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Sui pericoli del TAFTA e gli equivoci del femminismo

'L''equità di genere non si ottiene se non sta in un contesto che vede ancora il mondo intero lontano dalle famose ''quattro libertà'' individuali e collettive [Franco Cardini]'

Sui pericoli del TAFTA e gli equivoci del femminismo

Redazione

17 Giugno 2014 - 07.35


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di Franco Cardini.

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Metto insieme, su sollecitazioni della
mia “vecchia” amica Laura Messeri Pallini, alcune considerazioni
provocatorie e reazionarie a proposito della “filosofia del gender” che
va tanto di moda e che molti considerano un tabù; del femminismo che
secondo alcuni è una specie di ideologia ormai acquisita e
irreversibile e secondo altri (che però non osano dirlo) un noiosissimo
luogo comune che è pericoloso mostrare di non condividere; e del
nostro sistema d’informazione ormai diffuso a livello mondiale e
sostenuto da potentissime lobbies, che è un vero e proprio “sistema
della menzogna” che ci tiene sempre aggiornati sugli ultimi exploits
di Angelina Jolie mentre nasconde accuratamente le foto di papa
Francesco in visita nel Vicino Oriente mentre sosta in preghiera
dinanzi al Muro che separa gli israeliani dai palestinesi, e mostrar il
quale è evidentemente considerato non politically correct, mentre evita di darci particolari e addirittura perfino di nominare il cosiddetto TAFTA, Transatlantic Free Trade Area,
un accordo economico, commerciale e finanziario che sta per
coinvolgere gli interi continenti americano ed europeo stipulato
passando sulla testa dei popoli ignari.

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E’ significativo che solo la
versione francese di Wikipedia se ne parli un po’ di più, dato che tale
tema è stato in Francia usato molto durante le recenti elezioni
europee. Le critiche principali rispetto a tale mostruoso progetto
riguardano le negoziazioni segrete (i cittadini non hanno avuto accesso
nelle fasi di discussione ai documenti relativi agli accordi, mentre i
rappresentanti legali delle corporations “multinazionali”
sì); la possibilità per le imprese di citare in giudizio gli stati, la
politica dei quali dovesse intralciare le loro attività commerciali
anche quando si tratti di politiche riguardanti i pubblici interessi
(casi di tal genere si sono già verificati in alcuni paesi dell’ex
“Terzo Mondo”, espressione desuete che indica paesi di serie B verso i
quali ci stiamo allegramente dirigendo a rientrare anche noi italiani:
la canadese Pacific Rim ha per esempio fatto causa al governo del Salvador che ha le rifiutato la licenza per estrarre l’oro sul suo territorio); la deregulation
relativa alla normativa sugli scambi commerciali (in pratica non ci
sarà più possibilità di rifiutare l’immissione nei nostri mercati, ad
esempio, di OGM o di prodotti di bassa qualità provenienti ad esempio
dagli USA, con gravissimo danno per i nostri produttori di beni di
qualità che si vedranno distrutti dalla concorrenza di prodotti pessimi o
addirittura nocivi ma a bassissimo prezzo.

Siamo, nella pratica, alla
distruzione di quel che resta della sovranità degli stati e quindi
alla cancellazione in apparenza indolore della libertà, della dignità e
della tutela dei cittadini. Sarà interessante vedere come, nel
prossimo semestre, l’Italia del presidente Matteo Renzi – che otterrà
per il luglio-dicembre 2014 la presidenza della Commissione Europea,
cioè di quell’istituzione dell’Unione Europea che dovrebbe vagamente
somigliare a un governo, se l’Unione fosse davvero un’entità politica –
reagirà a questo tremendo pericolo che incombe direttamente sulle
nostre famiglie perché la TAFTA inciderà pesantissimamente sui costi e
sulla qualità della spesa quotidiana che ci portiamo a casa.

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Dico
tutto ciò per mettere in guardia le signore e le signorine che stanno
leggendo queste righe: se i loro e i nostri problemi fossero tutti
quelli relativi alla par condicio, alle “quote rosa” o perfino alla pur
seria e tragica questione della violenza contro le donne e delle
culture che la rendono possibile e in qualche caso addirittura
legittima, potremmo comunque ritenerci relativamente tranquilli. Il
fatto è che a minacciarsi tutti – uomini, donne, transessuali, vecchi,
bambini -, indipendentemente dal nostro sesso, gender, razza,
nazionalità, religione, lingua e condizione socioeconomica, c’è di
peggio.

Tutto ciò è, per le donne, un invito a non commettere l’errore consistente nell’isolare i loro problemi di sesso e di gender
dal più generale contesto in cui essi vanno collocati. Esiste, da
parte della “Banda Bilderberg” e di tutti i signori (tra cui ci sono
anche alcune signore) delle lobbies multinazionali che
dirigono il pianeta senza assumere responsabilità di governo ma
prendendone tutti i vantaggi e i profitti, la precisa volontà
d’ingannarci proponendosi di continuo, attraverso i media, falsi o
parziali obiettivi contro i quali mobilitarci. Un solo esempio: il
fondamentalismo islamico.

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Avete notato che, dopo averne parlato
intensamente e di continuo soprattutto dai tempi degli attentati
dell’11 settembre 2001 in poi, il fantasma-al Qaeda è misteriosamente
uscito dalle cronache giornaliste e televisive internazionali (da
quando, con le crisi libica e siriana dal 2011 in poi, i gruppi
fondamentalisti musulmani sono serviti ai disegni destabilizzatori
occidentali, statunitensi e inglesi ma soprattutto francesi, per
modificare l’assetto politico del mondo arabo e del Vicino Oriente),
salvo rientrarci proprio negli ultimi giorni in seguito all’attentato
compiuto da un cittadino francese d’origine araba al Museo Ebraico di
Bruxelles. Attenzione: perché l’iperdisinformazione relativa al
“problema della donna” fa parte di questa complessa e precisa manovra
diversiva che c’impedisce di veder chiaro nella cose che succedono al
mondo.

Di ciò, fornisco in extenso
un altro esempio di mistificazione mediatica: ai primi del giugno 2014
i giornali italiani hanno pubblicato la notizia dell’omicidio di una
giovane donna in Pakistan: “È stata circondata e lapidata da un gruppo
di persone, tra cui suo padre e suo fratello, e «punita» per quella che
i suoi familiari consideravano una «colpa»: aver sposato un uomo
scelto da lei e non da i suoi parenti”, abbiamo letto sul “Corriere
della sera”. Da parte sua, “Repubblica” ha aperto con la notizia: “Una
donna pachistana incinta di tre mesi è stata lapidata a morte dalla sua
famiglia perché aveva sposato l”uomo che amava. … La donna, una 25enne
di nome Farzana Parveen, era convolata a nozze con Mohammed Iqbal con
cui era fidanzata da anni nonostante l”opposizione della famiglia di
lei”.

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Insomma: il matrimonio d’amore
contro quello combinato eccetera; le donne vittime della violenza
maschile e via dicendo; nonché, nei forum ospitati dai giornali, il
solito alto e forte ragliare contro l’Islam oscurantista. Peccato che
l’essenziale sia stato taciuto.

Torniamo
allora su quella tristissima vicenda per aggiungere qualche
particolare che i giornali italiani si sono dimenticati di raccontare,
svelti come sono a dare una notizia per poi passare alla successiva
senza alcun approfondimento; ed esperti nel fornire particolari
secondari tacendo o falsando l’essenziale, secondo la tecnica del
“montaggio” esemplarmente illustrato anni fa da Vladimir Volkoff (che
veramente esaminava la tecnica della menzogna usata in Unione
Sovietica, molto primitiva e grossolana e anche molto meno disonesta da
quella usata dai media controllati dal “Gruppo Bilderberg”).

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Il
marito scelto per amore dalla povera Farzana Parveen si chiama
Muhammad Iqbal: egli, qualche anno fa, aveva strangolato la prima
moglie per poter essere a sua volta libero di sposare la sua nuova
fiamma; aveva fatto per questo un paio d’anni di carcere ed era stato
rilasciato (anche qui, le circostanze sulla base delle notizie in
nostro possesso non sono chiare: probabilmente aveva ottenuto una
grazia, magari sulla base del perdono della famiglia della donna uccisa
come accade nella legislazione di alcuni paesi musulmani).

Farzana conosceva bene la storia di Mohammad, ma
evidentemente non la riteneva un ostacolo al mantenimento dei suoi
rapporti con lui: il che dovrebbe sempre ricordarci come le notizie
relative a paesi tanto diversi dal nostro andrebbero sempre
rigorosamente inquadrati nel contesto di una cultura che appare
condivisa dagli uomini e dalla donne, che è tanto maschile quanto
femminile.

La stessa famiglia di Farzana Parveen in realtà non era
contraria al suo matrimonio con un uxoricida, sul quale c’era iniziale
accordo; senonché il padre di lei aveva domandato un prezzo alto (la
dote nei paesi musulmani la portano gli uomini), che Iqbal aveva
promesso di versare ma poi omesso di pagare. Per questo era partita da
parte della famiglia di lei la denuncia contro di lui, considerabile –
dal momento che non aveva corrisposto il prezzo convenuto per le nozze
– come reo presunto di rapimento nei confronti di Farzana; la quale,
quando è stata uccisa dai familiari, era diretta in tribunale a
difendere lo sposo da un’accusa che egli – uxoricida e inadempiente
rispetto agli impegni presi con i familiari della promessa sposa – non
meritava, quella di essere appunto un rapitore. Dietro alla morte della
donna, dunque, nessuna orribile storia di fanatismo religioso: solo
una squallida storia di soldi e d’interesse.

In
tutto questo, che cosa centra l’Islam? Tahir Ashrafi, la guida del
Concilio pakistano degli Ulema, ha emesso una fatwa condannando
qualunque forma assassinio di donne, compresi quelli commessi per
ragioni “d’onore”. La ragione della fine orribile di Farzana Parveen
risiede semmai nel fallimento dello stato pakistano, incapace di far
rispettare la legge sul proprio territorio dove allora prevalgono i
costumi tribali, a loro volta corrotti dall’instabilità sociale e dalla
povertà che affliggono il paese. Ma in questa incapacità di un governo
indebolito dai colpi di stato, dalla guerra perenne nel vicino
Afghanistan, dalla tensione continua con la vicina India per il
Kashmir, gli occidentali non hanno nessuna colpa? Magari da quando hanno
cominciato a utilizzare il Pakistan come base per controllare la
regione, favorendo costantemente i personaggi e i governi più corrotti
mentre lasciavano intanto anche lì via libera, come più tardi in Siria,
ai dollari e all’influenza del fondamentalismo proveniente entrambi
dell’Arabia Saudita e del Qatar, fedeli alleati degli Stati Uniti e del
Libero Occidente anche se non loro paese non c’è democrazia e di
pratica estesamente la pena di morte? Arabia Saudita e Qatar,
responsabili di una crudele fitna (“guerra interna all’Islam”) contro
gli sciiti che negli ultimi anni è stata una delle ragioni fondamentali
dell’instabilità del Vicino Oriente?

Di tutto ciò, tuttavia, i nostri media
e chi li controlla ritengono che non il caso di parlare: tantopiù
che con l’Arabia Saudita e il Qatar si fanno fior d’affari. E allora, a
proposito del “pasticciaccio bbrutto” (come lo chiamerebbe Emilio
Gadda) di Farzana Parveen, meglio trasformare quella povera donna
vittima probabilmente del proprio cieco amore e della brutale avidità
dei suoi familiari in un’eroina della libertà femminile uccisa da
fanatici religioso-tribali: una storia utile a scandalizzare per
qualche minuto i lettori benpensanti e ribadirli nella loro
semplicistica convinzione che tutti i mali del mondo derivano dal
pregiudizio, dalla mancanza di democrazia eccetera eccetera. E non
magari anche dal dilagare della peggior malattia contagiosa che
l’Occidente moderno ha diffuso in tutto il mondo, l’egoismo
individualistico e la fame di profitti.

Infine,
dal momento che non sono abbastanza sicuro di aver ababstanza
scandalizzato, aggiungo una considerazione marginale, una specie di
cigliegina avvelenata sula torta già tossica che vi ho or ora
ammannito. Qualcuno avrà notato che, a proposito della povera Farzana
Parveen, ho di proposito evitato il ridicolo neosostantivo
“femminicidio”. E ciò non perché io sia un maschilista o comunque un
antifemminista: ma semplicemente in quanto sono persona di buon senso e
che tiene per giunta alla difesa anche etimosemantica della propria
lingua.

Il termine “omicidio” deriva come tutti sanno dal latino homo,
“uomo”, che però – nonostante nell’uso comune della lingua italiana la
parola “uomo” e quella “maschio” si equivalgano – significa
propriamente non già “essere umano di sesso maschile”, bensì
“appartenente al genere umano”. Nella Bibbia, è detto che “Dio creò gli
uomini a norma della Sua immagine, e norma dell’immagine Dio li creò,
maschio e femmina li creò” (Genesi, 1, 27). Ora, nella lingua italiana
la parola “omicidio” significa propriamente “uccisione di un
appartenente al genere umano”: maschio o femmina che la vittima sia.
Poiché non esiste e mai è esistito nella nostra lingua la parola
“maschicidio”, illegittimo è il neologismo “femminicidio”. Così è, se
vi pare. Il resto è terrorismo lessicale e cattivo gusto.

Care
signore e signorine, continuate la vostra battaglia: vi faccio i
migliori auguri di successo. Ma non fermatevi alle apparenze; non
lasciatevi ingannare dalle etichette. Il mondo d’oggi è molto più
complesso di quanto la propaganda di alcuni esagitati gruppi
iperfemministi non voglia farci credere. La battaglia per l’equità nei
confronti delle donne non si vince se combattuta solo in quanto tale,
ma se inserita in un contesto che vede ancora il mondo intero lontano
dal soddisfacimento di quelle famose “quattro libertà” individuali e
collettive che alla fine della prima guerra mondiale il presidente
statunitense Woodrow Wilson sosteneva di ritenere un obiettivo
fondamentale per l’intero genere umano e che da allora sono rimaste
quasi lettera morta, sia pure in modo diverso da paese a paese: due
“libertà di” (di parola e di pensiero) e due “libertà da”
(dal bisogno e dalla paura).

E attenzione: perché nei paesi
considerabili ancora – nonostante la crisi attuale – parte della
“società del benessere” (che comprende, sia pure con spaventose
sperequazioni interne, appena un miliardo degli ormai sette che popolano
il mondo: che riguarda cioè solo circa il 7,50% degli abitanti del
pianeta) ci si preoccupa soprattutto delle libertà del primo tipo
(quelle di), che in realtà il resto del globo considera un inarrivabile
lusso in quanto ancora preoccupato da quelle del secondo tipo (quelle
da). Considerate, carissime amiche, che il bisogno e la paura sono
strettamente collegati in quanto la mancanza di giustizia distributiva
genera il bisogno che, per essere soddisfatto, può ricorrere anche alla
violenza, e da qui si genera la paura.

Chi teme i migranti che arrivano
di continuo a Lampedusa dovrebbe capire che il problema non
sussisterebbe se in Africa la gente non morisse di AIDS perché le lobbies
farmaceutiche si ostinano a tenere altissimi i costi dei brevetti
impedendo al diffusione di farmaci a prezzi abbordabili; se non morisse
di fame perché le corporations multinazionali hanno diffuso le
monoculture necessarie ad alimentare i nostri consumi (il caffè,
l’ananas, i filetti di persico del lago Vittoria) distruggendo culture
che fino ad alcuni anni fa erano in possesso dell’autosufficienza
alimentare; se non morisse di sete in quanto si sta cercando, da parte
di imprenditori occidentali in combutta con i corrotti governi
africani, d’imporre altissimi costi di gestione della stessa acqua
potabile che la gente dovrebbe pagare; se non morisse di miseria pur
essendo nati in paesi dal sottosuolo ricchissimo perché le imprese
multinazionali non la derubasse del suo oro, del suo uranio, del suo coltan,
del suo petrolio, dei suoi diamanti con i quali si alimenta un sistema
mondializzato – è questa la “globalizzazione” – retto dalle “ferree
leggi del mercato” (!?) che punta alla sempre maggior concentrazione
della ricchezza e quindi alla crescente proletarizzazione delle masse
del pianeta.

Questo problema, signore e signorine che siete donne per
sesso o che tali vi sentite per gender, riguarda anche voi: come donne,
come lavoratrici, come produttrici, come professioniste, come
educatrici, come mogli, come sorelle, come madri, come studiose, come
insegnanti, come intellettuali, come membri delle forze armate e della
polizia, come casalinghe di Voghera o di qualunque altra città, come
persone impegnate in politica o nel volontariato. Se non capite tutto
questo, il vostro femminismo è solo una chiacchiera retorica da salotto o
da circolo culturale.

Fonte: francocardini.it.

Tratto da:  http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=48692.

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