzione, sulla previdenza.

Dal punto di vista geografico la rappresentazione è addirittura plastica ed emblematica. Per ragioni storiche ed antropologiche queste masse popolari hanno votato al sud prevalentemente per il M5S ed al nord per la Lega, ma i bisogni a cui chiedono risposta sono, in ultima analisi, gli stessi. E anche gli avversari da battere sono gli stessi, al sud come al nord.

Dall’altra parte c’è un blocco sociale sufficientemente numeroso ma in via di progressiva polverizzazione. Gode ancora di una rendita di posizione che gli arriva soprattutto dal passato. Tendenzialmente è anagraficamente avanzato. È scolarizzato e professionalmente attivo. È soprattutto urbano e risente marginalmente delle minacce alla sua sicurezza, sotto ogni aspetto. Politicamente è anch’esso diviso tra destra e sinistra, votando Pd, Forza Italia e altri partiti minori moderati, ma la possibilità di una sua fusione è molto più prossima di quanto possa apparire in superficie.

Sociologicamente è rappresentato da Maria De Filippi. Sotto i riflettori del suo salotto televisivo, analogo a tanti salotti italiani, possono tranquillamente stringersi la mano, senza inorridire, i tanti Saviano e i tanti Briatore che popolano questa Italia.

Questo establishment che ha governato a fasi alterne il Paese dagli anni ’90 (ma, in forme diverse, anche prima) ha due modi per mantenersi ancora al potere. Unendosi, superando la dicotomia destra/sinistra e trovando una nuova rappresentanza politica, e sperando che gli avversari non facciano altrettanto. Oppure rimanere nello stesso schema di gioco tradizionale alleandosi strumentalmente con una delle parti avversarie, in questo modo neutralizzandone le aspirazioni e dinamiche volte ad un radicale cambiamento. È ciò che ha fatto Berlusconi con la Lega di Bossi in tutti questi anni, con una operazione efficacissima e geniale. Ma le basi sociali che consentivano con successo quell’operazione si stanno sfaldando. Il giochino non regge più e si rompe.

Come si diceva, la nuova polarizzazione dettata dalla forza della storia è tra coloro che dallo status quo hanno ancora qualcosa da sperare ed aspettarsi (fossero anche briciole) e coloro che dallo status quo non hanno più niente da aspettarsi né da sperare.

Non è una prospettiva nuova, del resto. In particolari momenti di svolta della storia italiana si sono sviluppate saldature fra blocchi politici altrimenti divisi da linee di faglia (geografiche, sociali e culturali). In relazione ad esempio alla fase successiva all’unificazione dell’Italia, Antonio Gramsci individua un «blocco storico» dominante costituito dagli industriali del nord e dagli agrari del sud. Il concetto di “blocco storico” è una suggestione interessante anche in una situazione totalmente mutata, laddove vi sia comunque una saldatura di interessi che abbia l’ambizione di reggere un Paese con un compromesso di grande portata.

Negli anni ’70 Berlinguer e Moro immaginarono proprio un “compromesso” (anche quello “storico”), tra le vaste comunità legate ai due maggiori partiti di massa dell’epoca, il PCI e la DC, per sottrarsi dalle rispettive tutele, sovietica e atlantica, e giocare una partita nazionale, oggi diremmo sovranista, appoggiandosi reciprocamente sulla forza popolare dell’altro.

In quel contesto fu lucidissimo Berlinguer quando comprese e scrisse che al PCI non sarebbe stato possibile governare da solo nemmeno con il 51%. Non si trattava di una considerazione numerica ma relativa ai rapporti di forza politici. Allora, come oggi, forze antagoniste rispetto al sistema (senza essere necessariamente anti-sistema) non sarebbero riuscite a governare senza avere alle spalle il consenso di ampie forze popolari, trasversali, provenienti dai vari blocchi che compongono la società.

È utile qui una digressione. Si sostiene che una alleanza populista nuocerebbe soprattutto al M5S che ha nel suo elettorato una forte componente di “sinistra”. Si tratta di considerazioni superficiali e miopi.

L’analisi dei flussi elettorali del 4 marzo realizzata da Ipsos è molto istruttiva. Un dato è sorprendente. Rispetto al 2013 solo il 76% di chi allora aveva votato per il M5S ha mantenuto il suo voto nel 2018. Significa 2 milioni di voti in meno per il MoVimento. E significa che sono stati conquistati ben 4 milioni di nuovi voti.

I voti in uscita sono andati nell’astensione o verso la Lega. I voti in entrata sono arrivati da precedente astensione, dai nuovi primi votanti (la fascia dei 18-23 anni), e, rispetto ai partiti, soprattutto da chi precedentemente aveva votato Pd e Scelta civica.

Questi ultimi, ad avviso di chi scrive, sono sì voti moderati ed instabili ma sono voti che chiedono un cambiamento forte, non sono voti continuisti. Non si sono spostati per vedere la stessa politica con facce nuove. Vogliono un’altra politica. Sono voti che si sono, socialmente, radicalizzati. Un accordo populista non li perderebbe e, anzi, consentirebbe di recuperare quei due milioni di voti che se ne sono andati in questi cinque anni. Viceversa sarebbe un accordo con il Pd ad essere molto più nocivo per il M5S che un accordo con la Lega, dal punto di vista elettorale.

Passando tuttavia dalla teorizzazione alla pratica politica, sarà davvero difficile vedere un governo con prospettiva di lungo periodo nascere da una alleanza tra M5S e Lega in questa legislatura. In primo luogo per rispetto dell’espressione popolare che non andrebbe mai manipolata.

La Lega si è presentata come parte di una coalizione. Buona parte dei parlamentari leghisti è stata eletta anche con i voti di Forza Italia e FdI nei collegi uninominali. L’etica politica impedirebbe a costoro di portare i loro voti a sostegno di un governo non voluto dall’intera coalizione, né al M5S di accettarli. Tuttavia ciò non impedisce che in questa legislatura, necessariamente di transizione, non si possano gettare i semi per un accordo futuro che possa essere sancito, in modo consapevole, dai rispettivi elettorati alla prossima tornata.

Perché ciò si verifichi sarà necessario partire da una nuova legge elettorale. Sarà forte la tentazione di andare allo show-down con un sistema maggioritario per le due forze vincitrici del 4 marzo. Tentazione comprensibile ma non auspicabile, per tutte le ragioni sopra esposte. L’Italia non ha bisogno di una forza politica minoritaria nel paese ma maggioritaria nelle urne che in maniera unilaterale e autosufficiente imponga le sue politiche. C’è bisogno di almeno una legislatura di concordia nazionale, un governo che goda di un’ampia base popolare, il più possibile trasversale ma omogenea negli obiettivi da perseguire, e che sia radicale nelle scelte da compiere.

Il popolo deve mettersi in marcia. Vedremo se qualcuno sarà capace di fermarlo.

 

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