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'Caos, ''errori'' e informazioni mancanti. Dove va l'Impero?'

Offriamo alla vostra lettura un lucido saggio che rilegge in modo spregiudicato gli ultimi cinque anni della crisi sistemica e le premesse delle prossime mosse [Piotr]

'Caos, ''errori'' e informazioni mancanti. Dove va l'Impero?'

Redazione Modifica articolo

21 Marzo 2016 - 22.28


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di Piotr.

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1. Le
vicende nel Vicino Oriente impongono di riflettere sulle modalità e le
categorie con cui cerchiamo di interpretare la realtà.

Una di
queste categorie, “caos”, tra quelle che devono essere maggiormente
chiarite. Di questa necessità mi sento un po’ responsabile perché sono stato
uno dei primi a farne uso

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Questo
termine viene sempre di più utilizzato per descrivere situazioni
incomprensibili nei termini di una strategia razionale da parte dell’impero statunitense.

La vittoria
alleata in Europa nel 1945 non ha prodotto caos. La “mission accomplished”
(in Iraq) di Bush sulla portaerei Lincoln nel 2003 segnò invece l’inizio dell’impressionante
caos mediorientale oggi sotto i nostri occhi. Parimenti, il rovesciamento
violento di Gheddafi non ha portato a un cambio di governo favorevole
all’Occidente, bensì ha gettato quello sventurato paese nel caos più orrendo.
Lo stesso destino che attendeva la Siria se l’Esercito Arabo Siriano e le
milizie curde, infine con l’aiuto della Russia, non si fossero eroicamente
opposti all’aggressione jihadista diretta e sostenuta dagli USA e dai suoi
alleati (fra cui l’Italia).

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A distanza
di cinque lustri, l’Afghanistan “de-talebanizzato” persiste ad essere in una
situazione caotica.

Di fronte a
questi risultati una reazione tipica è quella di pensare che essi siano frutto
di “errori”.

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Ma la
categoria di “errore” è molto ambigua.

Sostanzialmente
“errore” è una categoria accademica che poco ha a che fare con le
dinamiche reali. Lo si vede a occhio nudo quando si parla di “errore” nelle
politiche economiche (ad esempio l’introduzione dell’Euro o il quantitative
easing
): ci si dimentica dei rapporti sociali e delle contraddizioni tra le
classi e tra gli agenti dell’accumulazione capitalistica, per sfoderare un
linguaggio giocato tutto sulla dimensione concettuale (un linguaggio in fondo
rispettoso, accomodante e a volte condiscendente).

Riguardo
alle relazioni geopolitiche, per i sostenitori dell’impero parlare di
“errore” serve a descrivere scelte giuste e approvabili che però hanno avuto
esiti sfortunati perché non correttamente attuate. Per i critici moderati
dell’impero
serve a descrivere una supposta ingenuità di quest’ultimo o la
sua difficoltà a capire alcune situazioni specifiche (ad esempio la “vera”
situazione “antropologica” in Medioriente), pur comunque in relazione a intenzioni
giuste. Insomma, un caos dovuto a errori derivanti da decisioni o intendimenti condivisibili
che però sono stati attuati male o senza sufficiente riflessione.

Per molti oppositori
dell’impero
invece il caos è una strategia deliberata: non potendo
controllare tutto, meglio fare terra bruciata mentre ci si focalizza sugli
obiettivi strategici.

Io stesso ho
in alcune occasioni pensato che se non proprio una strategia diretta, il caos
fosse un “piano B” delle strategie imperiali. Ma credo che sia meglio
riflettere un po’ di più anche su questa concezione.

2. Da
diversi decenni siamo immersi in un crescente caos sistemico. Questo
vuol dire che una configurazione globale dominata da un centro (nel nostro caso
gli Stati Uniti) è scossa da fratture dovute all’indebolimento del centro, fratture
che a loro volta contribuiscono a un ulteriore indebolimento.

In una
situazione come questa ogni mossa del centro dominante, attuata per reggere
alle scosse e rimarginare le fratture, deve fare i conti con interferenze e
contromosse che prima, nei periodi di maggior stabilità, non vedevano la luce
oppure avevano una forza molto più modesta.

Oggi diverse
intenzioni si intersecano, si incrociano, interferiscono tra loro o a volte
interagiscono, perché le fratture hanno liberato energie prima assopite e
imposto obiettivi prima inesistenti.

Le variabili
da calcolare sono molte di più di una volta e il sistema è “aperto”, cioè non è
una scatola nera dove un input noto, ancorché complesso, produce un output prevedibile,
ma nel corso dell’elaborazione l’ambiente interagisce o interferisce con
cambiamenti di stato non previsti e che obbligano a continui ricalcoli.

Si sa cosa è
successo nelle precedenti crisi sistemiche, alcuni “pattern” si ripresentano ma ogni crisi sistemica operando in
situazioni nuove va verso l’ignoto
. In definitiva opporsi ad essa aumenta
il caos, mentre sarebbe meglio adeguarvisi per incanalarne le dinamiche
verso esiti meno distruttivi
. L’esatto contrario di ciò che sta avvenendo.

Che una
mossa non vada più nella direzione in cui sarebbe andata una volta è dunque un’eventualità
da prendere in considerazione fin dall’inizio. È come lanciare una boccia verso
il pallino mentre decine di altre bocce sono in movimento col rischio di
colpirla e far deviare il suo movimento. A volte invece è come lanciare una
boccia senza nemmeno sapere dove sta il pallino.

Il caos è dunque
una situazione poco sorprendente che richiede di essere gestita. Inoltre
esistono diverse gradazioni di caos. Quello in Europa è differente da quello
prodotto in Africa e nel Vicino Oriente.

3. E’
impossibile capire qualcosa, se non si comprende la posizione relativa dei
vari attori nella
crisi sistemica.

Alcuni
sostengono che c’è poco da capire: c’è il capitalismo da una parte e il lavoro
(classi subalterne od oppresse) dall’altro. Una non-spiegazione che fa rigirare
nervosamente nella tomba lo stesso Marx (per non parlare di Lenin). Una posizione
comodissima per i difensori dell’impero al cui mulino queste estremizzazioni
semplificanti hanno sempre portato acqua, anche di recente (si pensi solo alle dichiarazioni
che cinque anni fa pronunciarono Rossana Rossanda e Pietro Ingrao sulla Libia).

Lo sforzo
deve invece essere proteso alla comprensione delle divisioni che esistono nel campo avversario. Solo così è possibile
anticiparne le mosse e se possibile inserirvi delle strategie di resistenza.

La crisi
sistemica sta spingendo la Francia e
la Gran Bretagna a riesumare le
antiche politiche coloniali in Africa e Medio Oriente. Con le contraddizioni
che si amplificano nella UE ogni potenza europea deve seguire i propri specifici
interessi e chi può lo fa anche lungo una direzione tracciata dalla propria
tradizione colonialista e dalle proprie antiche sfere d’influenza.

Ecco allora
che Francia e Gran Bretagna fanno rivivere alle popolazioni locali un
obbrobrioso déjà-vu. Per quanto riguarda la Germania, la sua tradizione la porta a Oriente e lungo i Balcani. Ma
verso la Russia per ora c’è una barriera su cui sventolano le svastiche
innalzate da Victoria Nuland e al
termine dei Balcani oggi c’è un caos che spinge le sue disperate vittime a un’anabasi.

Gli USA sono mossi da interessi strategici
ben più ampi. In essi devono tuttavia accomodare quelli sempre meno omogenei
dei suoi alleati e il compito è progressivamente più difficile.

Sarebbe
comodo per gli USA dire a Francia e Gran Bretagna: “Io devo iniziare questo
famoso pivot to Asia perché la Cina inizia a impensierirmi troppo.
Quindi voi copritemi le spalle in Nordafrica e Medioriente”. Ma per farlo ha
bisogno di un controllore che si assicuri che i due non trasformino in un caos
ingestibile un caos semi-gestibile e, soprattutto, non cambino i bilanci
regionali di potere per seguire i propri interessi
.

Nelle epoche
di caos sistemico, non esistono alleati fedeli fino alla morte. Se ne è visto
un piccolo anticipo quando tutti gli alleati degli USA hanno fatto orecchie da
mercante di fronte ai tre trilioni di dollari spesi dalla superpotenza per
invadere l’Iraq.

E quando Obama su The Atlantic bastona Cameron e gli altri
alleati europei
perché non alzano le spese militari e perché sono
sostanzialmente dei vigliaccotti, si sta lamentando del fatto che essi mettono
le loro preoccupazioni economiche e politiche davanti a quelle statunitensi e
che questo non sta bene, è una mancanza di rispetto e segno di poca
lungimiranza.

Obama sa
benissimo che una nuova guerra con centinaia di soldati morti – e possibili
attentati – non sarebbe certamente popolare in Europa (un conto sono i
bombardamenti presentabili come videogiochi, ma quando i fanti tornano nelle
bare la cosa cambia). Ma siccome sa che non lo sarebbe nemmeno negli USA, si
toglie alcuni sassolini dalle scarpe e rinfaccia a Francia e UK che il caos
libico è innanzitutto colpa loro, perché loro lo hanno voluto e non è
responsabilità statunitense risolverlo.

Perché Obama
tira le orecchie anche a noi?

L’Italia era
in una situazione paradossale. La nostra tradizionale sfera d’influenza in
Libia è stata minacciata dai nostri alleati. Incapaci di rintuzzare la minaccia
(o meglio, impediti dall’ex presidente Napolitano), ci siamo trovati a
essere subalterni al tentativo degli USA di cavalcare la creazione del caos decisa
a Londra e a Parigi (e in alcuni ambienti di Washington) e ora l”inquilino
della Casa Bianca ci vuole subalterni nella sua gestione
. Ovverosia
vorrebbe affidarci il compito di controllori, di curatori degli interessi USA
in Nordafrica, in condominio conflittuale con Parigi e Londra, mentre
Washington pensa ad altre gatte da pelare.

4. Ma Matteo Renzi è terrorizzato da questa prospettiva. E fa molto bene ad
esserlo, anche perché i suoi Servizi gli hanno fatto di sicuro capire cosa c’è dietro l’omicidio Regeni (che
è diverso da quanto ha voluto capire il
99% della sinistra radicale
). E quindi ha capito in che groviglio di vipere
verremmo scaraventati. E i suoi generali gli hanno detto chiaro e tondo che il
nostro intervento in Libia sarebbe un bagno di sangue, altro che Nassiriya,
anche perché noi dovremmo sostenere una proxy war nella parte più
incasinata e jihadista di quel paese, violentato e martoriato ma pur sempre
popolato da persone fiere.

Il
prerequisito della formazione del famoso governo di unità nazionale libico,
serve a prendere tempo e a sperare di non andare proprio totalmente allo
sbaraglio. Non solo. Serve anche a non andare contro il governo di Tobruk (che,
detto incidentalmente, è il più decente) e quindi contro l’Egitto e gli
interessi italo-egiziani.

Santa ENI,
fai schifezze come tutti in giro per il mondo, ma per fortuna che adesso ci
sei! Lo so che ho detto qualcosa di terribile, ma è proprio complicato fare il cavaliere immacolato in questa orrenda
congiuntura internazionale
e chi insiste a volerlo fare rischia di
combinare disastri e avere sulla coscienza, direttamente o per insipienza, un numero impressionante di morti (e non
per la Commune de Paris ma per la Tour Total alla Défense, Paris).

Gli USA
chiaramente si stanno innervosendo col governo italiano (a parte l’inqualificabile
Pinotti
che si prende rimbrotti e sberleffi anche da Gentiloni: “Dà
i numeri”
) e minacciano
di scoprire le spalle a Renzi nei suoi litigi con Angela Merkel e con Jean-Claude
Juncker, e quindi nel suo tentativo di avere maggiore libertà di manovra
economica. In altri termini, gli USA
minacciano di punire l’Italia sottraendole anche i già ridicoli aumenti di PIL

previsti.

E minacciano
direttamente la stabilità politica di Renzi. Onestamente, c’è da domandarsi se
sia proprio un caso che Massimo D’Alema, cioè il Signor-Guerra-nel-Kosovo, si
sia ridestato dal torpore e abbia di punto in bianco accusato Renzi di essere
legato al Mossad, un’accusa che strizza un occhio a una certa sinistra, l’altro
a una certa destra e insieme denuncia una certa slealtà atlantica.

E c’è da
domandarsi se sia un caso che assieme a lui si siano destati dal letargo (sarà
forse colpa di questo inverno paradossale) anche Bersani e Letta. Il primo
prepara la base di prezzemolo della “democrazia interna” e il secondo aggiunge
l’ingrediente principale della ricetta, cioè i calamari fritti della “necessità
di porsi il problema dell’intervento bellico in Libia”, che in gergo
democristiano significa: “Secondo me occorre andare in guerra”, cioè ubbidire
agli USA. Così molti finiranno sottoterra perché qualcuno si è posto
interessanti problemi.

Insomma l’opposizione
di sinistra del PD si è riattivata per lavorare da destra il
governo in carica
. Un classico.

Per
completare l’opera, colei che ricopre la carica di maggiordomo europeo di
Victoria Nuland, cioè Federica Mogherini,
ha fatto sapere a Renzi che non si illuda di dire la sua sulle sanzioni contro
la Russia, perché lei e la sua combriccola a Bruxelles le hanno già blindate
dietro 5 punti, di cui l’ultimo, totalmente stravagante, è la pretesa che la
Russia faciliti l’intromissione nei suoi affari interni degli agenti
propagandistici occidentali, tipo quelli ben noti istruiti (e talvolta diretti)
dalla CIA e finanziati da Soros. Insomma, quelli che preparano le rivoluzioni
colorate.

5. Quando
analizziamo questi scenari, una cosa che dobbiamo subito chiarire con il
lettore è che mediamente per il 50% le nostre ipotesi sono sostenute da
informazioni e il restante 50% da esercizi di logica, che ci sforziamo siano il
più possibile accurati. Insomma dobbiamo chiarire che non siamo parte di quella
genia di opinionisti che imperversano sui media mainstream, per i quali
il mondo si modella sulle loro opinioni che quindi diventano per
definizione conoscenze esatte.

Anzi, in
alcuni casi la percentuale delle nostre conoscenze si riduce, a volte di molto.
E lo ammettiamo apertamente.

Cosa
sappiamo ad esempio del contesto dell’annuncio del parziale ritiro della
Russia dalla Siria
?

Il rischiosissimo
intervento russo (e l’abbattimento del suo bombardiere ha mostrato quanto sia
stato rischioso militarmente e politicamente) è stato possibile perché la
Russia ha manovrato su più tavoli diplomatici al momento di iniziare. E
sicuramente lo ha fatto prima di ritirarsi.

Che cosa è
successo a quei tavoli l’autunno scorso e poco prima di queste Idi di Marzo, un
po’ si sa e moltissimo non si sa.

Lo vedremo
probabilmente tra non molto.

Di sicuro Vladimir Putin non ha corso tutti
questi rischi per lasciare al momento buono il presidente siriano Bashar Al-Assad da solo. Non ha senso
pensarlo. Nemmeno si ritira perché a corto di soldi. Secondo noi lo ha fatto
per un altro motivo che cercherò di spiegare.

Intanto va
sottolineato che la “maggiore minaccia” alla pace mondiale e alla sicurezza del
mondo occidentale, cioè la Russia come tutti sanno, non solo sta difendendo con
le unghie e coi denti gli accordi di Minsk ma sta anche difendendo
strenuamente la tregua in Siria. E della difesa di questi due accordi il
parziale ritiro dalla Siria è parte integrante.

Contro tutto
e contro tutti, la tregua in Siria, che nessuno pensava possibile, regge ed è
iniziato a Ginevra il secondo round di negoziati.

Questa
tregua e il disimpegno russo rovinano i sogni dei neocon, che speravano che Putin
precipitasse in un “pantano siriano”. A loro scorno, oggi decine di negoziatori
russi stanno con ogni probabilità trattando coi cosiddetti “ribelli moderati” per
capire se vogliono veramente affrancarsi dall’abbraccio con Al-Nusra e con l’ISIS
e convincerli dei vantaggi della negoziazione. Con ciò dimostrando ancora una
volta a tutto il mondo che Putin preferisce una cattiva pace a una buona
guerra
e che i Russi hanno i mezzi, la capacità e soprattutto la
determinazione per raggiungerla.

Questa linea
riflette gli interessi economici e politici della Russia che derivano, come
dicevamo, della posizione relativa di questo paese nella crisi sistemica,
posizione che dipende da fattori storici, geografici e culturali, di cui
abbiamo in parte discusso e che adesso non riprendo.

Qualche fan
da curva sud di Putin dirà che questi stupefacenti successi militari e
diplomatici sono il frutto del genio del gran giocatore di scacchi Vladimir.

Ma pur
riconoscendo le qualità strategiche di Putin, c’è un motivo strutturale dei
successi russi. Il motivo è questo: nonostante grandi avanzamenti, dal campo
sanitario a quello militare, la Russia è ancora molto più debole degli Stati
Uniti
. Non può permettersi disastri come l’Iraq o l’Afghanistan. I
dirigenti russi non possono permettersi mosse sbagliate
. E questo aguzza il
già raffinato ingegno di Putin e dei suoi consiglieri

Per contro,
la recente intervista di Obama a The Atlantic dimostra che gli USA hanno
proceduto a tentoni, con un solo obiettivo in testa, cioè mantenere la
supremazia mondiale e ricattare militarmente e politicamente la Russia e la
Cina (e anche l’Europa). Ma le mosse americane sono un disastro dopo l’altro e
purtroppo costano sofferenze indicibili a milioni di persone. Per ora possono
ancora permetterselo. Ma per quanto?

Non è
difficile immaginarsi la bile dei neocon in questo momento: la Russia
che miete un altro imprevisto successo con l’acquiescenza di Obama (nel loro
gergo, “la debolezza di Obama”). Cercheranno la vendetta in tutti i modi.

Quali? Ecco
che occorre riconoscere che moltissime informazioni ci sono precluse. Possiamo
tentare allora con la logica.

I neocon
cercheranno di utilizzare Israele?
Non credo. Così come l’intervento russo in Siria è iniziato con la piena
consapevolezza di Israele (vi ricordate il viaggio di Netanyahu e, cosa
inconsueta, dei suoi generali a Mosca?), così anche il ritiro, posso
immaginare, è avvenuto dopo accordi tra la Russia e Israele. Era sensato
pensarlo, anche se nessuno ce l’aveva detto, ma ora da Israele iniziano a
sfuggire interessanti affermazioni, probabilmente intese a umiliare un po’
Washington e metterla in difficoltà con i neocon: «Kerry deve smettere
di far la commedia e dimostrarsi sorpreso dall’annuncio di Putin. Lo sapevamo
noi e lo sapeva anche lui».

Noi non
abbiamo mai dubitato che Israele e gli USA sapessero.

I neocon
cercheranno di utilizzare la Turchia?
Fratello Erdoğan è un disgraziato, ma vi ricordo che la NATO ha fatto sapere
che non verrà trascinata dalla Turchia in una guerra contro la Russia e dieci
giorni fa il suo ministro degli Esteri è andato a Teheran (cioè a Canossa).
Infine la Turchia è sull’orlo di una guerra civile (e quindi di un possibile
colpo di stato anti Erdoğan o di un suo impeachment giudiziario, basta
che la situazione si deteriori solo di un poco e che i consensi si riducano). E
non bisogna dimenticare che per ogni aereo ritirato dalla Russia a Sud ce ne
sono cento pronti a decollare a Nord della Turchia.

Tramite i Sauditi? Questi sono mostruosi e lividi
di rabbia, ma da soli non si azzarderebbero mai a entrare in Siria mentre gli
Yemeniti li stanno umiliando a Sud e il Parlamento Europeo ha chiesto un
embargo delle forniture militari a Riad. Anche in questo caso, posso
immaginarmi che la diplomazia russa si sia assicurata che la Casa Saud, dove c’è
aria di grosso intrigo, non abbia alzate d’ingegno.

Infine, c’è
da supporre che prima di ritirarsi Mosca abbia stretto patti chiari con Teheran, che da sola può spaventare Turchia e
Sauditi insieme.

6. Un’altra
cosa di cui sappiamo poco è cosa bolle in pentola dietro alle primarie statunitensi. Tutti dicono di
sapere tutto, ma io confesso di non essere disposto a scommettere un decino su
come andranno a finire le presidenziali. E non sono disposto perché Washington
sembra in questa congiuntura storica un po’ la corte di re Duncan (lascio
indovinare chi è Lady Macbeth).

Entro la
fine dell’anno vedremo se prevarrà quella Realpolitik invocata con
sempre maggior forza da tutti gli ex pezzi grossi delle foreign relations
e del Pentagono
, a partire da Kissinger, o se lasceranno che Hillary Clinton, l”incantatrice-sacerdotessa
dei neocon, vada alla Casa Bianca e, soprattutto, ci vada con le idee
che ha avuto finora (c’è sempre un’inchiesta dell’FBI che pende come una spada
di Damocle sulla sua testa).

Qualcosa nel
frattempo si muove. Obama pochissimi giorni fa ha nominato come numero due della
NATO Rose Gottemoeller. Non aspettiamoci
che questa Rose sia una gandhiana sfegatata, ma di sicuro è un argine ai neocon.
Bloomberg inserisce questa nomina nella nuova politica di “reset” con la Russia
di Obama. I guerrafondai repubblicani, con in testa Rubio, l’hanno capito e
sono già passati all’attacco contro di lei.

Dato che
rimarrà in carica quattro anni, è anche un’ipoteca sulle mene guerresche della
Clinton.

Ma a
proposito di questo mostro di cinismo e arroganza, anche lei parla di “reset
con la Russia”, come dall’inizio della campagna elettorale fa il suo avversario
Donald Trump. Le mosse di Pechino nel Mare Cinese Meridionale (e quelle
nordcoreane più a settentrione) stanno sortendo effetti dirompenti. Molti
parlano di una futura sfida militare tra Cina e Stati Uniti. Ma a parte il
fatto che, a differenza degli USA, le sfide militari sono state raramente parte
del corredo della politica estera della Cina in tutta la sua storia, c’è un
pericolo più incombente: se Washington non affronta Pechino gli alleati o
comunque amici degli USA nell’area (e alcuni, come l’India, sono decisamente di
grosso calibro) si sentiranno mollati e finiranno per subire la discreta ma
potente influenza cinese. Questo “pivot to Asia” (e, diciamo così, re-pivot
nel cortile di casa sudamericano) deve dunque entrare nel vivo e pur con tutto il suo livore antirusso anche la
Clinton mi sa che se ne sta rendendo conto.

Perché allora
continuare a sbattere la testa contro un nemico che si è dimostrato molto più
coriaceo di quanto si pensasse? E parlo non solo della Russia, ma anche della
Siria, perché se un piccolo paese regge cinque anni di sanguinoso assalto di
una gang criminale di una trentina di potenze, tra cui alcune delle maggiori e
più ricche del mondo, vuol dire che so”
cazzi
.

La Siria
è un nuovo Vietnam, a tutti gli effetti
. Non riesco proprio a capacitarmi che la sinistra
cosiddetta “radicale” non lo abbia capito. La cosa veramente mi sconcerta.

Parlo anche
del Donbass che ha eroicamente fatto vedere i sorci verdi agli ucronazisti, che
adesso vengono abbandonati al loro destino, almeno stando alle dichiarazioni di
Obama e di Junker (ma sembra che Cameron sia desideroso di riempire il vuoto).

Se le cose
si sono messe in questo modo, sembra dunque voler dire l’America, perché
continuare a sbattere il muso mentre l’altra metà del mondo, ne approfitta?

L’Europa è
importante, il Medio Oriente anche, l’Africa pure, ma il punto più dolente è l’Oriente
asiatico, là dove tra non molto possono essere smontati giocattoli imperiali
come il Dollaro o là dove essi possono invece essere riparati, almeno
momentaneamente, se si esercita una sufficiente pressione.

E qui si
iniziano a vedere in concreto gli effetti di quello che gli studiosi chiamano “sovradimensionamento
strategico degli imperi
”.

Problemi
crescenti per l’impero USA che non riuscirà a fronteggiarli tutti con
pressioni, ricatti e proxy wars. Speriamo solo che la sua
soluzione non sia allora quella di crepare con tutti i Filistei
.

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