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Gaza: a che serve l'Europa?

'Deserto morale. Impotenza e indifferenza dei gruppi dirigenti dell''UE, ragionieri ingobbiti sui conti del Pil, di fronte al massacro del popolo palestinese [P. Bevilacqua]'

Gaza: a che serve l'Europa?

Redazione Modifica articolo

1 Agosto 2014 - 07.42


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di Piero Bevilacqua.

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A che serve
questa Europa? Ce lo siamo chiesti in tanti, in questi ultimi anni, nei momenti
di scoramento, di fronte all’ottusa rigidità con cui i vertici di Bruxelles
affrontano i problemi economici e finanziari dell’Unione sotto l’imperversare
della crisi. Ce lo siamo chiesto di fronte all’atteggiamento della Germania,
che torna a perseguire con altri mezzi una politica di supremazia, nonostante
abbia alle spalle la disfatta di due guerre mondiali, la responsabilità recente
del più grande massacro dello storia.

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Continuiamo
a chiedercelo avendo rinunciato alla moneta e a tanta parte della nostra
sovranità nazionale, senza aver conseguito un più solidale e includente governo
del Continente. Ma in questi giorni torniamo a chiedercelo per una ben più
tragica ragione. L’impotenza, peggio l’indifferenza, dei gruppi dirigenti
dell’Ue, ragionieri ingobbiti a fare i conti del Pil, di fronte al massacro del
popolo palestinese.

Non una
parola, una proposta, un tentativo di soluzione è stato balbettato dagli uomini
di stato dei vari paesi europei, che da decenni tengono in deposito i loro
cervelli presso la Segreteria di Stato di Washington. Ma non sono sufficienti i
mille morti di Gaza, in grandissima maggioranza civili incolpevoli, fra cui
tante donne e bambini, per sollevare gli occhi dagli affari e guardare in
faccia la tragedia? A che serve questa Europa senza pietà?

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Angelo
D’Orsi ha denunciato con giusto sdegno il silenzio e il «rovescismo» degli
intellettuali (il manifesto del 22/7 ), su cui pesano gravi responsabilità,
avendo il compito di spiegare le ragioni complesse del conflitto. Ma anche le
opinioni pubbliche del Vecchio Continente appaiono come narcotizzate.

Gli europei
osservano in tv le immagini del massacro – quelle pietosamente depurate da ciò che
è inguardabile – le case distrutte, le donne vestite di nero pietrificate dal
dolore, i bambini sanguinanti tra le braccia dei padri disperati. E tacciono.
Che cosa è accaduto? Quale sguardo di medusa ha gelato le loro menti? A che
serve questa Europa?

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Forse una
parziale spiegazione è alla nostra portata. I dirigenti di Israele sono
riusciti a imporre grazie ai media occidentali – rare volte capaci di una
parola di verità – l’immagine di un conflitto alla pari, di due contendenti in
lotta con uguali torti e ragioni. Addirittura la propaganda militare dell’esercito
israeliano viene trasformata in verità autorevole da prestigiosi intellettuali,
i quali, per mestiere, dovrebbero pensare alle parole prima di liberarle
nell’aria. In una intervista apparsa su Le Figaro e ripresa da Repubblica (27
luglio) il filosofo francese Alain Finkielkraut rammenta che «se la civiltà
dell’immagine non stesse distruggendo la comprensione della guerra, nessuno
sosterrebbe che i bombardamenti sono rivolti contro i civili. No, gli
israeliani avvertono gli abitanti di Gaza dei bombardamenti che stanno per
fare».

Siamo
dunque ai bombardamenti umanitari. Nessuna considerazione per la distruzione
delle case di tanta misera gente, delle infrastrutture idriche, delle strade,
degli elettrodotti, delle scuole, degli ospedali, del poco bestiame, dei poveri
orti. Nessun rammarico per centinaia di migliaia di esseri umani gettati in
pochi giorni in una distesa informe di rovine. Ma il filosofo non sa e
probabilmente non vuol saper che gli sms annunciano i bombardamenti con pochi
minuti di anticipo, che spesso le famiglie sono immerse nel sonno, che i
bambini dormono ignorando la ferocia degli adulti e tardano a svegliarsi, che i
disperati non sanno dove rifugiarsi una volta lasciate le loro case. E tuttavia
il filosofo ha una risposta a questa obiezione: «E quando mi dicono che queste
persone non hanno un posto dove andare, rispondo che i sotterranei di Gaza
avrebbero dovuto esser fatti per loro. Oggi ci sono delle stanze di cemento
armato in ogni casa d’Israele». A che serve questa Europa se i suoi intellettuali
si mettono il doppiopetto di tanta incosciente ferocia?

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Forse
qualcuno dovrebbe ricordare a Finkielkraut un po’ di storia. Dovrebbe ricordare
che i palestinesi non sono un moderno stato, come Israele, dotato di uno dei
più efficienti eserciti del mondo, sostenuto con ingenti aiuti da tutto
l’Occidente. Sono un popolo disperso di rifugiati, cacciati dalle loro terre,
perseguitati talora dai popoli vicini, umiliati dalla violenza quotidiana
dell’occupante.

I tunnel
sotterranei sono serviti ai palestinesi per ricevere cibo e medicinali e per
attivare un mercato clandestino, visto che ben presto Gaza è stato trasformata
dai governanti israeliani nel più grande ghetto della nostra epoca. Certo,
anche le armi passano nei sotterranei, ma ci si può stupire di questo? Israele
dispone di un armamento atomico e si levano strida al cielo perché gruppi e
fazioni di un popolo martoriato da otre 60 anni tenti la carta disperata delle
armi?

I
palestinesi dovevano dunque investire in bunker per difendersi dall’immancabile
castigo dal cielo, dal mare e dalla terra come già è accaduto con la
carneficina della campagna «Piombo fuso» del 2008/09? Con quale onestà, con
quale dignità intellettuale si possono mettere sullo stesso piano due opposti
estremismi? Possibile che nessun commentatore, nessun giornalista ricordi che
sono stati i governanti di Israele, è stato Ariel Sharon a lavorare alacremente
per sconfiggere l’Autorità Nazionale Palestinese e gettare il popolo
palestinese in braccio ad Hamas? Chi ha disfatto gli accordi di Oslo, chi ha
inaugurato la pratica di sparare dal cielo con gli elicotteri Apache e con i
caccia F-16, chi ha esteso gli insediamenti dei coloni nei territori
palestinesi, chi ha avviato nel 2002 la costruzione del «muro di sicurezza» in
Cisgiordania, chi ha risposto ad ogni provocazione terroristica proveniente da
Hamas con una violenza dieci volte superiore, ma rivolta contro le forze e gli
edifici di Yasser Arafat?

Chi ricorda
le immagini del vecchio leader umiliato davanti al suo popolo, reso impotente
agli occhi del mondo, rifugiato nelle rovine del suo quartier generale nel
settembre del 2002? Chi ricorda le cronache quotidiane di quell’inizio di
millennio con l’altalena di attentati terroristici da una parte – che
sembravano ispirati dallo stesso Israele, tanto gli tornavano vantaggiosi — e
bombardamenti aerei, la «punizione esemplare» dall’altra?

Sharon e la
destra israeliana hanno perseguito sistematicamente la distruzione delle
rappresentanze moderate del popolo palestinese per far trionfare l’estremismo
indifendibile di Hamas. Come avrebbe potuto questa formazione vincere le
elezioni del gennaio 2006, se non dopo l’umiliazione di un intero popolo, se
non dopo che Israele ha mostrato ad esso che le politiche di mediazione
dell’Anp non portavano a nulla?

Ma questo è
uno dei maggior delitti compiuti dai governanti israeliani negli ultimi anni:
l’avere fatto identificare agli occhi del mondo i diritti violati e le immani
sofferenze di un popolo con le velleità impotenti di Hamas.

A che serve
questa Europa se i suoi intellettuali non sanno pensare con sguardo storico, se
si fermano all’oggi, se non gettano luce sulle cause vicine e lontane dei
problemi, se sono così proclivi a credere alla favola del lupo, costretto a
bere l’acqua sporcata dall’agnello?

Guardando
al mondo dissipatore e violento costruito dai potenti negli ultimi decenni,
George Steiner si è lasciato sfuggire, pochi anni fa, un timore apocalittico.
«Può darsi — ha scritto — che tutto finisca in un massacro» Un bagno di sangue
generale e definitivo. A questo desolato timore noi oggi, di fronte al deserto
morale di un intero continente, possiamo associare una eventualità certa: in
quel caso gli intellettuali europei, prima di sparire, troveranno una
rassicurante spiegazione per tutto.

A che serve
questa Europa?

© 2014 IL
NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

Tratto da: http://ilmanifesto.info/gaza-a-che-serve-leuropa.

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