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'Ucraina: un''arma contro Russia e Europa'

Si va verso un guerra fredda, nuova, o verso una guerra calda? E di che guerra si tratta? Nessuno parla di pace, e questo già dovrebbe preoccuparci. [Giulietto Chiesa]

'Ucraina: un''arma contro Russia e Europa'
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18 Marzo 2014 - 11.20


ATF

di
Giulietto Chiesa
.

In coda all”articolo un servizio in argomento tratto da Pandora TV.

Siamo
avviati verso un guerra fredda, nuova, o verso una guerra calda? E di quale
guerra si tratterebbe? Certo nessuno parla di pace, e questo già dovrebbe
preoccupare molti. Invece non è così: tutti sembrano ignorare il pericolo. Ma,
nel silenzio quasi generale, c’è chi pensa al nostro futuro.

Per esempio
negli Stati Uniti è in corso la resurrezione dei “sovietologi”, cioè quelli
che, con i loro consigli a Clinton, contribuirono non poco allo smantellamento
dell’URSS.

Pare che a
Washington ci sia carenza di cervelli preparati alla bisogna, cioè allo
smantellamento, questa volta, della Russia. In un articolo del New York
Times
, significamente intitolato “Perché la
Russia non può permettersi un’altra guerra fredda
”, Anders Aslund
e Strobe Talbott indicano la via di un “contenimento” più o meno morbido
della Russia di Putin. Di più, secondo loro, non occorre, perché il leader
russo è considerato praticamente già defunto. Se non altro dal punto di vista
politico.

Non è un
ottimismo di facciata. È la convinzione che gli Stati Uniti hanno già vinto
anche questa offensiva
. La Crimea diventerà russa? Sia pure, ma l’Ucraina è
stata conquistata. Quanto basta per portarla nella NATO, cioè per far saltare
in aria l’intero sistema della sicurezza europea portando i missili 300 km più
avanti verso nord e verso est. La Crimea sarà ripresa subito dopo, quando Putin
e la Russia saranno stati liquidati entrambi.

C’è perfino
chi ironizza sulla mossa crimeana del presidente russo: poveretto, non poteva
fare di più. Perché? Perché – scrive il NYT – “la Borsa di Mosca gli stava
facendo, mentre lui fletteva i suoi muscoli, un referendum ostile”. Mentre
Putin mandava i suoi marines a rafforzare la guarnigione di Crimea e la base
navale di Sebastopoli, l’indice RTSI crollava del 12% in poche ore, in
pieno panico, giungendo a infliggere una perdita di oltre 60 miliardi di
dollari, più del costo delle olimpiadi di Sochi. Il rublo in caduta libera
costringeva la Banca Centrale russa ad alzare il tasso d’interesse dell’1,5%
per evitare un crollo vero e proprio.

Naturalmente
Aslund – che è ora senior fellow dell’Istituto Peterson per le relazioni
internazionali – usa l’arsenale della propaganda di Washington, attribuendo a
Putin l’intenzione di invadere l’Ucraina, cosa che Putin non ha nemmeno preso in
considerazione. A Washington usano spesso l’artificio consistente
nell’attribuire all’avversario ciò che loro pensano
. La Russia – che pure
persegue il proprio interesse e, dunque, tende a ricompattare attorno a sé
quanta più ex Unione Sovietica è possibile. Ma Putin ha ripetuto che le sue
intenzioni e quelle della Russia non includono la riconquista militare di
nessuno dei paesi ex URSS
, dunque nemmeno dell’Ucraina. In effetti molte
cose confermano che Mosca avrebbe preferito un referendum più morbido di quello
deciso a Simferopoli. Ma, di fronte alla reazione di paura dei russi di Ucraina
e di Crimea, dopo la carneficina di Maidan, una sua linea cedevole avrebbe
provocato una estesa protesta non solo in Ucraina, ma in tutta la Russia.

Ciò detto,
per sgomberare il campo dalla propaganda, resta da ammettere che i numeri
forniti da Aslund sono reali. Gli Stati Uniti hanno leve decisive,
finanziarie e politiche per fare i conti con Putin
, se questi dovesse
decidere di non cedere nulla per quanto concerne gl’interessi della Russia. A
Washington sanno bene che le maggiori compagnie energetiche della Russia sono
maggioritariamente statali. Metterle in difficoltà significa mettere in crisi
il bilancio della Russia. Nello stesso tempo tutte le compagnie globalizzate
russe sono quotate nelle Borse di Wall Street, di Londra, di Parigi e di
Francoforte. Quasi la metà degli azionisti di Gazprom sono americani
(secondo JP Morgan Securities) e la banca che detiene in custodia i loro assets
è la Bank of New York Mellon. E’ la globalizzazione, bellezza, dice Strobe
Talbott, ora presidente del Brookings Institution. Tutte le banche russe
sono saldamente incastonate nel sistema finanziario globale
. Così lo è
anche Rosneft, ora la prima compagnia petrolifera mondiale.

Dunque a
Washington pensano di poter punire Putin , in caso insista, in molti modi.
L’Ucraina conquistata diventa la nuova arma – energetica- per legargli le mani.
Quasi metà dell’esportazione russa va in Europa, e tre quarti di essa è fatta
di gas e petrolio. E tutto questo passa in gran parte dagli oleodotti ex
sovietici che attraversano l’Ucraina. Una Ucraina “americana” significa che
quei rubinetti diventano americani
. Certo l’Europa ha bisogno del gas
russo, e in caso di chiusura di quei rubinetti, dovrà soffrire non poco. Ma la
signora Nuland non ha forse detto “fuck EU”? L’essenziale è che
chiudere quei rubinetti significherà infliggere alla Russia una perdita di 100
miliardi di dollari all’anno.

Potrà Putin
mantenere il livello di consenso di cui attualmente gode in Russia, se
dovesse chiedere ai russi di stringere la cinghia e ridurre i consumi? E cosa
faranno gli oligarchi russi che hanno trasferito nelle banche
occidentali qualche trilione di dollari, che potrebbero essere improvvisamente
sequestrati dagli Stati Uniti, congelati a tempo indefinito per punire la
Russia riottosa? Può permettersi tutto questo Putin? La risposta di Talbott è
“no”.

Certo
bisognerà promettere qualche cosa in cambio agli europei, che hanno
tutto da perdere. Per esempio il gas naturale norvegese. E il gas che Stati
Uniti e Canada cominciano a produrre dagli scisti bituminosi: gas a basso
prezzo, anche se devastante per l’ecologia. Ma che importa? Obama è partito in
quarta. C’è un nuovo Eldorado pochi metri sottoterra. Servirà per i prossimi
quindici anni, per dare agli USA una minore dipendenza dall’importazione
energetica esterna, e anche, nello stesso tempo, per incatenare l’Europa
agli Stati Uniti.

Sfortunatamente
tutto questo gas dovrà essere prima liquidificato, all’origine, e poi
nuovamente rigassificato, all’arrivo. Si annunciano investimenti
colossali. Ma quanto tempo ci vorrà? Non meno di sei-sette anni. Nel
frattempo aspettiamoci aumenti pesanti della bolletta del gas. E un colpo a
tutte le imprese manifatturiere europee
, tedesche incluse.

E la Russia?
Sarà specularmente anch’essa in difficoltà. Mosca ha un altro mercato che
aspetta il suo gas
. Più grande di quello europeo. E’ la Cina. Ma ci
vorranno sei o sette anni perché possa arrivare a destinazione.

Washington
è passata all’offensiva senza andare per il sottile
. Per la prima volta dalla seconda
guerra mondiale un governo europeo è apertamente nazista. Perché una tale
accelerazione? La risposta non viene da Washington: sui destini dell’Occidente
gravano nuvole molto nere. Bisogna vincere prima che arrivi la tempesta. Così
pensano. Dopo di loro, il diluvio.

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